Eugenio Finardi: “Diesel” (1977) – di Alessandro Freschi

Un lungo chiodo trafigge un guanto in pelle da lavoro sporco di grasso. È una sorta di ideologica crocifissione proletaria quella che si palesa nel simbolismo a cui fa ricorso Gianni Sassi nel realizzare il provocatorio artwork di “Diesel”, terzo lavoro sulla lunga distanza del cantautore Eugenio Finardi distribuito dalla Cramps nel 1977. Non si è ancora affievolito il clamore dei consensi per “Sugo” e dei suoi fortunati estratti Musica Ribelle e La Radio, facciate di un 45 giri che ha stazionato ininterrottamente sui giradischi delle rumorose antenne libere (“Amo la radio perché arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente. E se una radio è libera, ma libera veramente, piace ancor di più perché libera la mente”), quando, nell’autunno del 1976 Finardi si chiude negli Studi Roma di Milano per realizzare un progetto inedito in compagnia di una folta schiera di esperti musicisti costituita perlopiù da fedeli compagni di viaggio.
In sala sono presenti la colonna vertebrale degli Area composta da Patrizio Fariselli (tastiere), Ares Tavolazzi (basso) e Paolo Tofani – quest’ultimo per l’occasione nella doppia veste di chitarrista e produttore – poi il talentuoso trio di fiatisti Doriano Beltrame, Marco Pellacani e Claudio Pascoli (rispettivamente tromba, trombone e sax) e il percussionista Roberto Haliffi. A fianco di queste prestigiose firme dello scenario avantgarde / jazz made in Italy compaiono il futuro Arlecchino Rock” Alberto Camerini (chitarra), il batterista Walter Calloni, il violinista Lucio Fabbri e Lucio Bardi, fratello della cantante-attrice Donatella e chitarrista; questi ultimi quattro elementi costituiscono buona parte di quella che è stata, in tempi diversi, la line-up de Il Pacco, band con la quale Eugenio ha esordito, seppur senza incidere alcun disco, e partecipato a manifestazioni legate ai movimenti giovanili di controcultura come il secondo festival di Re Nudo tenutosi nel giugno 1972 a Zerbo (Pavia).
Anticipato dall’uscita ravvicinata di due 45 giri (gli estratti Non è nel Cuore e Tutto Subito) “Diesel” compare sugli scaffali dei negozi di dischi nell’aprile del 1977. Finardi racchiude in nove istantanee i tormenti e le nevrosi di una società in piena trasformazione, raccontando il quotidiano con l’attento piglio di un sensibile osservatore dei tempi. Un viaggio consapevole tra amare attualità e verità scomode, mondo del lavoro ed emisfero giovanile, sociale e politico. L’aggressiva anima r’n’r che risiede nell’opener Tutto Subito accende la miccia invettiva contro la dilagante bramosia consumistica del possesso (“E voglio tutto subito per favore. Tutto subito e non protestare”) ed anticipa il mood jazzato di Scuola, lucida denuncia ad un sistema scolastico basato su desuete e inefficaci teorie prive di contenuti pratici (“Io volevo sapere la vera storia della gente. Come si fa a vivere cosa serve veramente. Perché l’unica cosa che la scuola dovrebbe fare è insegnare ad imparare”). La raffinata ballata Zucchero tratteggia le stagioni di una viscerale storia d’amore (“E quando penso al tempo da venire. Mi fa sorridere l’idea di invecchiare. Fare l’amore è un po’ come suonare. È sempre il gioco di prendere per dare”) mentre sopra il suono morboso di una chitarra acustica si dispiega Non Diventare Grande Mai, fermo-immagine sulle ansie di una generazione impegnata nella perpetua ricerca di validi punti di riferimento (“E continua a giocare, a sognare, a lottare. Non t’accontentare di seguire le stanche regole del branco, ma continua a scegliere in ogni momento”).
Volge lo sguardo verso Saigon e la storica liberazione del aprile del 1975 la traccia che apre la facciata B di “Diesel”; con il suo groove sanguigno Giai Phong, si insinua attraverso i racconti delle gente comune nelle cruente cronache della guerra di resistenza contro gli Stati Uniti (“Gente stupita riconobbe tra i Gu do un cugino, un amico. Uno come noi si rese conto che la guerra che li aveva tenuti lontani era di un solo Vietnam contro gli Americani”). Non è nel Cuore che segue, scruta da una prospettiva intimistica le vicissitudini di un rapporto di coppia, scivolando tra sentimento e autobiografici frammenti di vita (“L’amore è si volersi bene. Ma l’amore è fatto di gioia ma anche di noia”). Sorretto dalle pulsazioni di un monumentale arrangiamento in salsa jazz-rock (trademark Area rinvenibile in molti angoli dell’opera) il brano che dà il titolo al disco si rivela movimento tra i più coinvolgenti e riusciti dell’LP, nonché dell’intera produzione del cantautore menegino targata Cramps. (“Ma poi tornando verso casa. Un’altra alba sull’autostrada. E l’asfalto è dei camion e di chi li guida. Ed è gente che la vita se la suda”). In coda, dopo il veloce intermezzo “rinascimentale” Si Può Vivere Anche a Milano, espressiva cartolina metropolitana (“Trovi tutto quello che ti può servire anche quello che non sapevi di volere. In fondo sono nato a Milano 25 anni fa”) Finardi ci trasporta nelle labirintiche spirali di un viaggio nel mondo della droga attraverso la dolorosa testimonianza di un giovane eroinomane (“E dai, prestami una fiala. È da sei ore che mi sbatto. Se non mi faccio uno stenolo. Stasera lo sai, divento matto”). Facendo ricorso ad un linguaggio estremamente diretto, Scimmia custodisce la violenza tipica di un pugno dritto allo stomaco, la stessa che, qualche anno dopo, il regista Claudio Caligari riverserà nella pellicola cinematografica Amore Tossico (1983) nell’affrontare la medesima tematica.
Ben accolto da critica e pubblica, alla fine del 1977Diesel” occupa la 21a posizione nella classifica degli album più venduti in Italia. Pur confermando le collaborazioni con Cramps e Paolo Tofani, Finardi poi opta per cambiare i musicisti al proprio seguito, coinvolgendo in luogo degli Area e degli storici amici de Il Pacco, la band Crisalide della quale fanno parte tra gli altri il talentuoso figlio d’arte Stefano Cerri (basso) e il tastierista partenopeo Enzo Vitolo, già al fianco di Edoardo Bennato e Toni Esposito. Velocemente tornano a riempirsi pentagrammi musicali e pagine bianche con storie originali popolate da personaggi inconsueti. Una di queste racconta di marziani e di “un tipo strano che viveva in un abbaino”. Diventerà un cult dei settanta e la canzone simbolo per antonomasia di un rocker extraterrestre di nome Eugenio.

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Un pensiero riguardo “Eugenio Finardi: “Diesel” (1977) – di Alessandro Freschi

  • Maggio 25, 2020 in 12:37 am
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    Ricordo perfettamente la recensione di manuel Insolera di Ciao 2001 :”trattasi di un disco perfetto”!
    Sono d’accordo totalmente è un disco che ancora adesso sona da Dio.

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