Fifty Foot Hose: “Cauldron” (1968) – di Piero Ranalli

Mentre nella San Francisco del 1967 l’interesse gravitava intorno ad artisti del calibro di Grateful Dead, Jefferson Airplane, Quicksilver Messenger Service e Janis Joplin, c’erano in realtà un numero di altre band locali che erano attive e non stavano ancora catturando la scena. Tra queste, tuttavia, una band era di gran lunga la più bizzarra e sperimentale di tutte. Quell’onore va ai Fifty Foot Hose, frutto dell’eccentrico fondatore Louis Cork Marcheschi il quale, influenzato ed estremamente colpito da compositori sperimentali come: Edgar Varese, John Cage, Terry Riley, George Antheil, Don Buchla; si autocostruì un apparato elettronico formato da una combinazione di elementi come: due theremin, svariati microfoni e fuzzbox, generatori di suono a valvole, un Hohner Echolette e un altoparlante esterno da 12’’ di una portaerei della seconda guerra mondiale, con il quale era in grado di produrre suoni stravaganti, capaci di imitare uccelli robotici, cinguettii sottomarini profondi, frenetici serpenti a sonagli, inquietanti strilli di animali e altri simili effetti acustici. In seguito si unirono a lui David Blossom (chitarra, pianoforte) e Nancy Blossom (Voce), Larry Evans (chitarra, voce), Kim Kimsey (batteria, percussioni) e Terry Hansley (basso), con i quali iniziò le prime sperimentazioni che si avvicinavano ad una fusione tra rock con strumenti elettronici e idee compositive d’avanguardia.
Nel 1968 uscì il loro primo ed unico album “Cauldron(Limelight 1968), una sorta di folk psichedelico con alcuni elementi jazz e arricchito con effetti sonori elettronici primitivi. Non avrebbero potuto scegliere un titolo più azzeccato di questo, che vuol dire “calderone”: in effetti è simile ad una pentola bollente nella quale vengono cucinate per la prima volta tra di loro idee differenti e coraggiose, potrebbe benissimo essere considerato il primo album di rock sperimentale nel continente nordamericano, infatti è precedente anche al più famoso album degli The United States of America del grande Joseph Byrd. Di sicuro grandi pionieri dell’avvento dell’elettronica nella musica pop, e per questo anticipatori dei più influenti generi degli anni 70 (uno su tutti il krautrock). Un debutto discografico che all’epoca fu strabiliante e rimane strabiliante fino ad oggi. LouisCorkMarcheschi aveva già cercato, con la sua vecchia band, R&B The Ethix, di realizzare i suoi esperimenti sonori con il bizzarro singolo del 1966 intitolato Bad Trip, che poteva essere suonato sia a 33 che a 45 giri. Cork, come Frank Zappa, era stato influenzato dalle opere di Edgard Varese: aveva assistito ad un’esecuzione del “Poem Electronique” di Varese nel 1962 e, fu soprattutto questo che grandi quantità di acido lisergico, a influenzare le sue direzioni musicali.
Ad ogni modo, sebbene gli interessi di Marcheschi erano più in sintonia con i mondi sperimentali d’avanguardia di Edgar Varese, John Cage o Terry Riley piuttosto che con i Jefferson Airplane, insieme ai suoi compagni d’avventura riuscì ad amalgamare le sue selvagge tendenze con canzoni folk rock beatnik abbastanza orecchiabili che arricchì con i toni vorticosi ed inquietanti dei suoi strumenti elettronici fatti in casa. Dave Blossom portò, con il suo approccio 
psichedelico alla chitarra jazz, un po’ del sound jazz di Miles Davis, mentre Nancy interpretò il suo ruolo in modo davvero straordinario ed originale rispetto alla sua contemporanea e più familiare Grace Slick. Inoltre, l’ibridazione rock elettronica dei Fifty Foot Hose è stata citata anche, come loro influenza principale nei rispettivi suoni, da molte band successive tra cui Pere Ubu, Chrome e Throbbing Gristle. Purtroppo, come con qualsiasi musica così bizzarra e poco strutturata, godettero di pochissimo successo durante quel periodo, ma ebbero un piccolo seguito di culto che contribuì a far arrivare alla band – tranne Marcheschi – un contratto redditizio che li portò ad unirsi al cast della produzione musicale “Hair” (1979). Marscheschi, dal canto suo, rinunciò alla sua carriera musicale per diventare uno scultore di fama mondiale.
L’album si apre con And after, un rombo profondo che potrebbe far pensare ad un guasto improvviso al proprio impianto Hi-Fi, ma l’elettronica lentamente decolla per condurre alla deriva nello spazio come se una navicella avesse perso il controllo. Così la seconda traccia, If Not This Time, diventa la prima canzone vera e propria, orecchiabile anche se un po’ inquietante, con la voce di Nancy Blossom che echeggia continuamente attraverso l’immagine stereo. La musica è una sorta di psichedelia in stile acido con rumori elettronici di fondo che fanno da cornice. Durante questo breve viaggio si incontrano pennellate in stile jazz eccentrico che, musicalmente, rendono strano il brano, ma nel complesso risulta uno dei pezzi più accessibili. Opus 777 è da considerare più un breve interludio elettronico che introduce il brano che segue, The Things That Concern You. Una traccia di pop psichedelico che vede Larry Evans alla voce mentre Marcheschi si prende estrema libertà con l’equipaggiamento elettronico. Di nuovo un intermezzo surreale di suoni elettronici, Opus 111, che fa da ponte al brano successivo. Red The Sign Post è la canzone più rock ed aggressiva del disco, con riff di chitarra blues e le vocalizzazioni selvagge e taglienti di Nancy Blossom. Aseguire un’altra divagazione elettronica di pochi secondi, For paula, a cura di Marcheschi. Con Rose le cose si calmano piacevolmente con una sorta di pezzo dal sapore soft-jazz. Tutti i membri della band si esibiscono in modo superbo, creando un paesaggio sonoro interessante con Cork che dipinge ovunque con la sua pasta elettronica. Arriviamo così a Fantasy, che fa da apertura al lato B di questo album singolare.
Questa traccia può letteralmente definirsi rock psichedelico progressivo, in quanto una singola linea di basso inizia un viaggio in più parti verso l’ignoto e, mentre il basso prosegue in una passeggiata ostinata, l’elettronica diventa più irrequieta, così come i frenetici rulli di batteria, mentre la mente si scioglie e cede all’ipnosi, con un caos elettronico che cinguetta come fanno gli uccelli impazziti. Dopo alcuni minuti cambia bruscamente in un segmento di chitarra rock 
blues psichedelico  che culla l’ascoltatore e Nancy si unisce per cantare sulla sua sanità mentale prima che l’acido finalmente colpisca ed il brano letteralmente si dissolva. God Bless the Child, una canzone di Billie Holiday in cui Nancy Blossom ha di nuovo la possibilità di mostrare il suo talento vocale, abbastanza fedele all’originale, tranne che per gli effetti sibilanti elettronici. Una piacevole reinterpretazione. L’esperienza sonora più selvaggia è affidata a Cauldron che ha il compito di chiudere l’album. Finale che viaggia attraverso un caos totale e l’avanguardia viene liberata dal guinzaglio mentre Nancy canta in modo irregolare. Uno stile vocale che ricorda molto l’avant-prog degli anni 70. Una linea di basso jazz spesso punteggia l’elettronica e in sottofondo si può sentire qualcuno che ha avuto un brutto viaggio.

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2 pensieri riguardo “Fifty Foot Hose: “Cauldron” (1968) – di Piero Ranalli

  • Settembre 11, 2021 in 10:27 pm
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    This is a very nice review. The writing captures the spirit of the moment and the band. Thanks!
    David and I were the band. it was our vision and dream. In our live performances, we got very close
    the transformative energy week wanted. Saddly, there is no film or viseo if the band playing?
    Over the past 20 years, David, Kimsey and Larry have all died. We never had a steady bass player
    and Nancy is on the east coast some where?

    Thanks for taking an interest in the band. My experience with the Fiftty foot hose has been extrordinary.
    And it is still going on. Cork

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    • Settembre 12, 2021 in 1:04 pm
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      Thank you Cork for appreciating the review. Your band has been an inexhaustible source, and always will be, for many musicians, including myself who found the right fusion between experimentation and psychedelic rock in your approach. Really great, a hug Piero.

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