Far Out: “Nihonjin” (1973) – di Piero Ranalli

Far Out è stata una di quelle band giapponesi che ha avuto la capacità di influenzare la scena psichedelica occidentale e nel contempo di aggiungere nuove idee e freschezza nella composizione. Ben coscienti delle loro radici e tradizioni, hanno saputo sviscerare con eleganza e determinazione un’opera musicale di grande spessore che si va a collocare, senza ombra di dubbio, accanto a quelle di altre band operanti in ambito psichedelico/cosmico come Ash Ra Tempel, senza esserne assolutamente offuscata… anzi! Con questo collettivo di musicisti “frikkettoni”, diedero vita solo a questo album intitolato “Nihonjin” – popolo giapponese – (Denon 1973), in seguito si trasformarono in un altro gruppo chiamato The Far East Family Band, che ebbe in comune con la precedente formazione solo il chitarrista cantante Fumio Miyashita, unico legame tra le due band. Ad impreziosire il fascino di questa gemma c’è una copertina che con la sua semplicità disarmante contribuisce ad alimentare un sentimento di desolazione che serpeggia lungo le trame del disco: un filo teso sul quale è appeso un guanto bianco, su uno sfondo omogeneo tendente al colore ciano. L’album è composto da due lunghe tracce, Too many people e Nihonjin.
Too many people inizia con un semplice battito percussivo e poi lascia il posto a delle raffiche di moog che simulano un vento in tempesta. Dopo un paio di minuti una delicata chitarra acustica si materializza lentamente mentre la turbolenza atmosferica si allontana. Una bella progressione di accordi si sviluppa lentamente in modo ripetitivo ma altamente melodico in una delicata serie di arpeggi. Dopo alcuni minuti il ​​cantante si unisce all’atmosfera portando malinconia e lamento. La lunga traccia inizia a prendere forma attraverso passaggi strumentali che iniziano morbidi fino ad arrivare ad accordi rock molto incisivi che includono anche scale orientali. In seguito il brano diventa un raga indiano con un sitar che suona come lo strumento principale mentre gli accordi prepotenti della chitarra ed un tamburo continuano a risuonare in maniera ritualistica portando progressivamente ad uno stato di trance. All’improvviso tutto si ferma, ma la chitarra acustica ritorna agli arpeggi di apertura mentre un assolo di chitarra appassionato porta lentamente la traccia su nuovi orizzonti. Il cantante riprende il lamento iniziale facendo planare il brano verso la fine con cori molto ispirati.
Nihonjin si apre con suoni di gong ed una linea di chitarra stoppata che fanno da sottofondo ad un sitar che introduce una batteria leggera insieme ad una voce sempre molto malinconica ed un arpeggio di chitarra liquido, in seguito torna un sitar solitario che insieme alla batteria guida un assolo di chitarra verso paesaggi psichedelici. Mentre questo duetto continua a mò di jam impostata su un raga indiano, arriva di nuovo un sitar che devia l’atmosfera verso toni più drammatici, il cantante inizia a recitare un canto mentre il sitar diventa subordinato al suo incantesimo. La chitarra e il basso si uniscono e aggiungono potenza ai canti, la lingua è ora in giapponese (inglese nel brano precedente) e questo stile musicale porta la traccia alla sua conclusione. I canti si ripetono come se fossimo in un bizzarro rituale, anche gli assoli di chitarra vengono evidenziati, così come le vocalizzazioni di sottofondo. L’intensità continua fino ad un certo punto e poi termina bruscamente. Entrano i tamburi, un organo Hammond, un flauto ed un sitar in un tradizionale stile musicale giapponese che conducono lentamente alla tanto agognata conclusione, stupenda!
Un album scarno, asciutto, essenziale, volutamente povero in dettagli e descrizioni, in poche parole una perla Zen in grado di evocare nell’ascoltatore visioni dall’umore decisamente insolito e inatteso, perché provenienti da una terra caratterizzata da un misticismo volto ad evocare divinità irate e pacifiche, quelle, appunto, indicate nel “Libro tibetano dei morti”. Un lavoro introverso che ci conduce nelle lande profonde e isolate del nostro inconscio, a tratti scomodo, spigoloso, delicato, leggero, incisivo, comprensivo di tutte quelle sfaccettature contrastanti obbligate a convivere insieme perché parti integranti della stessa matrice.

Line-up: Fumio Miyashita: voce, chitarra acustica, armonica, moog.
Eiichi Sayu: chitarra, organo hammond, cori.
Kei Ishikawa: basso, sitar, voce.
Manami Arai: batteria, nihon daiko, cori.

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