Francesco Guccini: “Folk Beat N° 1” (1967) – di Maurizio Pupi Bracali

Una voce, una chitarra e un po’ di luna, recita un’antica canzone napoletana nel ribadire quanto poco basta, utilizzando musica e parole, per ricreare atmosfere affascinanti e spargere creatività a piene mani. Oggi non sappiamo se c’era la luna in quelle notti del preistorico 1966 quando Francesco Guccini, non ancora Venerato Maestrone (detto senza alcuna ironia, ma incondizionata ammirazione) registrò il suo primo album “Folk Beat N° 1”, (pubblicato però nel 1967 per La Voce del Padrone), c’erano però sicuramente la sua voce ancora acerba e meno strascicata di quella della maturità e la sua minimale chitarra acustica ad accompagnarla in quella manciata di canzoni seminali e mai dimenticate. A dire il vero le chitarre, sempre acustiche però e sempre senza nessun altro orpello strumentale, erano tre poiché in diversi brani ad affiancare quella gucciniana vi erano quelle di Antonio Roveri e dell’americano Alan Cooper anche suonatore di un’armonica dylaniana come dylaniane erano le strutture di alcune di quelle canzoni influenzate senza dubbio da quelle del “menestrello di Duluth“.
È il caso di Talkin’ Milano, nella quale Alan Cooper si cimenta anche al canto (in realtà un recitato trattandosi di talking) in un brano che fa ironicamente il verso a quella Talkin’ New York del Bob Dylan di diversi anni prima. Anche In Morte di F.S., poi conosciuta meglio come Canzone per un’amica, possiede quell’andamento americaneggiante che ritroveremo ancora più accentuato nei live di Guccini in una forma praticamente country. E oltre il divertito e divertente blues emiliano di Statale 17 questo primo album, così variegato e composito, contiene già tutti gli stilemi che ritroveremo nel microcosmo gucciniano: la satira irridente e cabarettistica – che riscopriremo in “Opera Buffa” (1973) – de il Sociale e de Il 3 Dicembre del ’39, le invettive antiborghesi de L’Antisociale in futuro più compiute, violente e incazzose ne L’Avvelenata e in Cirano, le canzoni di morte quali La Ballata degli Annegati, la mitica Auschwitz e la già citata In Morte Di F.S.. Anche la canzone ecologica e futuristica (oggi si direbbe distopica) ancor prima del superclassico Il Vecchio e il Bambino contenuto nello splendido “Radici” (1972), trova spazio in questo disco nella forma di Noi non ci saremo e L’Atomica cinese.
E ancora, Venerdì Santo, col suo minimale giro di do che ogni principiante chitarrista sa ben emulare, si pone nella blasfemia sacrilega (ma solo per i bigotti) di descrivere un rapporto sessuale durante la celebrazione della morte di Cristo. E se le aride cronache del tempo raccontano di come Guccini non poté firmare alcuni brani non essendo ancora iscritto alla SIAE, della scelta di utilizzare in copertina solo il suo nome di battesimo, e se alcune note, accordi, o addirittura frasi testuali fossero stati suggeriti da terzi, poco importa. In questa decina di canzoni fatte solo di pochi e semplici accordi, di parole già ficcanti e incisive e di un paio di chitarre acustiche, c’è già tutto il Guccini che impareremo ad amare durante la sua lunga e stupefacente carriera. Certo, non era ancora il Venerato Maestrone di cui si diceva ma era comunque già a buon titolo salito in cattedra ad impartire lezioni di musica e di civiltà. Il numero uno evidenziato nel titolo poteva far presagire un vol. 2 che invece apparve nel 1970 con l’intestazione “Due Anni Dopo” secondo, e altrettanto valido capitolo, della straordinaria discografia di questo indiscusso protagonista della canzone d’autore italiana.

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