Giuseppe Fava: “A che serve vivere, se non si ha il coraggio di lottare” – di Cinzia Pagliara

Qualche giorno fa, ai tempi del covid che ruba alle cronache i fatti di tutti i giorni della mia gente, Claudio Fava si preparava ad una delle sue giornate da deputato Ars e da presidente della Commissione Antimafia dell’Assemblea. Era nella stanza assegnata alla Commissione e s’apprestava ad onorare l’obbligo della cravatta prima di iniziare il suo lavoro di parlamentare. La stanza è ubicata in una zona inaccessibile da esterni non autorizzati del Palazzo dei Normanni, eppure Claudio ha trovato nell’armadietto la cravatta tagliata a metà. Nel resto del mondo, impegnato ad osservare il nuovo mostro che arriva dalla Cina, questo episodio potrebbe anche far sorridere i meno attenti. Dalle mie parti, da sempre, l’accaduto è un segnale inequivocabile, espressione di un codice antico che si è fatto moderno per continuare a rubarci la vita, il futuro. Con i mostri, vecchi e nuovi, noi siciliani siamo abituati a convivere e non parlo di quelli della Villa Palagonia di Bagheria. Ognuno di noi ha il dovere di non farsi sopraffare dalla paura, di testimoniare per le giovani generazioni l’orrore di questa atavica pandemia che ci prende le menti, le carni e i cuori e spesso ci rende vigliacchi, ciechi, indifferenti. Io sono un’insegnante e non vedo l’ora di tornare alle mie classi per dare il mio contributo a questa Terra martoriata da vecchi e nuovi flagelli.
E questo è Giuseppe Fava, giornalista e scrittore catanese ucciso dalla mafia“. Ogni voIta, durante le lezioni, mi fermo a guardare la foto sulla L.I.M.*. Quegli occhi scuri, profondi, il profilo come gli eroi greci sui libri di storia. I miei alunni sono troppo giovani e non sanno nulla di lui. Mi chiedo sempre: saprebbero mai qualcosa se io non gliene parlassi. E ogni volta sono certa che no, molti non saprebbero… e allora vale la pena raccontare.
Io l’ho conosciuto….
Abitavamo nello stesso palazzo, io ero una bambina e lui un uomo serio, silenzioso (ma certo, cosa avrebbe dovuto dire a una bambina?). Ne avevo una soggezione che quasi somigliava alla paura. Nove piani di ascensore in cui lo guardavo trattenendo il fiato. Perché i miei mi avevano detto che era un giornalista, anzi uno scrittore, e io – già innamorata delle parole – lo ammiravo in devoto silenzio infantile. Poi ci siamo trasferiti e sono cresciuta con la mia voglia di verità e la mia fame di parole. Leggevo e leggevo e scrivevo e scrivevo e mi perdevo tra tempo non vero e realtà. Parole ovunque: attaccate alla porta, nascoste tra i libri. Scrivere era un bisogno fisico oltre che mentale. Una dipendenza. Pippo Fava era in prima linea con i suoi ragazzi della redazione de “I Siciliani” (come li ammiravo, innamorandomi di ognuno di loro e della loro aria così diversa dagli altri) e io leggevo tutto, soprattutto i suoi romanzi… e il teatro. Forte, sfrontato, sicuro. Finito il liceo decisi che avrei scritto anche io. E scelsi di farlo con Lui. 
Non ero certo una “giornalista d’assalto“… e neanche tanto coraggiosa. Ero Don Chisciotte, dall’animo trasparente e pronta a lottare ma adatta a farlo con i mulini a vento… tra poesiesogni e lacrime. Gli portai (lo ricordo benissimo, così come ricordo la redazione e l’emozione e il fascino letterario della situazione) un testo che parlava di un albero solitario, un esule. O forse rinnegato dagli altri. Esposto ai rischi e al vento, alla pioggia e al sole che brucia. Lo lesse e mi fece  un sorriso accennato, come quelli di quando ero bambina. Occhi scuri, profondi fino a togliere il fiato. Questo non serve, qui. Qui non siamo a scuola. Qui non si fa poesia“. Diretto, quasi scortese – così pensai – e mi venivano su delle stupidissime lacrime. Però continua a scrivere. Continua.
Capii subito che aveva ragione. Non servivo, in quella redazione. Non servivano le mie parole sognanti. Non si stava a scuola, si stava in trincea… e io non avrei saputo combattere. Quando lo uccisero mi fece male la maldicenza della gente. I pettegolezzi di una città provinciale che mai ha provato a sfidarsi veramente, a sollevarsi dalla ricerca “dell’amico dell’amico dell’amico… a riscattarsi dalle troppe offese subite. Così fu ucciso più volte. Capita, quando sei fuori dal coro. E io…? Io mi sono promessa di farlo rivivere ogni anno nelle vite di nuovi ragazzi: occhi scuri, profilo da eroe greco dei libri di storia. E questo è Giuseppe Fava, giornalista e scrittore catanese ucciso dalla mafia“. Contenta di avere all’Ars suo figlio Claudio che, in segno di sfida, avrà pensato anche solo per un attimo, d’indossarla quella cravatta mozzata, come per sbeffeggiare un mostro poco abituato all’ostinazione di un sorriso appena accennato. “A che serve vivere, se non si ha il coraggio di lottare” – (Giuseppe Fava).

* lavagna interattiva multimediale, detta anche L.I.M.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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2 thoughts on “Giuseppe Fava: “A che serve vivere, se non si ha il coraggio di lottare” – di Cinzia Pagliara

  • Marzo 16, 2015 in 9:29 pm
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    Sono passati già trent’anni dalla sua scomparsa, ma il suo modo di scrivere e di fare giornalismo è tutt’ora un esempio, e allo stesso tempo, un monito per tutti.
    Ci manca Pippo, come ci mancano tutte quelle persone che hanno avuto il coraggio di essere prima di tutto uomini, senza mai scendere a compromessi, sopratutto quando si parla di dignità e onestà.

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