Fabrizio De Andrè: “Un chimico” e “Un ottico”… l’eterno inganno della tecnica – di Valter Di Giacinto

Totò la definiva ‘a livella, per la natura che ha la morte di essere inesorabile pareggiatrice dei divari più o meno appariscenti che caratterizzano le esistenze delle singole persone nel corso della loro vita. Ed è sostanzialmente questa anche la prospettiva sposata da Edgar Lee Masters nell’Antologia di Spoon River e ripresa da De André in “Non al denaro non all’amore né al cielo” (1971), opere il cui intento primo è appunto quello di mostrare come tutte le più disparate traiettorie terrene convergano infine nello stesso punto, la collina dove giacciono, tutte parimenti immobili e depotenziate, le anime di coloro che furono vivi e che adesso affrontano l’eternità in un perenne debriefing (come lo definì brillantemente Vic Chesnutt), un minuzioso resoconto dell’accaduto, una puntuale ricapitolazione che segue l’inevitabile capitolazione di ciascuno di fronte alla falce della triste mietitrice. Alla disparità delle condizioni umane contribuisce tuttavia, e non poco, la Natura stessa che, per finalità sue proprie e imperscrutabili, ha la necessità di coltivare un certo grado di diversità non solo tra specie differenti ma anche tra gli individui della stessa specie, diversità, queste ultime, che poi gli uomini hanno invariabilmente letto in termini di superiorità di alcuni e inferiorità di altri.
Da qui l’origine dei sentimenti contrapposti della superbia e dell’invidia, entrambi ben rappresentati sulla collina, il primo dal matto e dal blasfemo, persone che fanno della loro (presunta e auspicata) superiorità intellettuale e morale un trofeo da sfoggiare di fronte alla mediocrità della gente comune, mentre il secondo, l’invidia, traspare nettamente nelle vicende umane del giudice nano e del malato di cuore (sebbene quest’ultimo si riscatti da tale condizione con il suo ultimo gesto di abbraccio alla vita). Se la Natura è dispensatrice inesorabile di imperfezione e sofferenza nei singoli saranno allora la scienza e la tecnica a riscattare le esistenze umane, sottraendole alle angherie del caso? A tale domanda tentano di rispondere due dei rimanenti protagonisti dell’album di De André: il chimico e l’ottico. La tecnica coltivata dal chimico avrebbe mirato, per sua esplicita ammissione, a renderlo immune dalle asperità del fato, che invariabilmente segnano, secondo natura, le vicende personali di ognuno, ponendolo al riparo dal mondo all’interno di un ambiente sterile dove le reazioni tra gli elementi sono, almeno apparentemente, tutte rigorosamente sotto controllo. Quella che porta il chimico alla follia è quindi la stessa illusione perversa della scienza moderna, inaugurata da Bacone, Galileo e Cartesio, che si nutre della convinzione che l’aver ridotto l’intero regno della fisica a un insieme di formule matematiche rigorose avrebbe infine reso l’uomo pienamente padrone del proprio destino.
Ma il mondo della Natura inizia purtroppo esattamente lì dove formule ed equazioni perdono fatalmente la loro presa sul reale. A fronte del peccato mortale di essersi illuso di poter tener fuori il caso (e quindi la vita stessa) dal suo laboratorio, toccherà quindi al chimico il fatale e inevitabile contrappasso di vedersi perire in un esperimento sbagliato. La follia di Dippold, l’ottico, appare meno ingenua di quella del chimico. Il suo epitaffio, innanzitutto, si distingue da tutti gli altri dell’Antologia di Spoon River in quanto è scritto al tempo presente e, addirittura, nel verso di chiusura, al futuro (“faremo gli occhiali così!“). Ma che futuro possono avere le salme dei defunti accatastate una a fianco all’altra sulla collina che ospita il cimitero di Spoon River? Ovviamente nessuno e, infatti, il futuro dell’ottico si svela immediatamente come intessuto interamente nella dimensione del desiderio destinato a restare perennemente inappagato. Ha di conseguenza la stessa natura del passato, del già visto, dell’eternamente uguale a se stesso. Nella versione datane da Faber il personaggio disegnato da Lee Masters perde quindi opportunamente il nome, in modo che ne risulti ulteriormente accentuato il carattere di archetipo fisso e immutabile.
Nella figura dell’ottico, al pari di quella del chimico, riecheggiano chiaramente i miti greci di Prometeo e Icaro. Il primo, come noto, rubò la tecnica agli Dèi per farne dono agli uomini, impietosito dalla sciagurata condizione di esseri nudi e indifesi in cui erano stati lasciati dal fratello Epimeteo, incaricato da Zeus di distribuire a tutti gli animali mezzi sufficienti ad assicurarne la sopravvivenza. Ma la tecnica finisce prima o poi per inorgoglire l’uomo, spingendolo a volersi rendere simile al Dio. Perciò a Prometeo toccò la punizione esemplare che conosciamo. Intanto l’uomo si era tuttavia appropriato delle capacità tecniche e iniziò quindi ben presto a voler strafare, come accadde a Icaro che, munito di ali posticce, volle volare fino al sole, precipitando infine rovinosamente in mare allorché si fuse la cera delle ali costruitegli dal padre Dedalo. Quest’ultimo, rimanendo basso nel volo, giunse invece a destinazione, riuscendo nell’intento di fuggire con successo dal labirinto in cui erano stati entrambi confinati. Non è la tecnica in sé quindi che condanna, per i greci, ma la tecnica che si trasforma in trampolino su cui l’ego umano si illude di poter far leva per promuovere il proprio delirio di onnipotenza. In quest’ultimo caso spetterà allora alla Natura svelare ben presto, e in maniera inesorabile, la fattura inconsistente delle ali con cui l’uomo vorrebbe elevarsi al di sopra della propria condizione terrena e mortale.
Conscio della possibilità del fallimento, della resistenza insormontabile che alla fine la Natura oppone al desiderio di onnipotenza dell’uomo (ed è per questo che la sua follia si presenta di grado più avanzato rispetto al caso del chimico, in quanto assai meno ingenua), l’ottico, non potendo alterare l’essenza stessa del mondo, decide allora di frapporre fra la Natura e il proprio desiderio di dominio assoluto un filtro che ne elimini tutte le asperità, in primis questa assurda pretesa della Natura di sottrarre a suo piacimento la vita (e la visione!) all’individuo, condannandolo all’eterna oscurità della sepoltura (“Vedo che salgo a rubare il sole per non aver più notti”). Nel mondo progettato dall’ottico non vi sarà allora più alcuna possibilità di sperimentare il fallimento. Icaro non cadrà mai più in mare o, meglio, il cadere stesso verrà eliminato dal novero di ogni possibile vissuto personale, perché le lenti magiche finalmente approntate impediranno all’uomo di farne esperienza diretta.
Di conseguenza, la luce avrà sempre la meglio sulle tenebre, almeno fino al momento in cui si sarà tutti convocati sulla collina e, con la morte, calerà definitivamente il sipario sui nostri occhi. Ma la collina in fondo non esiste, se nessuno la vede. Brutta bestia, la Natura. Se non la conosci la eviti, provando a farti scudo di una tecnica che, se non è esattamente in grado di plasmare il mondo a tua immagine e somiglianza, riesca almeno a dartene l’illusione. Ma come avevano compreso benissimo gli antichi greci, confidare oltre misura nella tecnica equivale a condannarsi all’inesorabile fallimento. Solo se conosci la Natura (e quindi la tua propria costituzione profonda) e, come fa il suonatore Jones, la accetti, accontentandoti di lenirne le asperità con le dolci note del flauto, hai qualche speranza di raggiungere alla fine gli altri sulla collina senza un pesante fardello di rimorsi e di rimpianti.

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