Fabrizio De Andrè: “Rimini” (1978) o della presa di commiato – di Valter Di Giacinto

“Era il lontano 1975 quando Fabrizio De André e Dori Ghezzi acquistarono da un’amica la tenuta dell’Agnata. Centocinquanta ettari misti di boschi, pascoli e coltivazioni, con un vecchio casale di pastori, dove realizzare un’azienda agricola con allevamento di vacche da latte. All’epoca l’Agnata era ancora soltanto uno “stazzu”, un appezzamento semi abbandonato con il casale tipico gallurese in granito, risalente alla fine dell’Ottocento e affondato in una foresta di querce sempreverdi. Nei mesi successivi all’acquisto inizia la lunga fase di ristrutturazione, durante la quale la famiglia vive un’esperienza indimenticabile, di progettualità e ricongiungimento con la natura, scandita da lunghe notti al solo lume di candela, senza telefono, in un terreno aspro e abbandonato. Il progetto di andare a vivere in Sardegna, in previsione anche della nascita della figlia“Luvi”, si concretizza dopo tre anni, quando nel luglio del 1979, tra una tournée e l’altra, la coppia si trasferisce definitivamente all’Agnata” (1)
L’album “Rimini” (1978) segnò uno snodo importante nello sviluppo del discorso artistico di De André, rispecchiando un punto di svolta altrettanto cruciale nella sua biografia. La realizzazione dell’opera coincise infatti con il periodo in cui Faber, ponendo le basi per la sua definitiva presa di commiato dal milieu borghese delle proprie origini, intraprese un percorso di vita radicalmente nuovo, che lo avrebbe visto di lì a poco trasferirsi definitivamente presso la tenuta dell’Agnata, nell’entroterra della Gallura, assieme alla nuova compagna Dori Ghezzi, che sposerà in seguito proprio a Tempio Pausania, nel 1989. Stufo di vedersi tristemente ridotto, come aveva cantato in Amico fragile, a barattare la propria chitarra per “una scatola di legno” che, nel proclamare la propria definitiva sconfitta, prefigurasse una qualche forma di  altrettanto ultimativa assoluzione, a metà degli anni 70, alla ricerca di un arcaico senso di autenticità contadinaFaber decise, con il fondamentale appoggio e la condivisione da parte della sua nuova compagna, che era giunto il momento di provare a uscire una volta per tutte dalla “nuvola rossa” in cui era stato spesso costretto a “evaporare” in passato, nel disperato tentativo di segnare una distanza rispetto all’ipocrita società borghese di cui, per quanto recalcitrante, si era a lungo trovato in passato a indossare i panni e condividere le sorti. 
Sebbene fosse giunto solo da poco in Sardegna, in lui si sviluppò sin da subito un particolare attaccamento per la nuova terra di elezione e per il suo popolo, schietto e genuinamente accogliente dietro le apparenze rudi e prive di fronzoli. Ne fornisce, secondo chi scrive, un’iniziale e bella testimonianza l’inclusione nella raccolta del brano Zirichiltaggia, che vede il cantautore cimentarsi per la prima volta col dialetto isolano, inaugurando una vena, quella della scrittura in vernacolo, che si rivelerà estremamente fruttifera nel decennio successivo. Il viaggio da Genova all’entroterra agricolo e pastorale sardo, di per sé di entità geografica trascurabile ai tempi nostri, segnò tuttavia un distacco tale all’epoca, rispetto alla propria precedente condizione urbana, borghese e acculturata, da rappresentare per lui, a tutti gli effetti, un vero e proprio approdo in un nuovo mondo, sulla scia di quello memorabile che portò nel 1492 la spedizione di Cristoforo Colombo a sbarcare nelle “Indie occidentali”. E proprio il navigatore genovese veste i panni del protagonista nel brano che dà il titolo alla raccolta, in cui lo vediamo anziano aggirarsi in portantina tra le vie di una città ignota, collocabile da qualche parte tra la Romagna e il West, dispensando pillole di saggezza a un pubblico che appare assai poco propenso ad approfittarne.
Rimini è interamente segnato da una satira pungente, che si accanisce ancora una volta sui rituali di un’imbarazzante “modernità” (non a caso è proprio lo sbarco di Colombo nelle Americhe a segnare tradizionalmente l’inizio dell’era moderna), rappresentata come perennemente intenta a disfarsi di terre promesse e mai mantenute, ad abortire figli e  ideali, salvo poi ritrovarsi puntualmente in seguito a “guardarli con dolcezza”, mista a una strisciante rassegnazione, come quella che si legge negli occhi di Teresa, ormai secchi e privi di lacrime. Le tematiche sviluppate nella canzone sono, a ben guardare, quelle già approfonditamente trattate, e con esiti memorabili, in Amico fragile, dove pure l’immagine dell’aborto “per noncuranza” appariva aleggiare in maniera oppressiva (“Lo sa che io ho perduto due figli? Signora lei è una donna piuttosto distratta”). Muta tuttavia radicalmente la prospettiva in cui si colloca adesso il narratore. Quanto era inestricabilmente coinvolto il protagonista di Amico fragile, ubriaco tra gli ubriachi e alienato tra gli alienati, altrettanto vediamo ora il Poeta porsi, con ironico e quasi sereno distacco, in contemplazione di un mondo che, rispetto a se stesso, appare ormai allontanarsi sempre più all’orizzonte. Il senso è quello di un distacco ormai risolutivo, come rimarcato dal coro che, nel ritornello del brano, nell’invocare ripetutamente il nome della città stessa, sembra voler affermare una presa di commiato conclusiva, affidata al vento nel placido allontanarsi della nave diretta nel “nuovo mondo” dalla bocca del porto.
Nessun nostalgico rimpianto, quindi, per l’epoca dei giochi fanciulleschi e delle prime adolescenziali inquietudini affiorate tra le file sterminate degli ombrelloni, sotto l’occhio complice dei bagnini. Se nella canzone l’atteggiamento psicologico appare quindi profondamente mutato, rispetto alla precedente Amico fragile, alla scomparsa dell’angoscia non vediamo tuttavia subentrare ancora una nuova e definitivamente matura consapevolezza. Si resta, a ben guardare, ancora in mezzo al guado: la partenza ha consacrato il distacco dai vecchi e stantii lidi, ma l’approdo su nuove e più feconde spiagge appare ancora da conseguire. Per il momento, ciò nondimeno, si respira profondamente, ci si guarda indietro e si osserva con distacco ciò che si era fino a ieri, mentre matura lentamente il proposito di essere d’ora in poi altro e, auspicabilmente, meglio. Nella terra selvaggia di Gallura, ad aspettare l’uomo e l’artista saranno presenti in due: il Dio dei pascoli e delle quercete e il demonio dell’anonima sequestri.
La prova sarà durissima, come è facile immaginare, ma anche decisiva e, soprattutto, sarà vinta. I frutti, sul versante artistico, non tarderanno ad arrivare e matureranno copiosi già dall’album successivo, che vedrà un pellerossa a cavallo fare sfoggio di sé in copertina, a sancire, stavolta sì, l’approdo definitivo nel “nuovo mondo”, immagine di una terra finalmente non solo promessa ma anche mantenuta. Dell’amico fragile e smunto lasciato dall’altra parte dell’oceano e osservato in Rimini allontanarsi progressivamente all’orizzonte, mentre lo sguardo si volgeva un’ultima volta indietro nel momento in cui venivano salpati gli ormeggi da una riviera ormai definitivamente preda del più bieco consumismo di massa, rimarrà allora poco più di un tenero ricordo. Si aprirà da lì in poi la stagione della definitiva acquisizione di una piena consapevolezza di sé, dell’affermazione risolutiva dell’uomo autentico che c’è in ciascuno, e quindi anche in sé stessi. Dell’ossessione feticistica per il possesso, che aveva marchiato in maniera subdola e strisciante il proprio passato borghese, finirà per perdersi finanche la memoria. Sentiremo Faber, infatti, esordire sin da subito proclamando a gran voce che “quello che non ho è quel che non mi manca”
. Ma su questi sviluppi, in parte frutto di un repentino e inatteso scherzo del destino, sarà opportuno ritornare in seguito in maniera più approfondita.

(1): da https://www.agnata.com/la-storia/

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