George Gershwin: “Rapsodia in blue” (1926) – di Francesco Picca

New York, febbraio 1926. Interno: tre uomini, un pianoforte, uno spartito, la luce di un lampadario e quella di un lume con campana in opalina verde. I tre uomini sono Jacob Bruskin Gershowitz, un talentuoso ventottenne figlio di emigrati ebrei di origine ucraina e lituana, il direttore d’orchestra Paul Whiteman, l’arrangiatore Ferde Grofè. Il giovane Jacob, che da alcuni anni si fa chiamare George Gershwin, esegue una melodia che ha scritto in pochi giorni e che dovrà essere eseguita il 12 del mese alla Aeolian Hall. Il titolo è Rapsodia in blue. Sarà un grande successo, al cospetto di un pubblico in visibilio, sotto gli occhi di alcuni grandi compositori tra cui Igor’ Stravinskij. Dopo un anno Grofè penserà a una riscrittura per pianoforte e orchestra e, nel 1942, a una seconda versione per pianoforte e orchestra sinfonica. Quest’ultima partitura riesce a esprimere tutto il potenziale di un’opera esemplare, necessaria per immaginare e capire l’America di quegli anni, i sogni e le ambizioni di una società multietnica presa nel gorgo di un profondo cambiamento economico e culturale.
La musica jazz e quella blues si stavano già occupando di questo racconto; Gershwin chiama in aiuto anche il genere classico, lasciando che venga innestato dagli altri due. Il risultato è un percorso ideale tra le strade della metropoli per eccellenza. Occorre lasciarsi andare, abbandonarsi alle note, al crescendo, al cambio di ritmo e di passo, alle riproposizioni del tema principale nelle sue varianti melodiche. E allora il trillo del clarinetto diventa un’alba che scosta a fatica la notte impigrita. Si, occorre lasciarsi andare, tenersi a destra del marciapiede, costeggiare le vetrine, ascoltare le suole sulla mattonata umida, mani in tasca, cappello a falda, bavero in su, occhi bassi, il freddo di febbraio, i carrelli che imboccano i vicoli per lo scarico, i cassoni in metallo, gli sbuffi di vapore dalle tubature fuori traccia, l’ombra che inghiotte tutto, di nuovo la strada, le squadre di carpentieri italiani e irlandesi in marcia verso i cantieri, le pile di giornali legate con lo spago, le casse di frutta, i bidoni del latte, il caffè lungo, le uova sode sbucciate nel cestello di metallo, il succo d’arancia, le sigarette spente male, ancora la strada, gli scheletri degli alberi nei parchi, il Waldorf Astoria, all’angolo tra la quinta e la trentaquattresima, con i suoi tredici piani che tra qualche anno diventeranno più di cento per mano della Empire State Corporation, il tram che stride in frenata, il ponte sull’East River avvolto dalla foschia, il cappotto doppio petto dei poliziotti, i manifesti per la partita degli Yankees, quelli per i Giants, i camion che scaricano i quarti alla Steackhouse dei fratelli Gallagher, le donne con i cappellini, e poi, nel passaggio orchestrato in modalità “andantino moderato”, il sole che finalmente riesce a superare i grandi palazzi, a riflettersi sull’asfalto, e allora la grande città si fa madre, e avvolge tutto in un abbraccio rassicurante.
E poi, ancora, una infinità di altre tessere, e di immagini, e di sonorità, che Gershwin ha saputo riprodurre magicamente, lasciandole in dono alla musica moderna. Tra le cento, mille esecuzioni disponibili, mi piace quella del 2003 affidata alle mani di Marcus Roberts, nella cornice suggestiva dell’anfiteatro Waldbühne a Berlino, accompagnato dalla Berliner Philharmoniker e da Jason Marsalis alla batteria e Roland Guerin al contrabasso, sotto la direzione di Seiji Ozawa. Una esecuzione calda, sentita, sognante, colorata, multiforme, diversa da quella accademica di Leonard Bernstein, forse perché Roberts, nato in Florida e divenuto cieco all’età di cinque anni, la “Grande Mela” non l’ha mai vista; ma di sicuro un bel giorno l’ha respirata, ne ha udito l’intreccio folle di suoni e rumori, l’ha calpestata, attraversata, e allora, meglio di chiunque altro, è in grado di riprodurne lo spirito. Si, perché di questo si tratta. New York, forse, non è mai esistita: è puro spirito.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: