Francesco De Gregori: “Pablo” (1975) – di Cinzia Pagliara

L’Italia vista dai finestrini di un treno le era sempre sembrata più bella, nonostante la velocità era sempre come in un film al rallentatore: le coste frastagliate macchiate di verde e fiori dai colori spavaldi, il mare che sapeva trovare sfumature sempre diverse, luccichii e nebbie, schiume e ondulazioni che coincidevano o cozzavano con gli stati d’animo degli occhi che osservavano da dietro il finestrino. Il buio improvviso delle gallerie e lei che provava a trattenere il fiato fino a quando non finiva il buio, e se riusciva il desiderio si avverava… alcune erano così lunghe da sentirsi male, e allora desisteva, e riprovava ancora. Infiniti viaggi in seconda classe, uno zaino in spalla, un borsone con dentro quello che basta quando si è ragazzi, un quaderno per fermare i pensieri e buttare giù parole, una macchina fotografica usa e getta.
Vagoni con velluti consumati e polverosi, odore di ferro e tempo andato, il rumore ritmico e ipnotico sulle rotaie, indimenticabile e malinconico. E poi la gente. La gente dei vagoni di seconda classe, con sempre qualcosa di dolce da offrire: la crostata con la marmellata fatta dalla nonna, una ciambella che ancora tratteneva il calore di casa, biscotti da sgranocchiare, con un retrogusto di anice o di cannella. La gente che va via o che torna perché è estate, è Natale, è la festa del santo patrono, è il matrimonio del fratello, è nato un nipote. Vite allontanate ma mai separate davvero. Vite semplici eppure complicate. Vite con una voglia impellente di raccontarsi. Di essere.
Come quel ragazzo magro che sedeva davanti a lei, insieme a suo fratello. Capelli castani, un po’mossi e un sorriso appena accennato. “Mi chiamo Pablo”: le aveva offerto della cioccolata tedesca e poi aveva iniziato a parlare, come se fosse la conseguenza logica, come se fossero due amici che si erano ritrovati dopo tanto tempo. Le aveva mostrato le ferite sulle mani e una sulla tempia, le aveva raccontato dell’incidente mentre tornava a casa dai suoi con la macchina nuova, una macchina bella, grande, ma soprattutto, ripeteva, “nuova”: il segno che ce la stavano facendo, che essere andati via aveva un senso. Poi, chissà come, era successo qualcosa all’improvviso e la macchina non c’era più, distrutta. Ma loro erano vivi, ripeteva, e così ritornavano in treno, come sempre. Come sempre. Piangeva. Non era rabbia, era proprio dolore.
Lacrime libere davanti ad una sconosciuta che d’un tratto era la custode di un‘emozione preziosa. Non servivano parole, che non c’erano, comunque, perché quali sono le parole che possono dare un senso ad un perché che non può averne? Lei ascoltò quelle lacrime con un silenzio che le accoglieva, chiuse gli occhi per conservarle nella memoria. Era sceso il buio: sdraiata sulla cuccetta (quanto le aveva amate da bambina) con lenzuola di carta e coperte da trincea, gli strinse la mano per tutta la notte. Quando arrivarono alla stazione si abbracciarono a lungo, sapendo che mai più si sarebbero rivisti, e che mai più si sarebbero dimenticati di quel “ritorno”. Molti anni dopo lei ripensò a quel viaggio e desiderò salire su un treno: non le importava l’alta velocità, andava bene un vagone di seconda classe con i sedili consumati e polverosi, con il rumore di ferro che corre, con finestrini da cui guardare. Partire e incontrare un paio di occhi a cui raccontarsi senza nascondere le lacrime, e poi addormentarsi tenendosi per mano. Poi accese il computer e cominciò a scrivere.

Mio padre seppellito un anno fa / Nessuno più coltivare la vite
Verde rame sulle sue poche, poche unghie / E troppi figli da cullare
E il treno io l’ho preso e ho fatto bene / Spago sulla mia valigia non ce n’era
Solo un po’ d’amore la teneva insieme / Solo un po’ di rancore la teneva insieme
Il collega spagnolo non sente e non vede
Ma parla del suo gallo da battaglia e la latteria diventa terra
Prima parlava strano e io non lo capivo / Però il pane con lui lo dividevo
E il padrone non sembrava poi cattivo / Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo
Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo / Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo
Hanno pagato Pablo, Pablo è vivo / Con le mani, io, posso fare castelli
Costruire autostrade e parlare con Pablo / Lui conosce le donne e tradisce la moglie

Con le donne ed il vino e la Svizzera verde / E se un giorno è caduto, è caduto per caso
Pensando al suo gallo o alla moglie ingrassata come da foto
Prima parlava strano e io non lo capivo / Però il fumo con lui lo dividevo
E il padrone non sembrava poi cattivo / Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo

Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo / Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo / Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo, vivo, vivo, vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo / Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo
Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo / Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo

Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo, vivo, vivo, vivo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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