Enzo Jannacci: “Quelli che…” (1975) – di Alessandro Freschi

“E, la vita la vita. E la vita l’è bella, l’è bella. Basta avere l’ombrella, l’ombrella. Ti ripara la testa, sembra un giorno di festa”. È il 4 gennaio 1975 quando dagli altoparlanti delle radioline il Maestro Lelio Luttazzi annuncia al primo posto della Hit Parade dei 45 giri più venduti in Italia E la Vita, la Vita, sigla di chiusura di Canzonissima. Il brano è eseguito da Cochi e Renato (all’anagrafe Aurelio Ponzoni e Renato Pozzetto), conduttori con la Raffaella nazionale della seguitissima kermesse musicale abbinata alla Lotteria Italia. Nato artisticamente sul palco del celeberrimo Derby Club di Milano – vera e propria fucina di talenti – il duo ha pian piano guadagnato i consensi del grande pubblico in virtù di programmi televisivi decisamente anticonformisti (“Il Buono e il Cattivo e “Il Poeta e il Contadino) e caratterizzati da una comicità surreale dai tratti poetici e spesso nonsense. A scoprirlo è stata una delle figure cardine dello storico locale meneghino, Vincenzo Jannacci detto Enzo, coautore di indimenticabili sketch nonché della gran parte del repertorio musicale: da “Lo Sciocco in Blu” de la Canzone Intelligente a Come Porti i Capelli Bella Bionda, da A Me Mi Piace il Mare a giustappunto lo straordinario successo E la Vita, la VitaSi, proprio Enzo Jannacci, quel geniale istrione.
Diplomato al Conservatorio di Milano, nella seconda metà degli anni cinquanta ha partecipato alla nascita del movimento r’n’r italiano e con il fedele compagno di viaggio Giorgio Gaber, sulla falsa riga degli Everly Brothers, ha messo in piedi un vulcanico duo: I Due Corsari. Ha suonato al fianco di mostri sacri della scena jazz come Gerry Mulligan, Stan Getz e Chet Baker e collaborato con l’èlite della nascente scuola cantautorale genovese: Gino Paoli, Umberto Bindi e Bruno Lauzi. Ha contribuito a cambiare il modo di fare cabaret, ha realizzato “caroselli” televisivi (chi non ricorda i simpatici castori Pildo e Poldo nella pubblicità per l’acqua Lora?), si è fatto apprezzare a teatro e come attore sul grande schermo sotto la direzione di Monicelli, Lizzani e Ferreri. Ha esordito discograficamente nel 1961 con il singolo L’Ombrello di suo Fratello e conta all’attivo sei lavori sulla lunga distanza e successi come Messico e Nuvole, Ho Visto un Re e Vengo anch’io, No tu No. Se poi, dulcis in fundo, al prestigioso curriculum artistico si aggiunge una laurea in chirurgia, con tanto di studi di perfezionamento in Sudafrica alla corte del luminare Christiaan Barnard viene inequivocabilmente da affermare che Jannacci non sia propriamente “uno qualunque”
Così, ad inizio 1975, mentre gli amici Cochi e Renato conquistano la vetta delle classifiche spodestando i soliti e quotati habitué, Enzo pensa bene di chiudersi negli studi Regson di Milano in compagnia del talentuoso percussionista partenopeo Tullio De Piscopo, reduce dal Libertango del Maestro argentino Astor Piazzolla e dai “Tempi Dispari” (1974) dei New Trolls Atomic System, del chitarrista Bruno De Filippi (ex I Campioni e futuro collaboratore di Branduardi) e del tecnico del suono Gianluigi Pezzera per registrare il suo nuovo lavoro. La produzione di “Quelli che…” (1975) è affidata a L’Ultima Spiaggia, etichetta nuova di zecca nella quale le fila sono tirate da due vecchie conoscenze del panorama musicale Made in Italy: Ricky Gianco e Nanni Ricordi. Il fotografo Cesare Monti, ispirandosi a El Purtava i Scarp del Tennis (celebre brano del 1964) scatta una istantanea nella milanese Via Missaglia nella quale in primo piano appaiono una decina di calzature, tutte diverse tra loro, e sullo sfondo una serie di condomini. L’idea è valida e avrebbe bisogno di un ulteriore sviluppo, ma la frenesia di mandare in stampa “Quelli Che…” è alta e quell’inquadratura che non soddisfa del tutto il creativo autore di molti progetti indimenticabili dell’epoca, da Storia di un minuto (1972) ad “Anima Latina” (1974), da Darwin (1972) a “Non Farti Cadere le Braccia” (1973), finisce nel marzo 1975 sulla gatefold-cover del primo disco del catalogo de L’Ultima SpiaggiaLa televisiun la g’ha na forsa de leun. La televisiun la g’ha paura de nisun. La televisiun la t’endormenta cume un cuiun”. Un laconico e quanto mai profetico monologo in dialétt milanes sul feroce condizionamento che La Televisiun esercita sull’individuo.
È così che prende il via la facciata A di “
Quelli Che…“. Per la prima volta Jannacci combina al “cantato” stralci di recitazione, divertendosi a riempire senza apparente logica gli spazi bianchi della scaletta con brevi intermezzi in cui affronta le argomentazioni più disparate. Oltrepassato il succinto prologo, prendono il via con il loro misurato incedere in salsa blues gli otto minuti del brano che dà il titolo all’album, una sorta di interminabile “striscia” nella quale sono concentrati vizi e virtù dell’uomo moderno. Enzo conclude puntualmente ogni capoverso con un americaneggiante “oh yes” di circostanza badando bene, con l’amara goliardia che lo contraddistingue, a non risparmiare niente e nessuno. Quelli Che… è un pezzo di quelli destinati a restare attuali nonostante lo scorrere inesorabile del tempo in virtù di una singolare costruzione che lo rende, cambiando all’evenienza nomi e situazioni, valido per qualsiasi stagione. El me’ indiriss de dûe sün nassü mi me le ricordavi gnanca pû: a l’era una câ vecia e per pissà, tripli servissi, sì, ma in mess al prà!Attraverso i ricordi sfocati di un’infanzia trascorsa per le vie di quartiere, l’autobiografica El Me’ Indiriss ci induce a malinconici bilanci sulla vita che passa mentre Il Monumento, ispirato ad una poesia di Bertolt Brecht, si agita sulle fervide convinzioni anti-militariste del “cantastorie” meneghino: “Il nemico ruba il pane per fare altri cannoni e non fa le scuole e non fa gli ospedali. Per pagare i generali, quei generali, per un’altra guerra…” 
Con feroce ironia la seconda recita, Borsa Valoriaffonda i suoi artigli sul problema dell’immigrazione e il lavoro in fabbrica: Numero due valigie, fibra cartonata. Modello “viaggi senza ritorno”: Lire ventottomila“, anticipando l’assolata samba de L’Arcobaleno, rivisitazione di un motivo scritto da Cochi e Renato nel 1969 (La Domenica) nella quale intervengono come coriste Silvia Annichiarico e Paola Orlandi. Le tinte jazz della struggente cartolina Vincenzina e La Fabbrica inaugurano la seconda facciata del vinile. Composta in originario come commento sonoro per la commedia drammatica Romanzo Popolare(1974) di Mario Monicelli, la traccia descrive lo smarrimento di una giovane immigrata al cospetto della nebulosa realtà industriale della metropoli del Nord: “Vincenzina davanti alla fabbrica, Vincenzina il foulard non si mette più. Una faccia davanti al cancello che si apre già“. Curioso come in un passaggio del brano Jannacci riesca, attraverso un riferimento di carattere calcistico (noto è il suo attaccamento ai colori del Milan e a Gianni Rivera) ad evidenziare l’abissale approccio passionale tra il “comune mortale” e gli algidi “signori del potere”: “Zero a zero anche ieri ‘sto Milan qui. Sto Rivera che ormai non mi segna più. Che tristezza, il padrone non c’ha neanche ‘sti problemi qua”.
L’affermato cronista sportivo Beppe Viola, già al fianco di Enzo per la realizzazione della pièce La Tapparella e del libro L’Incompiuter”, interviene nel paradossale siparietto Dottore…, plausibile colloquio tra medico e paziente sul mal di vivere. A seguire Viva la Galera, veloce istantanea sul mondo visto da dietro le sbarre, e Il Bonzo (Ora Importa Anche a me della Mia Libertà), cruda riflessione sulla libertà ispirata al drammatico suicidio del buddista vietnamita Thích Quang Duc. Anche in questo caso la canzone è una rielaborazione di un movimento scritto da Dario Fo e Cochi per lo spettacolo La Passeggiata della Domenicaportato sulle scene nel 1968. Il celebre paroliere pavese Sergio Bardotti si cimenta nella traduzione di A televisão di Chico Buarque che per l’occasione si trasforma in Nove di Sera, anticipando l’omaggio di Jannacci a Il Karate, disciplina da temo praticata nel tempo libero. Attraverso un decalogo surreale nel quale sono contenuti i nomi del segretario di Hitler e di Marlon Brando, in un solo minuto vengono elencate le inverosimili caratteristiche del perfetto karateca: “Per giocare a karate è indispensabile conoscere le seguenti cose: Sentirsi italiani però “dendro”, conoscere l’indirizzo segreto di Martin Bormann, saper dire in quattro lingue “lei non sa chi sono io”, credere che la mafia sia stata inventata da Marlon Brando”.
Anticipando lo sbrigativo epilogo dedicato ai maniaci dei viaggi esotici (“Per andare in Kenia, bisogna sapere dov’è. Per rimanere in Kenya bisogna essere armati fino ai denti” – Il Kenia), El Marognero ci regala un momento di esilarante nonsense nel quale una raffica di parole in libertà si adagia su una base ritmica di chiara estrazione latino-americana, ricorrendo a soluzioni in perfetto Santana-style.
Più di qualsiasi altro disco dell’epoca “Quelli che…” sembra racchiudere l’anima della Milano degli anni settanta, offrendo una visione insospettata della realtà captabile esclusivamente da angolazioni irrazionali e irridenti. Enzo Jannacci rivela indiscussa umanità nel narrare lo stridore della solitudine urbana, le vite degli ultimi, le storie ai margini, veicolando il messaggio con intelligente maestria, talvolta ricorrendo ad un piglio goliardico e grottesco. Il piglio che contraddistingue i grandi dell’Arte. Provare a far riflettere il mondo attraverso il sorriso, spesso riuscendoci. A sette anni dalla sua scomparsa è malinconico rendersi conto che sarà arduo incontrare lungo la nostra strada un altro fuoriclasse come il Dottor Jannacci.

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