Giuliano Montaldo: “Giordano Bruno” (1973) – di Benedetta Servilii

La certezza di voler ripartire sempre da qui, a Campo de’ Fiori, dove il rogo arse, dove tutto sarebbe dovuto finire, dove tutto invece è iniziato. Per ricordare un uomo libero, eretico, impenitente, pertinace et ostinato e cercare di seguirlo, per non essere fiamma di chi non brucia. Nel mio immaginario, Giordano Bruno ha la voce di Gian Maria Volontè che lo interpreta magistralmente nel film diretto da Giuliano Montaldo del 1973. È con quella voce, ferma e decisa, che immagino mi parli quando sono qui ai suoi piedi. È qui che faccio pace con il mondo e con me stessa. È qui che i miei tormenti trovano la quiete, qui smetto di lottare con chi vuole impormi catene, qui ritrovo la mia strada e continuo a percorrerla ostinatamente, anche se in direzione contraria. Qui mi sento a casa, lontana dai pregiudizi, dagli stereotipi, da tutti gli altari e le idolatrie. Qui recupero la mia libertà e sorrido al pensiero di quanto sia facile perderla perché, come diceva lui, c’è bisogno di un grande sforzo per difenderla: “Ci vuole uno sforzo, in cambio di tutto o di niente, dipende da come guardi le cose. Il filosofo, anche se non possiede niente, è padrone del proprio destino. Conosco a memoria i discorsi che ci hanno martellato il cranio dalla culla alla scuola e poi, dal pulpito: ‘siate poveri di spirito, siate umili di mente, rinuncia alla ragione, spegni quella luce abbagliante dell’intelligenza che ti infiamma e ti consuma perché più saprai e più sarai destinato a soffrire. Rinuncia ai tuoi sensi, sii prigioniero della santa fede, vivi il tuo stato asinino!’ Vivere a questo modo è vivere da morti”.
Queste le parole – dai dialoghi del film – di Giordano Bruno a Giovanni Francesco Mocenigo che lo stava ospitando a Venezia per imparare da lui i segreti della memoria e della magia, o meglio, a dirla tutta con le sue parole: “Tu sei qui per insegnarmi a leggere il futuro, io voglio sapere come si fa ad esercitare il potere su una persona, come si può dominare l’animo, la volontà degli altri”, che mi sembra sia ben altra cosa. Il film di Giuliano Montaldo inizia dunque da qui a raccontare gli ultimi anni di vita di Giordano Bruno, dalla denuncia all’Inquisizione veneziana di un politicante troppo spaventato dalla spregiudicatezza di un libero pensiero e troppo vile per non lasciarsi convincere dal proprio confessore. Giordano Bruno affronta così gli interrogatori, fiero nel proprio abito domenicano e disposto ad abiurare pur di evitare l’estradizione alla Santa Inquisizione romana, per “poter ancora pensare, per poter agire ancora”, come confessa in cella a Frà Celestino da Verona. Ma a Roma hanno “troppa furia di accender roghi” e anche il Patriarca di Venezia Lorenzo Priuli, che fino ad allora aveva tentato di difendere quello che oggi chiameremmo un giusto processo, cede alla convenienza politica e accetta la richiesta del Sant’Uffizio: Bruno sarà di nuovo processato a Roma, “imputato di apostasia, eresia, di insegnamenti contro la religione e blasfemi, di cospirazione contro la chiesa e contro il papa”, accuse da cui pretenderà di difendersi da solo.
Di fronte agli inquisitori romani, Bruno nega con fermezza ogni accusa, afferma di essersi sempre e solo occupato di filosofia e mai di teologia e di voler affrontare il processo solo se questo si baserà su tutti i suoi scritti, non solo su estratti utilizzati strumentalmente da chi lo vuole già sul rogo. Sottoposto a tortura, la accetta come se non lo riguardi e non ammette nessuna delle eresie che gli vengono imputate. Si limita a rispondere: “Parlerò solo con Clemente VIII. I giudici romani, di fronte alla condotta di Bruno, non sono unanimi: mentre il cardinal Giulio Antonio Sartori propende per una linea dura di un processo veloce che conduca il monaco alla condanna, il cardinale Bellarmino sposa una posizione più morbida tenendo conto del peso intellettuale e culturale di Bruno, convinto che si riuscirà, con l’ars oratoria, a indurlo all’abiura e alla riconciliazione con la chiesa cattolica. Il papa Clemente VIII non si mostra convinto sulla decisione da prendere, ammettendo che “è un rogo molto difficile da accendere” e, per quanto appoggi più la moderazione del Cardinale Bellarmino, sa già che Bruno non cederà mai all’abiura. Poi le cose si complicano, a causa di chi ha più a cuore la sua pelle che la propria integrità morale: Celestino da Verona, suo compagno di cella a Venezia e anch’egli ora inquisito a Roma, crede alla promessa di libertà che gli offrono in cambio di qualcosa che possa sostenere le accuse per Bruno.
Il buon frate, nemmeno a dirlo, non ci pensa due volte e lo serve sul piatto d’argento agli inquisitori. Ovviamente, saprà soltanto più tardi che la chiesa non mantiene mai le promesse che hanno a che fare con la libertà che non è disposta a concedere. Le accuse a Bruno si riducono a otto proposizioni giudicate “senz’altrodi natura eretica, le stesse pronunciate a Venezia: “Hai scritto contro il papa e la chiesa cattolica. Hai messo in dubbio la verginità di Maria. Hai negato la transustanziazione della carne. Hai affermato che Cristo non era figlio di Dio, ma soltanto un mago. Hai sostenuto l’esistenza di mondi innumerevoli ed eterni e che la terra gira intorno al sole. Hai detto di credere nella reincarnazione e non nell’inferno. Hai affermato che persino i diavoli si salveranno. Hai detto che la magia è lecita e anche gli apostoli e i profeti erano dei maghi
. Gli vengono così concessi quaranta giorni per riflettere, come se ci fosse davvero qualcosa su cui cambiare idea. Ma la chiesa è schiava di apparenze e rituali e i quaranta giorni, per un religioso, dovrebbero ricordare la penitenza, il sacrificio, la resa al volere divino: Gesù fu condotto dallo Spirito Santo nel deserto per essere tentato dal Diavolo e, dopo aver digiunato per quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame; quaranta sono i giorni del diluvio universale, così come quelli trascorsi da Mosè sul monte Sinai. Così, se non fosse già chiaro il concetto. Ma Bruno cambia il corso della storia e non si piega al potere ecclesiastico (espressione che ha sempre avuto un suono medievale, eppure …).
Con ferma naturalezza, consapevole che quello che dirà lo porterà direttamente sul rogo, pronuncia il suo discorso:
Quando ho detto che i procedimenti della chiesa non sono quelli degli apostoli, poiché la chiesa usa il potere e non l’amore, quando ho detto questo non avevo torto. Quando ho detto che la mia filosofia è la libera ricerca e non il dogma, non ho sbagliato. Ho sbagliato quando ho creduto di poter chiedere alla chiesa di combattere un sistema di superstizione, ignoranza, di violenza, ho sbagliato. Io, quando ho creduto di poter riformare la condizione degli uomini con l’aiuto di questo o di quel principe, ho visto tutti i tentativi che ho fatto, che mortificazione! Enrico III di Francia, sangue. Elisabetta d’Inghilterra, sangue. Rodolfo II d’Asburgo, sangue. E addirittura il monarca che proclama di sedere più in alto di tutti, ma che stasera non vedo in quest’aula, sangue. Che mortificazione chiedere a chi ha il potere di riformare il potere, che ingenuità!. Già, che mortificazione, che ingenuità! È la sua confessione, la confessione forse di una resa, ma non di una ritrattazione. Quello mai. Mentre viene letta la sentenza di condanna, guardando negli occhi uno ad uno i giudici che lo stanno consegnando al braccio secolare, Bruno dice loro: Tenete più paura voi. La storia avrebbe imboccato un’altra strada se quella frase fosse gridata a gran voce, da tutti.
Sarebbe stata una pretesa troppo elevata, allora come ancora oggi. È proprio a causa di quella paura mista all’ignoranza che, il 17 febbraio 1600, con la lingua in giova per impedirgli di parlare come il peggiore dei bestemmiatori, Giordano Bruno viene condotto a Campo de’ Fiori per morire su un rogo che, purtroppo per loro, non ha mai smesso di bruciare. Non è facile raccontare Giordano Bruno. Non è facile farlo per la mole e la complessità dei suoi scritti, di fronte ai quali chi ne scrive potrebbe esser davvero colpevole di eresia. Non è facile farlo nemmeno per chi non sente l’appartenenza a questa storia, figuriamoci per chi, al solo pensiero, sente lo scricchiolio delle fiamme dentro di sé. Il film di Giuliano Montaldo è un colpo al cuore, l’atmosfera magica e spietata del ritorno ad un passato sempre attuale, come nessuno è riuscito a raccontare. Torno sempre qui, Giordano, non so neanche io perché. Per noi, che cerchiamo la guida in eroici furori, la speranza di un Homo Novus è ormai persa. Ma riusciamo ancora a riconoscerci grazie a quel fuoco che ci portiamo dentro e non abbiamo certo dimenticato di essere causa di noi stessi. Non abbiamo dimenticato di essere divini e continueremo sempre a lottare per modificare il corso degli eventi, come tu vorresti. Continueremo noi a bruciare per mantenere la fiamma sempre viva.

Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam“.
Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla“.
(Giordano Bruno 17 febbraio 1600).

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