Frank Sinatra: “My Way” (1969) – di Francesco Picca

La genesi del brano My way è lunga e tortuosa. Passa attraverso la prima bozza, scritta da Jaques Revaux con il titolo For me, bocciata senza appello dal produttore Gilbert Marouani e dal cantante Hervé Vilard. Poi transita nella riscrittura del 1967 da parte di Claude François con il titolo Comme d’habitude, tradotto in inglese con I did it my way, in italiano con Come sempre, in tedesco con So leb dein leben e in spagnolo con A mi manera. La svolta per il successo è affidata all’intuito e alla lungimiranza di Paul Anka che stravolge il testo originale e ne sottopone la stesura definitiva a Frank Sinatra raggiungendolo in volo a Las Vegas. Non fu facile superare le sue perplessità. Le parole ripercorrevano fedelmente la carriera di “The Voice” e cristallizzavano il momento particolare da lui vissuto, costretto a fare i conti con gli anni e con una certa stanchezza. Ciò che meno piaceva a Sinatra era l’eccesso di autoindulgenza che traspariva dal testo. Una indulgenza che rischiava, forse, di stemperare troppo i toni, di svalutare quegli errori orgogliosamente ostentati e difesi, di mortificare la stessa consapevolezza che ne aveva esaltato e, al tempo stesso, blindato la genuina matrice.
Sinatra era un anziano uomo che difendeva anche i rimpianti, sopportati e superati grazie alla moneta sonante del successo. La sua convinzione resisteva anche alle incomprensioni, alle distanze emotive, al peso delle scelte sbagliate. Il coraggio di ogni singola scelta e la forza brutale della stessa libertà di scegliere, rappresentavano la spina dorsale, l’ossatura del suo essere e del suo essersi affermato come artista e, prima ancora, come uomo. Perché è l’uomo il vero protagonista di questa lenta passeggiata tra i grattacieli, sotto una pioggia impalpabile, lungo i marciapiedi di in una città capace di rallentare soltanto di fronte ad una melodia. Di tanto in tanto amo riascoltare una delle tante performance dal vivo di questa canzone immortale, inno di tutti gli uomini che hanno saputo resistere ad una intransigenza dilaniante e che sono riusciti a riservare un abbraccio consolatorio anche a sé stessi, alla propria storia e al proprio cumulo di sacrosante macerie. La mia preferita è l’esibizione al Madison Square Garden di New York nel 1974. Resto affascinato da come Sinatra si avvicini all’interpretazione con movimenti lenti del corpo e del viso, quasi ingobbendosi, come schiacciato dal peso del racconto.
L’innesco della voce appare inizialmente incerto, strozzato da una titubanza che però non riguarda la tecnica canora, e neppure il feeling con il pubblico assiepato attorno al palco centrale. Quella leggera incrinatura, quell’inciampo della tensione, incarna semplicemente il rumore di un’anima che si presta, ancora una volta, ad un rendiconto. Nelle tasche c’è moneta sufficiente per saldare ogni debito e nel cuore c’è la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile, di non aver lasciato nulla al caso, di non aver mai ceduto all’azzardo di giocare a dadi con la sorte. La voce, allora, riguadagna il tono che le compete, soffia nelle vocali e schiocca consonanti decise. L’orchestra confeziona fasci di note aperte, ariose, con i fiati che sostengono un crescendo che non vuole certo omaggiare una vittoria, tantomeno il ritorno di un eroe; è semplicemente il suono liberatorio della vita tenuta tra le mani, raccontata con piccoli gesti, mostrata per ciò che è, per ciò che ancora rappresenta, segnata dal tempo e da mille cicatrici irrinunciabili.
My way è e sarà sempre la colonna sonora di qualunque pensiero dedicato a mio padre. Frank Sinatra ha abitato la sua vita e la nostra casa in varie forme, dai vinili acquistati a New York sino alle Vhs e ai cd-rom.
Frank ha cantato per lui anche in una sera di ottobre, ovviamente in versione live, sbucando dai cinque pollici dello schermo del mio smart phone, acquietando l’insofferenza e la sofferenza di una giornata infinita. Ha poi continuato a spostare leggermente l’aria della stanza che ne ha accolto le spoglie nelle ultime ore della sua permanenza tra noi. Per quasi due giorni la musica di Sinatra ha fatto da tappeto sonoro per le visite di parenti e amici, diluendo il loro stupore per una veglia irrituale, e ha provato persino a dare un senso terreno al grande mistero dell’eternità. Penso che da bambino considerassi mio padre come una specie di fratello minore di Frank Sinatra, sicuramente qualcosa di più di un semplice amico. Ascoltavo il racconto dell’ascensore super veloce dell’Empire State Building, poi quello del portabagagli immenso della Pontiac presa a noleggio, e poi ancora quello sulla goffa accoglienza degli italiani immigrati. Lo stesso racconto, ripetuto non so quante volte, sempre fedele alle versioni precedenti e, ciascuna volta, ringiovanito e rimesso a lucido dalla voce di Sinatra e dalla stessa voce di mio padre che, unico tra tutti i padri, secondo la mia visione di bambino parlava e cantava inamericano” e intonava il racconto di una vita, la propria, vissuta nell’unico modo possibile, cioè alla suamaniera”, incastonata in una storia che non ha mai perso occasione di rammentare quanto abbia picchiato duro.

E ora la fine è vicina / E quindi affronto l’ultimo sipario / Amico mio, lo dirò chiaramente
Ti dico qual è la mia situazione, della quale sono certo / Ho vissuto una vita piena
Ho viaggiato su tutte le strade / Ma più. Molto più di questo / L’ho fatto alla mia maniera
Rimpianti, ne ho avuti qualcuno / Ma ancora, troppo pochi per citarli
Ho fatto quello che dovevo fare / Ho visto tutto senza risparmiarmi nulla
Ho programmato ogni percorso / Ogni passo attento lungo la strada
Ma più, molto più di questo / L’ho fatto alla mia maniera
Sì, ci sono state volte, sono sicuro lo hai saputo
Ho ingoiato più di quello che potessi masticare
(ho fatto il passo più lungo della gamba)
Ma attraverso tutto questo, quando c’era un dubbio / Ho mangiato e poi sputato
Ho affrontato tutto e sono rimasto in piedi / L’ho fatto alla mia maniera
Ho amato, ho riso e pianto / Ho avuto le mie soddisfazioni, la mia dose di sconfitte
E allora, mentre le lacrime si fermano, / Trovo tutto molto divertente
A pensare che ho fatto tutto questo; / E se posso dirlo – non sotto tono
“No, oh non io / L’ho fatto alla mia maniera” / Cos’è un uomo, che cos’ha?
Se non se stesso , allora non ha niente / Per dire le cose che davvero sente
E non le parole di uno che si inginocchia / La storia mostra che le ho prese
E l’ho fatto alla mia maniera.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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