“Gios” – di Francesco Picca

Gios è seduto davanti alla macchina. I capelli, platinati, sono sfrangiati sotto l’orlo del berretto di lana. Lana grigia. Grigio fabbrica. Più in basso, gli occhi. Grigi. Grigi di fabbrica. E grigio è lo sguardo. Tono su tono. Uno sguardo roteante, zingaro. Sguardo vago tra vaghe vicende più o meno tutte uguali, più o meno ricorrenti. Come ricorrente è tutta la gestualità tipica di questo luogo. La pipa va alla sua bocca, lenta, come una femmina segnata da un destino, anch’esso ricorrente, vissuto a malincuore, accettato a fatica. Il tornio, intanto, ruota. Lento. Costante. Scalfendo l’acciaio. Segnandolo. Preciso. Macchina e uomo, in associazione temporanea. Quotidiana. Un affare da otto ore al giornoRetribuzione certa e costante. Come il solco progressivo della tornitura. Certo e costante. Tempi apparentemente lunghi. A tratti eterni. Tempi tutti uguali. La sedia è composita, ma essenziale. Un artificio costruttivo comodo e accomodante. La postura è felina, in punta di seduta. Il busto in avanti, obliquo, pronto al movimento repentino verso la macchina. Come quando c’è da controllare la temperatura dell’asse di trasmissione: due passi appena, la mano che si poggia leggera sull’acciaio lucido. Una smorfia eloquente: troppo caldo. La macchina deve riposare. E allora il tasto rosso, e poi quello nero. Stop. La pipa sale alla bocca. Torna alle labbra. A malincuore. A fatica. Un’altra smorfia, breve. Un cenno. Nessuna parola. Nessun pensiero, forse. Qua dentro il pensiero è un lusso. Roba per pochi. Qua dentro, in officina, il pensiero è roba di Gios. Perché per pensare, per sgranare congetture, devi avere i tempi di un tornitore. Devi allineare i pensieri attorno ad un asse, e devi farli roteare, piano. Molto piano. Lentamente. Devi elevarli a materia. Prima grezza e immobile. Poi materia roteante, in evoluzione, che si sgrossa, che si perfeziona. Stop. L’asse è fermo. Gios torna sulla comoda sedia. La postura non è più felina. La posizione non è più frontale alla macchina. Adesso la sedia accoglie il riposo di un intero mondo. Ed è in questa parentesi di riposo sconfinato che si incrociano i pensieri. Quelli grezzi e quelli lavorati. Quelli immobili e quelli roteanti. I miei pensieri, e quelli di Gios…. e l’asse troppo caldo è ciò che aspetto, ogni quaranta minuti circa. Puntuale. Gios torna a sedersi, riprende ad amare la sua pipa, e mi guarda. Un affare per due. Un affare da dieci minuti, all’incirca. Dieci minuti e l’asse torna in temperatura. Dieci minuti e il tornio è pronto. Ho provato a spiegare a Gios una cosa. Una cosa difficile da accettare per un maschio. Ho provato a spiegargli che il suo amore non è ricambiato. Che la pipa, se soltanto potesse, si annienterebbe crepitando. Che la pipa, se soltanto le fosse concesso, brucerebbe ridendo. Perché la pipa, come poche altre cose qui attorno, è stata forgiata da altri, e sfugge alle leggi di Gios, alle sue misure e alle sue misurazioni. La pipa, il berretto di lana, il calendario fermo a gennaio. Poche cose. Però sono anche convinto che la pipa, come gli altri prigionieri di Gios, siano gli elementi inconsapevoli di una magica alchimia. Sono convinto che la pipa, e il berretto, e il calendario, siano le costanti di un equilibrio delicato e perfetto. Porto i miei pensieri a Gios. Ogni giorno. Per cinque giorni a settimana. I suoi occhi zingari, per l’occasione, si fanno di un grigio familiare. Per dieci minuti il pensiero si fa materia e la materia si evolve. Questi dieci minuti sono l’unica cosa che mi tiene qui. Sono il premio per la sveglia alle cinque. Per il freddo e per la pioggia. Per l’afa e per la polvere. Per il grasso. Per la non riconoscenza. Per la noia. Dieci minuti appena. Dieci minuti.

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