Giorgio Diritti: “Volevo nascondermi” (2020) – di Sabrina Sigon

A volte conoscere o meno la vita di un artista può falsare la percezione della sua opera; ecco che lo sgradevole timbro della voce di un autore, casualmente ascoltata in TV, perseguiterà il lettore mentre legge un suo libro, oppure le maniacali abitudini del protagonista di una serie si insinueranno in alcune scene rendendole ridicole e, talvolta, grottesche; l’eloquio o, per meglio dire, lo sproloquio di alcuni critici d’arte risuoneranno fra le mura di quei musei mentre scopriamo con ammirato stupore i particolari che gli stessi avevano così ben descritto nell’analizzare le opere esposte. Da qui l’eterno dilemma: conoscere o non conoscere le caratteristiche di chi scrive, dipinge, recita? Una volta, non molto tempo fa, prima che il politically correct producesse due fenomeni fra loro complementari – ovvero prima che l’attenzione dell’esprimersi tenendo conto delle conseguenze negative che possono colpire l’interlocutore producesse come effetto collaterale un rischioso disinteresse verso lo stesso – ogni paese aveva il suo “matto” da prendere in giro. Spesso le caratteristiche di questa persona e i suoi deficit apparivano immediatamente visibili e quantificabili e, specialmente i bambini, non esitavano a farsene beffe. Corpi affetti da rachitismo, gozzo, tic nervosi e passo incerto, strani sussulti della testa accompagnati da movimenti inutili. I matti di una volta.
Anche Antonio Ligabue, al secolo Laccabue, era uno di loro ma, da un primo sguardo alle sue opere, non l’avresti mai detto. Ed è proprio questo che regala il bellissimo film del regista Giorgio DirittiVolevo nascondermi” (2020): regala un secondo sguardo. Non alla tela, non ai riconoscimenti che, seppur tardivi, hanno in qualche modo in parte riscattato una vita di miserie e sofferenze fisiche e mentali. Il secondo sguardo di Giorgio Diritti è quello che indaga la vita dell’artista, fotografa la sua patologia senza nominarla ma raccontandone cause ed effetti, i periodi in manicomio, l’incapacità di crearsi una vita sentimentale, la difficoltà nella relazione che, però – sebbene in un mondo che poco conosceva di problemi mentali e patologie – trova una collocazione nel “sistema paese” di una volta, dove ancora le persone esercitavano una carità schietta e senza fronzoli che, nel caso di Ligabue, sfociò addirittura in qualche amicizia. E, proprio per non dare l’impressione dello “spiegone”, tutta la prima parte del film alterna presente, passato, passato intermedio, di una storia che vede un bambino di origine italiana adottato da una famiglia svizzero-tedesca, alle prese con grandi difficoltà già dalle prime due tappe fondamentali nella formazione della personalità: la capacità di relazione e di espressione.
Tutta una serie di flashback, quella di Diritti, che hanno il merito non solo di rappresentare un puzzle che, a un certo punto, verrà ricomposto nella mente dello spettatore e ogni momento della vita dell’artista ritroverà una sua collocazione e un significato ben preciso; l’altro merito, quello nascosto, è di creare anche in chi guarda la sensazione di sentirsi spiazzato di fronte a qualcosa che non capisce fino in fondo, che non riesce a codificare subito, che la velocità della scena non permette di interiorizzare appieno. Questo modo di procedere, questa esposizione drammatizzata e caotica, ha il potere di stimolare un disagio nello spettatore e, insieme, di favorirne la partecipazione alle difficoltà del personaggio cosa che, più di qualsiasi descrizione stucchevole e melensa della miseria umana, tocca l’anima. Ecco che, attraverso questo meccanismo narrativo, il dipinto della tigre stritolata dal serpente che mostra fauci, occhi sgranati e artigli, ci arriva arricchito di una chiave di lettura insostituibile, e la rabbia e l’ingenuità della paura messe su tela raggiungono il cuore e lì si fissano. Il male di vivere è ben rappresentato da tutti gli animali nei quali il pittore, prima di dipingere, si immedesimava per coglierne i movimenti, per appropriarsi dei loro versi e delle loro espressioni, per usarli e dare a sé stesso quella voce di cui era sprovvisto.
Aggressore e preda al tempo stesso, Ligabue immortala le figure, sia animali sia autoritratti, in un unico piano prospettico schiacciato, tipico della pittura naif in cui spesso il pittore viene catalogato, in una serie infinita di scene agresti, le stesse che ricomponevano su tela il suo mondo spezzato. Bello l’incontro con l’artista Renato Martino Mazzacurati, che incoraggiò Ligabue nella sua attitudine pittorica e scultorea ma, ancora di più, quello con la madre di Mazzacurati, che lo accoglie nella sua casa e si prende cura di lui. Belle le mostre a Roma, eventi in cui era seguito dagli amici che si assicuravano che il pittore avesse sempre un pranzo pagato in trattoria, bella la descrizione della passione per le moto e le macchine che Ligabue comprò in grande quantità; gli unici mezzi che, forse, riuscirono in qualche modo a riscattarlo in termini di velocità e movimento.
Ma il regista Giorgio Diritti questo non lo dice, non indica patologie, non fornisce grandi spiegazioni, ma fotografa – e che grande fotografia quella di Matteo Cocco in questo film – mostra, ricorda, ambienta, e lo spettatore si ritrova là, nella Gualtieri del 1919, in quella Reggio Emilia di provincia fatta di casolari squadrati in mezzo ai campi dove ancora oggi, la mattina presto, una leggera ma fitta nebbia si solleva con il sole. “Volevo nascondermi” e l’attore Elio Germano cambia voce, volto, fisionomia, fornisce un’interpretazione magistrale e, per questo, vince l’Orso d’argento come miglior attore al Festival di Berlino 2020. L’utilizzo del dialetto – di quelle espressioni tipiche del posto che, in alcune parti del film, necessitano addirittura di sottotitoli – così aspro e puntuale, appaga l’orecchio e soddisfa il “sentire le cose per come vanno dette“, operazione che contribuisce a restituire allo spettatore situazioni plausibili con quanto realmente accaduto nella vita del pittore. Bella la colonna sonora di Daniele Furlati e Marco Biscarini che, nei titoli di chiusura, affida alla delicatezza del suo brano Invisible, il compito di staccarci, poco alla volta, dalla magia di un bel film. “Volevo nascondermi”, il secondo sguardo di Giorgio Diritti che parte dalla vita e ci riporta alla tela. Adesso che abbiamo visto sappiamo e, dopo aver saputo, non possiamo non commuoverci.

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