Francesco Guccini: “Via Paolo Fabbri 43” (1976) – di Fabrizio Medori

Francesco Guccini è il simbolo del cantautorato italiano degli anni settanta, rappresenta una decisa cesura con il panorama costruito nel decennio precedente dai rappresentanti della “scuola genovese” e dai milanesi. I primi avevano preso gran parte della loro ispirazione, e molti atteggiamenti esteriori, dagli chansonniers francesi, mentre gli altri si rifacevano soprattutto al Rock’n’Roll americano. La pianura emiliana, invece, sembra essere il perfetto punto di contatto tra la tradizione popolare e i nuovi cantautori di protesta americani, capitanati da Bob Dylan. Lentamente, ma inesorabilmente, Francesco Guccini crea un suo linguaggio letterario e musicale, ritagliandosi uno spazio commerciale che, probabilmente, neanche lui avrebbe potuto immaginare. “Via Paolo Fabbri 43” (1976) nasce da una profonda riflessione ed è sicuramente un punto di arrivo nella definizione dello stile gucciniano, con le sue oscillazioni tra Folk di stampo americano, incursioni goliardiche nel Rock’n’Roll, “musica da camerettaproletaria e qualche piccolo accenno di arrangiamento raffinato, sia che si usino delicate sonorità romantiche, sia che si spinga leggermente l’acceleratore in direzione di un certo Pop evoluto parente stretto del Jazz–Rock di quel periodo.
Gli strumentisti presenti nel disco testimoniano le tante ispirazioni musicali, che vanno dal Folk-Blues dell’americana Deborah Kooperman al chitarrista più poliedrico dell’intero panorama nazionale, Massimo Luca, capace di passare dall’accompagnare Lucio Battisti o Mina, fino a Guccini, Pierangelo Bertoli o i primi grandi successi di Fabio Concato. L’altro chitarrista è Giorgio Massimi, che si occupa delle elettriche. Chitarre e tastiere sono suonate anche da Maurizio Vandelli e le percussioni sono gestite da Maurizio Preti, ma il cuore del gruppo è formato da un trio straordinario, capace di creare, con pochi, magistrali tocchi, il sound perfetto per ogni singola canzone. Per anni Guccini si è avvalso della collaborazione del tastierista e arrangiatore Vince Tempera, del bassista e contrabbassista (degli Area) Ares Tavolazzi e del batterista Ellade Bandini. Il fido Pier Farri è il produttore cui spetta l’onere di scegliere le sonorità più adeguate a ciascun brano.
Si comincia con Piccola Storia Ignobile, una delicata ballata di stampo nordamericano, giocata su piccoli intrecci di chitarre, talvolta appena accennati, su un dialogo continuo tra batteria e percussioni, su un basso elettrico fretless particolarmente significativo e su una progressione armonica che contrasta il clima rilassato dell’arrangiamento. Ulteriore elemento di contrasto è il tema letterario della canzone, l’aborto, che non garantiva di certo passaggi televisivi e radiofonici, soprattutto in RAI. Il disco prosegue con Canzone di Notte n.2, che parte con una chitarra acustica arpeggiata dal forte accento Country. Il testo è il resoconto delle riflessioni del “Maestrone”, dei suoi dubbi e di qualche invettiva contro i perbenisti e le loro convenzioni. A questo punto è il momento di L’Avvelenata che, per un verso o per l’altro, è rimasta un po’ il manifesto della poetica gucciniana. Anche qui si comincia con un arpeggio di chitarra acustica, alla quale si aggiungono la ritmica, un bellissimo bassotuba e il banjo, in uno stile Country saltellante e allegro che contrasta con il testo amaro e irriverente.
Questa canzone ha rappresentato, per il cantautore di Pavana un cliché difficile da scrollarsi di dosso, un autoritratto nel quale ogni ascoltatore ha trovato una chiave di lettura dell’artista e dell’uomo, non sempre corrispondente alla realtà. Non contento di aver dato in pasto al suo pubblico una visione così intima di se stesso, Guccini pensa sia giusto intitolare tutto il disco e la canzone che segue con il suo vero indirizzo di Bologna: Via Paolo Fabbri, 43. L’impostazione musicale del lunghissimo brano è più Rock, accompagnato da una sezione ritmica dinamica, da una chitarra elettrica particolarmente incisiva, da un bellissimo pianoforte e da un’armonica Blues nel finale. Il testo è un flusso di coscienza pieno di citazioni più o meno esplicite, fra le quali spiccano quelle riservate alle protagoniste di canzoni di Antonello Venditti, Francesco De Gregori e Fabrizio De Andrè.
Canzone Quasi d’Amore ricorda certe atmosfere musicali care agli chansonnier francesi, e questo si sente sia nell’arrangiamento, giocato su piccoli e delicati interventi degli strumenti e su uno struggente uso degli archi, sia nel testo profondo e disilluso. Lo stile letterario di Guccini raggiunge, in questo disco, una dimensione perfettamente compiuta, come ne Il Pensionato, desolato ritratto di un umile lavoratore travolto dagli anni. Questo brano, scelto sapientemente per concludere tutto il disco è un ulteriore esempio di quanto la apparente semplicità della base musicale faccia da sostegno ad un testo significativo e poetico. Guccini fa suo lo stile di molto grande cantautorato internazionale e che in Italia ha avuto tanti esponenti eccellenti, ma lo fa con una personalità imponente, fatta di argomenti sociali e personali, di una musica che diventa più importante ad ogni ascolto e, soprattutto di una voce unica e inimitabile.

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