Emerson, Lake & Palmer: “Black Moon” (1992) – di Maurizio Pupi Bracali

Esce nel 1992Black Moon” (Victory Music) penultimo album di Emerson, Lake & Palmer dopo più di dieci anni di assenza discografica della storica band se si eccettuano le evanescenti prove di Emerson e Lake col pur bravissimo batterista Cozy Powell (“Emerson, Lake & Powell”del 1986) e di Emerson e Palmer col polistrumentista Robert Berry al posto di Lake (“To The Power Of Three” del 1988), prodotti inconcludenti e assolutamente trascurabili rispetto ai fasti del passato contemplanti in una mezza dozzina di album (cronologicamente i primi degli anni 70) che vanno dai capolavori (“First Album”, Tarkus) a opere meno incisive ma pur sempre pregevoli come i successivi ai due citati almeno fino al pessimo “Love Beach” (a cominciare dall’orrenda copertina esotico-balneare), disco tirato via per i capelli e pubblicato per motivi contrattuali senza voglia e senza amore, cosa che succederà anche al disastroso e possibilmente dimenticabile capitolo conclusivo “In The Hot Seat” (1994), realizzato con lo stesso metro di valutazione e con problemi di salute agli arti superiori affliggenti sia Emerson che Palmer, le cui braccia e mani erano gli insostituibili attrezzi da lavoro.
Luci sfolgoranti e cupe ombre, quindi, nella carriera del trio britannico alfiere indiscusso del progressive rock e amato da milioni di persone. “Black Moon” nella produzione del gruppo si pone in una posizione intermedia, non è certo un capolavoro ma non è nemmeno un album da buttare via, nonostante le concessioni a sonorità più “moderne” e il tentativo di svecchiare il tipico sound del gruppo muovendosi dall’abituale progressive rock a un prog-pop con ritornelli accattivanti e prediligendo la forma canzone a fronte delle antiche suites che resero famosa la band. Lo si evince già dalla title-track che apre l’album con un riff pesante e rockeggiante e un tema, ispirato testualmente dalla Guerra del Golfo che, nonostante la tipica pomposità Emersoniana, sembra più consono ai Tears For Fears che a questi vecchi alfieri del prog britannico. La storia si ripete con la successiva Paper Blood, mentre Farewell To The Arms sarebbe una bellissima canzone se non ché penalizzata da un arrangiamento ultra pesante e da un pomposissimo finale tastieristico di ispirazione folk irlandese.
E se Lake, in Affairs To The Heart e Footprints In The Snow, si prodiga in un paio di ballate che vorrebbero rinverdire i fasti delle varie Lucky Man o In The Beginning e che pur non raggiungendoli si pongono come due ottime canzoni che crediamo sarebbero state ben più valorizzate da arrangiamenti più sobri e più acustici, Emerson si ritaglia il suo spazio tastieristico con una Romeo & Juliet esclusivamente strumentale, direttamente prelevata dal songbook di Sergej Prokof’ev , in una versione reboante, pomposa fino a un eccesso che sfiora la pacchianeria nella quale il tastierista era caduto già più volte e ancora una vota cade con la successiva Changing States, altro strumentale tastieristico dalle mille sovraincisioni dove vengono sfoderate tutte le armi di proprietà del nostro in un’orgia di già sentito tipicamente Emersoniano che pure non dispiace, anche se il top dell’album viene raggiunto con la bellissima, per solo pianoforte, Close To Home che si divide felicemente tra la Classica e il pop. Altro buon brano prog-pop è invece Burning Bridges dove, benché l’autore sia quel Mark Mancina produttore dell’album e artefice delle nuove sonorità del trio, l’organista sembra quasi fare il verso al collega Rick Wakeman in un delizioso fraseggio più in stile Yes che in quello degli stessi ELP.
Resta ancora da segnalare la piacevole Better Days, anch’essa talmente “sintetica” ed elettronica nei suoni (niente a che vedere coi sintetizzatori) da figurare meglio nel catalogo dei Simple Minds che in quello di Emerson e compagni. Quello che sarebbe stato un album di transizione se fosse stato pubblicato a metà carriera, si rivela così invece un piccolo “canto del cigno“, prima del nefasto e già citato “In The Hot Seat” che, nonostante lo snaturamento dei suoni tipici del gruppo (la batteria di Palmer amplificata all’eccesso e il suo stesso stile compulsivo, contrappuntistico e tutto a strappi totalmente ridimensionato) si rivela come l’ultimo giro di quella giostra gioiosa e multiforme (evocata in copertina)  dei primi anni di carriera del trio, ormai quasi del tutto ferma e dove non ci sarà più tempo per acciuffare il fiocco che avrebbe dato diritto a un nuovo giro.

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