Fabrizio De André: “Canto del servo pastore” (1981) o della Libertà del non avere – di Valter Di Giacinto

La poesia di De André, letta nel suo insieme, può essere interpretata come una sorta di odissea, un estenuante viaggio alla riconquista di un’identità andata inizialmente in frantumi e da ricostruire quindi pezzo per pezzo. In questo lungo percorso dell’uomo alla ricerca di sé, Faber, come dirà lui stesso, ha marciato ostinatamente in direzione contraria a quella del pensiero dominante, avvalendosi cioè costantemente delle armi della dialettica negativa – come nel celebre “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” di Montale – per destrutturarlo mostrandone l’irrefrenabile tendenza prevaricatrice (al riguardo basti pensare al suo Tito, che si vanta di averli sistematicamente infranti tutti e dieci i comandamenti di Mosé, salvo forse uno). In Quello che non ho, brano che apre il disco ormai universalmente noto come L’indiano e con cui De André tornò in sala d’incisione subito dopo la drammatica esperienza del rapimento, vediamo ancora una volta spietatamente all’opera tale dialettica negativa, stavolta però coniugata mediante il verbo avere: ciò che non abbiamo è ciò che non siamo. Per poter giungere a essere un qualcosa di proprio e di autentico, il “non essere” quello che la maggioranza imporrebbe è già un primo passo importante, sebbene non sia evidentemente risolutivo. Il “non avere” già lo qualifica meglio, ne precisa ulteriormente i contorni, specie se si declina nel suo paradigma perfetto: la nullatenenza, il non avere assolutamente nulla, nemmeno un nome, nemmeno il più piccolo brandello di una volontà propria.
Ed è esattamente questa la condizione del Servo pastore, uno dei personaggi meglio splendidamente delineati all’interno del campionario di umanità varia che ha popolato sin dall’inizio l’universo poetico del cantautore genovese, e il cui Canto segue immediatamente Quello che non ho nella sequenza dell’album del 1981. Se in Amico fragile e Rimini le miserie del feticismo borghese incentrato sul possesso, sull’avere come unico dispiegamento significativo di ogni possibile essere, erano già state passate spietatamente in rassegna, qui ci si spinge oltre. Accantonata la semplice messa alla berlina del “borghese”, Faber prova a scrutare a fondo nell’essenza del “non-borghese” per antonomasia, del pastore perennemente asservito a guardia del gregge e immerso nel proprio paesaggio fino quasi a scomparirvi dentro del tutto. L’esperienza del lungo confino nella natura aspra e selvaggia dei boschi sulle montagne sarde contribuì certamente non poco a far emergere il personaggio del servo pastore.
Per stessa ammissione di De André, la segregazione esperita col rapimento costituì per lui anche un’occasione per provare a fare definitivamente i conti con l’idea di Dio, su cui si era a lungo arrovellato. E il Dio-Natura è inequivocabilmente l’altro protagonista del Canto di cui discutiamo. A chi è realmente asservito il pastore errante di De André? Al padrone del gregge? Al feudatario di turno cui sono intestati i pascoli? Ma nessuno di questi appare concretamente all’orizzonte della narrazione. Il pastore è, al contrario, palesemente servo solo del Dio che governa le sfere celesti, e con esse il proprio destino, che è quello di assecondare il gregge sempre e comunque, accompagnandolo a popolare i pascoli alle pendici dei monti d’estate, per poi migrare al piano in settembre, rinnovata la verga d’avellano. E questo ogni anno alla stessa maniera, assecondando il ritmo eterno delle stagioni e muovendosi o riposando in base al passo segnato dal quotidiano ruotare degli astri nel cielo. Fu così che l’impenitente libertario De André, rispecchiandosi in tali imperiture vicende, scoprì all’improvviso che l’unica persona realmente libera al mondo era il servo pastore, che la “libertà da” – dai vincoli, dalle leggi, dalle convenzioni – è una libertà solo a metà, che la vera libertà è “libertà di”, ovvero di essere fino in fondo ciò che si è. Da solo, al cospetto di un Dio giusto -e la Natura lo è senza possibilità di equivoco – il servo pastore è incontrovertibilmente libero.
Ciò non vuol dire che sia anche felice. La felicità starebbe infatti nel potersi anche riconoscere tale, nel riuscire a rovesciare in positivo la dialettica negativa da cui si era partiti, affermando a gran voce ciò che si è, ciò che si vuole. Il che presupporrebbe, per il nostro servo pastore, quantomeno di riuscire a recuperare il proprio nome andato perduto. E l’aver lasciato il proprio segno inciso su ogni quercia – o sughera – del bosco non vale purtroppo allo scopo, se non v’è occhio umano in grado di decifrarli tali segni, di leggervi sopra la tua firma. La Natura, infatti, non chiama mai per nome. Questo solo un altro uomo può farlo. Ed è così che, anche da un punto di vista strettamente musicale, le armonie del Canto del servo pastore, dopo aver esordito in una squillante tonalità maggiore, che si inebria gioiosa del profumo del rosmarino in fiore, ripiegano subito nell’ombra della corrispondente tonalità minore, a sottolineare che proprio accanto al rosmarino si cela la fontana scura della solitudine e di quel filo di paura che sempre l’accompagna. E in minore si chiude definitivamente la canzone, con il pastore che invoca la notte, sola come il suo fuoco, affinché lo accompagni nelle braccia della morte. La solitudine, anche quella adamantina del pastore abbandonato in grembo a madre Natura, se libera l’anima, di certo non scalda il cuore.
Con il Canto del servo pastore l’ostinata ricerca di verità e di senso da sempre condotta da Faber tocca quindi una tappa decisiva (si comprende finalmente in cosa consista realmente la tanto agognata libertà), ma non raggiunge l’approdo definitivo, che arriverà in seguito ma per cui bisognerà aspettare più di tre lustri. In Princesa, il brano che apre l’ultimo disco di De André e chiude in maniera esemplare una carriera memorabile, vedremo che il discorso, anche armonicamente, riprenderà infatti esattamente là dove era stato interrotto alla fine del Canto del servo pastore. Si partirà quindi in tonalità minore, a stigmatizzare ancora una volta la morsa della solitudine, del dubbio, della paura. Al termine di un sofferto travaglio, in cui sia l’anima che il corpo del protagonista verranno messi in gioco, il brano si chiuderà tuttavia in un’assordante tonalità maggiore, con la melodia fanciullesca sospinta dalla propulsione gioiosa e tribale fornita dal rincorrersi delle percussioni africane, e con il coro che, partendo da timbriche gravi e maschili, guadagna progressivamente tonalità sempre più femminili e angeliche, mentre le voci snocciolano in un lungo elenco proferito in portoghese tutte le tappe della lunga odissea, elenco che si chiude con un definitivo e inequivocabile: “Viver”.

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