“Ganga’s Spirit”: intervista con Francesco Mascio – di Capitan Delirio

Nei mesi scorsi, abbiamo avuto l’occasione di ospitare negli spazi della rivista una bellissima recensione del disco “Ganga’s Spirit” di Francesco Mascio, curata dal nostro direttore editoriale Maurizio Garatti, che ne ha splendidamente delineato le caratteristiche principali. Un sound che sprigiona Jazz libero e complesso, che sa fondersi alla perfezione con la semplicità della musicalità delle radici etniche, per elevare lo spirito verso luoghi inesplorati, liberarlo e permettergli finalmente di trovare la vera propria identità. Abbiamo incontrato Francesco Mascio per farci raccontare qualcosa di lui e del suo modo di suonare.
Ciao Francesco, tu sei un eccellente chitarrista e mi sembra d’obbligo partire dal tuo strumento. Attraverso il suo suono hai creato il linguaggio che ti contraddistingue… Come è nato l’amore per la chitarra?
A casa mia c’è sempre stata una chitarra dato che mio padre si diverte a suonarla. Sin da molto piccolo, ricordo che di tanto in tanto provavo a strimpellare qualche semplice melodia. Stranamente però, quando avevo circa 6 anni, il primo strumento che ho iniziato a studiare è stato il pianoforte; per un po’ di tempo questi tasti bianchi e neri sono stati il tramite con cui ho acquisito le prime nozioni musicali. Solo qualche anno dopo, grazie all’incontro con il mio primo maestro di chitarra Gino de Cesare, ho avuto l’occasione di conoscere in maniera più dettagliata l’affascinante mondo delle sei corde a tal punto da trovarmene perdutamente innamorato.
È per te, quindi, una presenza costante, tanto da provarne una totale immedesimazione. È corretto se diciamo che è un prolungamento del tuo corpo e del tuo spirito?
Si, a volte credo proprio che la chitarra sia un prolungamento di me stesso, inoltre nel tempo mi sono reso conto di come attraverso questo strumento, io abbia creato un collegamento tra i vari aspetti della mia vita. Mi resta difficile infatti pensare di poter dissociare vita e Musica. Attraverso la chitarra, a volte, ho come la sensazione piacevole di sentire il mio spirito espandersi e quando ciò accade il mio augurio più grande è che il pubblico avverta altrettanto.
Quando nella vita di un musicista tutto risuona… è naturale che chi sta vicino percepisce qualcosa… una vibrazione musicale particolare… Nel tuo caso la musica d’adozione è il Jazz… Tu sei di Cassino, e anche se il Jazz è abbastanza diffuso su tutto il territorio nazionale, mi sorge spontanea la curiosità di sapere che rapporto c’è tra i tuoi luoghi natii e il Jazz…
Sono nato a Cassino ma cresciuto a San Vittore del Lazio, un piccolo paesino poco distante. Non saprei individuare un collegamento vero e proprio tra il jazz e i luoghi dove sono cresciuto. Di sicuro però i dischi, che ci scambiavamo tra ragazzi, hanno avuto un impatto fondamentale su ciò che erano le vedute musicali di allora. Inoltre i concerti dei vari musicisti jazz della zona, come il batterista Johnny Fiorillo, ai quali cercavo di essere sempre presente, hanno contribuito ad accrescere la mia passione verso questo tipo di musica e a far sì che si delineasse il mio percorso artistico.
Ci sono stati anni in cui il Jazz italiano ha rivaleggiato e collaborato con quello statunitense… In Italia è ancora molto forte la presenza di questo genere musicale… come vedi la situazione del panorama jazzistico nostrano in questo periodo storico?
Quando sono stato a New York ho avuto modo di conoscere più da vicino il panorama musicale americano. Indubbiamente oltreoceano vi sono tantissimi ottimi musicisti ma non si può certo dire che il panorama italiano offra meno. La diversità sostanziale consiste, a mio avviso, nei clubs dove i musicisti possono crescere e mettere a punto la propria Musica. Se in una città come la Grande Mela abbondano, nelle città italiane, purtroppo, negli ultimi anni, sono addirittura in via di estinzione.
Tu fai prevalentemente Jazz e attraverso questo disco si può comprendere che direzione hai dato al tuo modo di suonare. Secondo te è questa la direzione generale per questo genere musicale?
La direzione stilistica che ho stabilito per il mio disco è semplicemente relativa a ciò che stavo vivendo mentre era in fase di realizzazione. Tuttavia, ci sono alcuni elementi utilizzati in “Ganga’s Spirit” che mi piacerebbe continuare a sperimentare nei miei prossimi lavori, come ad esempio l’utilizzo delle accordature aperte che mi ispirano a ricreare, ogni volta, sonorità sempre nuove. In definitiva ritengo che si tratti di una direzione prettamente personale.
In effetti, forse la domanda era un po’ provocatoria e ancora più provocatoriamente vorrei chiederti se pensi che si possa ancora comunicare qualcosa di efficace attraverso un genere che ha toccato tutte le forme di sperimentazione…
Certamente! Il Jazz è, con molta probabilità, il genere musicale che per eccellenza è stato soggetto ad una continua e incessante evoluzione, perciò credo che questa musica sia ancora oggi, in grado di offrire la forma ideale a veicolare messaggi e idee dei musicisti che si apprestano a questa scelta stilistica.
A giudicare dal quel che ascolto di te non puoi che trovarmi totalmente d’accordo. Torniamo infatti al tuo modo di suonare e alle contaminazioni che hai saputo creare. La tua fonte di ispirazione per questo disco è stato il fiume Gange… è talmente potente l’energia di quei luoghi? Ci vuoi raccontare qualche aneddoto a riguardo?
La prima volta che ho avuto occasione di visitare il Gange mi trovavo a Rishikesh, una cittadina nel nord dell’India, durante la cerimonia del fuoco che si svolge sulla riva del fiume al tramonto. Inutile dire che, tra lo scorrere impetuoso del fiume, i mantra intonati dai bramini, i rintocchi delle campane rituali e i tumulti variopinti dei devoti indù, l’atmosfera fosse fortemente carica di emozioni e suggestione. Non appena rientrato nell’albergo poco distante, quella indimenticabile esperienza mi ha ispirato a scrivere le note di “Ganga’s Spirit”; il brano che in seguito ha dato il nome al mio primo album come leader.
Wow, mi hai fatto venire voglia di recarmi in quei luoghi, anche se poi basta ascoltarti per provare le stesse sensazioni… ma quando si vivono sensazioni così e con tutte le soddisfazioni che ti sei tolto, anche se sei giovanissimo, tra premi e collaborazioni eccellenti… c’è qualche desiderio che devi ancora realizzare?
In genere non sono solito porre l’attenzione su ciò che ho realizzato ma su ciò che ancora non ho fatto, quindi la lista dei desideri è davvero lunga. Sicuramente al primo posto c’è la voglia di dare vita a nuovi dischi, a nuove composizioni originali e a collaborazioni con musicisti in grado di arricchire il mio bagaglio personale. Tutto ciò nell’ottica di riuscire ad esprimere me stesso attraverso un percorso di crescita sia interiore, che professionale ed artistico.
Così mi fai venire la curiosità di sapere se stai lavorando a un nuovo progetto…
Si, tra qualche mese conto di registrare il mio nuovo album che vorrei presentare nell’autunno di questo anno. Si tratta di un lavoro solista, totalmente incentrato sul ruolo della chitarra sia elettrica che acustica e classica, con la partecipazione di alcuni ospiti, ma per scaramanzia preferisco non svelare altri particolari.

No dai, lasciamo la curiosità e rimandiamo all’ascolto il più presto possibile del tuo nuovo lavoro. E in ultimo vorrei chiederti… Cosa ha comunicato il tuo “Ganga’s Spirit” a chi lo ha ascoltato o cosa speri che comunichi?
Nella mia vita non ho mai amato le etichette e le definizioni rigide, così anche nei miei dischi cerco di trascendere la rigidità che deriva da una visione ortodossa della musica. Partendo dal jazz, mi diverto a dilatare il più possibile questo stile con elementi di musica rock, etnica, free ed altro, poiché è bello scoprire nuove sonorità. Per tale motivo, spero che il mio intento di trascendere le etichette arrivi il più possibile all’ascoltatore in modo da abbattere eventuali pregiudizi non solo nella musica ma in ogni ambito della vita.
Io credo proprio che ci riesci in pieno e infatti vorrei ringraziarti per questa apertura e per questa condivisione della tua essenza con tutti noi.
Approfitto di questa intervista per ringraziare Benito Mascitti, che ho avuto il piacere di conoscere qualche anno fa durante un mio concerto e con il quale da allora abbiamo sempre condiviso musica e opinioni. Ringrazio ancora Maurizio Garatti per la brillante recensione al disco “Gaga’s Spirit”, Gabriele Peritore per questa intervista e tutto lo staff di Magazzini Inesistenti. Infine grazie ai lettori e a tutti i sostenitori della buona Musica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Francesco Mascio: “Ganga’s Spirit” (Emme Records Label 2015) di Maurizio Garatti

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