Fabrizio De Andrè: “La guerra di Piero” o dell’abortita presa di coscienza collettiva – di Valter Di Giacinto

Platone insegnò all’Occidente che l’ideale poteva essere pensabile, intelligibile. Aristotele, sulle orme del Maestro, si spinse in seguito più a fondo, mostrando come l’ideale dovesse non solo essere pensabile ma anche possibile, ovvero di come fosse necessario che in esso non fossero violati i principi sommi della logica. Ma non si fermò lì. Non tutto ciò che è logicamente possibile lo è infatti anche concretamente. All’interno dello spazio del possibile, lo Stagirita individuò allora quello, più ristretto, del potenziale, ovvero l’insieme di tutto ciò che ha in sé stesso potenza effettiva di tradursi in atto. Un uovo di gallina, fino a che rimane all’interno del corpo dell’uccello, è possibile che diventi un pulcino, ma non ne ha ancora piena potenza. Potrebbe infatti venire deposto senza essere stato fecondato, nel qual caso esso non darebbe mai vita a un pulcino. Un uovo fecondato è invece potenzialmente già un pulcino. Non lo è ancora concretamente, perché è necessario che attorno ad esso si formi il guscio, che venga in seguito deposto e mantenuto per il tempo necessario a una temperatura favorevole a consentirne infine la schiusa, ma l’uovo fecondato ha “in sé” il pieno potenziale di farsi pulcino. In italiano, per tutto ciò che non solo è logicamente possibile ma che ha anche un potenziale concreto di esplicarsi e che, ciò nonostante, non giunge ad attuarsi, esiste un termine assai preciso ed efficace: si chiama aborto. L’aborto, reale o figurato che sia, è tema ubiquo nell’opera di De André e, a una lettura attenta, ne La Guerra di Piero (1964) appare costituire prevalentemente la denuncia di un caso paradigmatico di aborto, di un potenziale rimasto tragicamente inespresso. La canzone non è infatti riducibile a una semplice denuncia della brutale assurdità di ogni conflitto, osservato stavolta dal punto di vista dei poveracci spediti al fronte, al macello, costretti ognuno a uccidere per non finire a sua volta ucciso nello scontro
Il testo di Faber ci consente infatti di andare oltre e di scorgere il nascere e il primo radicarsi di un’autocoscienza nuova nel milite Piero: la cognizione di come il soldato nemico che gli si para di fronte in carne ed ossa non costituisca altro che la propria immagine riflessa nello specchio. L’intuizione, di conseguenza, di come l’avversario debba di necessità condividere, quantomeno allo stato nascente, non solo il suo stesso destino ma anche la medesima crescente consapevolezza (“aveva il suo stesso identico umore…”) in merito alla natura intrinseca di ogni guerra, che è quella di rendere gli individui strumento docile nelle mani del potere, ridotti su entrambi i fronti a vestire i panni di meri fantocci armati nelle mani degli spietati burattinai che reggono i destini delle nazioni, la sola tinta dell’uniforme (“…ma la divisa di un altro colore”) rimasta a separare esistenze di per sé gemelle. Musicalmente, La guerra di Piero si basa sull’intelaiatura del tutto tradizionale della canzone popolare, cui viene in questo caso conferito un tono militaresco dalla melodia di sapore antico affidata, nell’incipit e negli stacchi, al flauto dolce strumento anch’esso d’impronta schiettamente popolare. Il brano venne in seguito assai ingentilito dall’arrangiamento fornitone dalla P.F.M., che in questo caso appare pienamente funzionale alla resa complessiva della canzone, valorizzandone la vena nostalgica e appassionata. Assolutamente riuscita, in particolare, è l’elegante e struggente introduzione pianistica donata alla canzone da Flavio Premoli. Riguardo al testo, invece, gli ascendenti possono essere rintracciati in particolare ne Il Disertore di Boris Vian (1954), brano certamente noto a De André quando scrisse La guerra di Piero e costituisce sicuramente un precedente importante anche la canzone Dove vola l’avvoltoio, un testo di Italo Calvino messo in musica da Sergio Liberovici, esplicitamente richiamato in alcuni passi.

“Certo bisogna farne di strada 
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano 
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta 
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire 
che non ci sono poteri buoni”.
(F. De André, La mia ora di libertà).

Rispetto al Piero di De André, il disertore di Boris Vian appare, per un verso, collocarsi più innanzi nel percorso di presa di coscienza nei confronti dei meccanismi del potere e della guerra, rispetto ai quali oppone già strenuamente il proprio gesto di disobbedienza civile, cosa che non riesce ancora di fare al protagonista dell’apologo di Faber. Allo stesso tempo, nei confronti del disertore di Vian, il soldato di De André sembra compiere un passo decisamente più lungo in un’altra direzione: egli appare rendersi infatti conto di come il semplice sottrarsi del singolo alla trita “ginnastica d’obbedienza”, inalberando il vessillo della propria renitenza alla leva, si riduca a gesto di per sé sterile e irrilevante, ove lo stesso non tracimi andando ad alimentare una presa di coscienza non più semplicemente individuale ma collettiva, condivisa e, di necessità, anche transfrontaliera e tendenzialmente universale, se l’obiettivo da perseguire è quello di cancellare definitivamente l’orrore della guerra dal mondo. Come Faber mostrerà in seguito in maniera spietatamente caustica nel brano omonimo incluso in “Storia di un impiegato” (1973), Il bombarolo anarchico che muova singolarmente guerra al potere costituito munito solo dei propri “ordigni artigianali” è infatti predestinato sin da subito a coprirsi di ridicolo nel momento dell’ineluttabile fallimento della sua personale insurrezione. Non che De André non abbia sempre fieramente sbandierato la causa della disobbedienza civile (si veda, ad esempio, quanto abbiamo già detto a tale proposito trattando de Il Pescatore). Il cantautore genovese ha tuttavia sempre conferito a tale gesto una prospettiva non individualistica ma eminentemente politica.
Il disertore per Faber non è quindi soggetto arbitro unicamente del proprio destino individuale, responsabile della sola pulizia della propria anima di singolo e disposto di conseguenza a farsi, come il disobbediente di Vian, esule volontario che vaga apolide per le terre del mondo, destinate a rimanere a lui per sempre estranee. Per De André, quando la disobbedienza, da evento individuale si fa fenomeno collettivo, essa acquisisce il potenziale, aristotelicamente concreto, di mutare il corso stesso della storia. “Ci salverà il soldato che non la vorrà, ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà”: scriverà, infatti, di lì a qualche anno, in Girotondo (1968), precisando, a quel punto senza più ombra di dubbio, la propria posizione a favore di un’universale disobbedienza civile come unico rimedio efficace al sistematico riproporsi storico della guerra come espressione naturale del conflitto tra i diversi centri di potere che si contendono il dominio sul pianeta. Che cos’è che si frappone, dunque, al pieno dispiegarsi di tale collettiva, universale, e quindi in potenza concretamente salvifica, presa di coscienza? Alla fine dei conti, solo la paura del diverso. “Divide et impera”, recita l’adagio latino, ma per dividere efficacemente bisogna dapprima spaventare, terrorizzare. Per mettere un popolo contro l’altro è infatti necessario aizzare costantemente l’odio e il reciproco timore.
E questo è l’esercizio in cui i potenti di ogni epoca si sono sistematicamente cimentati, facendo leva su qualsiasi tratto fosse utile a tracciare una differenza tra le genti: razza, religione o ideologia politica che fosse. Avendo scorto per primo il proprio nemico all’orizzonte, Piero avrebbe potuto far fuoco in anticipo. Invece si arresta e prova, in qualche modo, a rendere manifesto l’atteggiamento conciliante che era venuto maturando in lui, offrendone prova all’altro, che gli si para di fronte armato, nella forma di un gesto di inattesa gentilezza, che vorrebbe destare stupore e far nascere interrogativi nell’oppositore. Il suo intento non riesce tuttavia a giungere al cuore dell’avversario che, nel vederselo comparire davanti all’improvviso, rimane ancora preda del proprio terrore (“si volta lo vede e ha paura”) e, amaramente, “imbracciata l’artiglieria non gli ricambia la cortesia”. Ecco, il senso de La Guerra di Piero, il suo lasciarci ogni volta interdetti e con un groppo in gola sta tutto in questa cortesia non ricambiata, soffocata sul nascere quando avrebbe avuto in sé il pieno potenziale, se solo le si fosse lasciato il tempo di germogliare, di fiorire in mille boccioli di fratellanza nuova e piena. Tanti quanti sono i rossi papaveri che di tale gesto di vero, umano e disinteressato eroismo attestano la memoria, vegliando sulla tomba di Piero, milite dal gesto rimasto ignoto, abortito per via del colore sbagliato della divisa stessa di cui avrebbe voluto invitare ognuno a disfarsi definitivamente.

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