Gary Higgins “Red Hash” (1973) – di Ignazio Gulotta

Quando questo disco uscì in ristampa nel 2005 a cura della Drag City giustamente non mancò chi gridò al capolavoro ritrovato. Sì, perché “Red Hash” (1973) fa parte di quella schiera di titoli che all’epoca della loro realizzazione ebbero scarsa distribuzione e ancor meno attenzione e poi, come un fiume carsico, sono pian piano riaffiorati fino a mostrare al mondo le meraviglie che contenevano. Il vinile pur prodotto in casa, unico titolo della Nufusmoon dello stesso Higgins, era stato stampato in 2.500 copie, quantità non bassissima, ma ricordiamo che quando il disco fu pubblicato nel 1973 un prodotto di medio successo superava allegramente le 100.000 copie, e che un’etichetta italiana lo aveva distribuito in copie pirata un quarto di secolo fa, rimase comunque un oggetto misterioso le cui quotazioni andavano salendo nel mercato del collezionismo. Gary Higgins, barba folta e lunga chioma rossa, da qui il suo soprannome che è poi diventato il titolo dell’Lp, è il classico personaggio del sottobosco hippy californiano che si dilettava di musica partecipando a session dal vivo (Silver Apples, Gary U.S.Bond, Chuck Berry) ma senza mai fare il salto nel professionismo.
Higgins fu
invece vittima della politica repressiva intrapresa da Nixon nominalmente contro la droga, ma nei fatti indirizzata contro le comunità nere e contro i movimenti pacifisti e hippy, così il Nostro che viveva in una comune, abituale consumatore di marijuana e occasionale piccolo spacciatore, era proprio il bersaglio ideale per la polizia americana e finì anche lui nella rete. Condannato insieme all’amico Chico Cardillo, in attesa che si aprissero le porte delle patrie galere, decise di incidere un disco in compagnia di alcuni amici: Jake Bell (chitarra e voce), Maureen Wells (violoncello), Terry Fenton (tastiere), Dave Beaujon (basso) e Paul Jerney (mandolino e flauto), Gary canta e suona chitarra e batteria, mentre all’amico Cardillo spetta la produzione. Se oggi possiamo accedere facilmente a questo piccolo capolavoro, lo si deve al lavoro di alcune talpe che si sono adoperate per riportare alla luce e per rendere il meritato valore al disco di Higgins: attestati di stima e amore sono venuti da esponenti della scena folk come Devendra Banhart, Joanna Newsom e, soprattutto, Ben Chasny che con i suoi Six Organ of Admittance ha inserito una cover della meravigliosa Thicker Than a Smokey nell’album “School of the Flower” (2005), aggiungendo nel rerocopertina un appello all’autore perché si rivolga a Chesny stesso o a Zach Cowie della Drag City.
Già, perché di Gary Higgins si erano perse completamente le tracce da quando, trent’anni prima, era uscito dal carcere. Ed è così che finalmente l’album ha potuto avere una regolare ristampa debitamente rimasterizzata e corredata dai testi e da foto inedite, in copertina una foto del cantante metà in ombra e metà sotto una luce tagliente che ne illumina la folta chioma rossiccia, mentre lo sguardo limpido e un sorriso sornione ci
parlano di un’epoca in cui giovani uomini e donne cercavano serenità e gioia in una vita pacifica ai margini della frenetica società industriale. Ed è in questo mondo bucolico, sognatore, pacifista che si muove la musica di “Red Hash” che è imparentata con dischi come “Oar” (1969) di Skip Spence, o “If I Only Could Remember My Name” (1971) di David Crosby, solo che nel 1973 l’illusione è ormai svanita, la repressione stringe la sua morsa e la speranza di costruire qui e ora un mondo migliore e diverso è ormai tramontata. Non c’è più la gioia che si respirava nelle favole utopiche disegnate da Paul Kantner, ma “Red Hash è pervaso da un profondo senso di malinconia che non si può imputare esclusivamente alla brutta esperienza che attenderà Higgins alla conclusione delle registrazioni.
«What do you intend to do young man? Where do you intend to go?» recita un verso di Thicker Than a Smokey, domanda che potrebbe suonare come epitaffio per l’utopia hippy: si parla di viaggi, ma è l’incertezza che domina una canzone splendida, dalle armonie leggiadre e ammalianti ed intrisa da delicata malinconia, come ribadito nella più cupa Telegraph Towers, il viaggio ti può perdere, confondere… «It’s not a train, it’s just my brian». It Didn’t Too Long rispolvera la lezione dei Byrds con in più lo splendido violoncello di Maureen Wells. In I Can’t Sleep at Night l’angoscia si materializza nella paura di addormentarsi, perché il chiudere gli occhi fa paventare la morte, altro che peace and love! Ma il disco è ricco di incantevoli perle come la nostalgica Windy Child, la delicata canzone d’amore Stable the Spuds, il racconto di un vagabondaggio nel deserto di Looking for June che potrebbe essere uscita dalla penna di Crosby. Red Hash”, ascoltato oggi,
ancora emoziona e incanta, le sue melodie ci ricordano un’epoca ormai lontana, ma il cui ricordo e il cui sogno di libertà fanno ancora vibrare i cuori, perché in Higgins si riverbera l’immaginario che la generazione dei figli dei fiori evoca: comuni, droghe leggere, amore per la natura, peace and love, opposizione alla vita borghese, sentimenti di ribellione e anarchia, fuga dalla famiglia, liberazione sessuale, suggestione per le filosofie orientali… e i raga indiani qua e là affiorano negli arrangiamenti del disco.
Ma c’è anche il rammarico che un talento come quello di
Higgins non si sia potuto esprimere pienamente, travolto dai casi e dalle difficoltà della vita, un talento confermato nel 2009 quando la Drag City fece uscire “Seconds”, una bella raccolta di nuovo materiale, nel quale ritroviamo a suonare Terry Fenton e Dave Beaujon che avevano partecipato alle quaranta ore di registrazioni di “Red Hash”.

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