Elisabetta Sbiroli: marionette… “Danser encore” – di Francesco Picca

Le restrizioni per il Covid-19 hanno toccato nell’ultimo anno tutti gli ambiti economici. Il settore dello spettacolo, in particolare, non ha ancora riaperto i propri spazi naturali. Cinema, teatri, ma anche piazze e spazi all’aperto, sono chiusi e resi indisponibili da una serie di provvedimenti sicuramente necessari, ma che mancano fin qui, colpevolmente, di una visione dei problemi del settore e di una strategia coerente per risolverli. L’elasticità concessa alla fruizione di scuole, chiese, banche e uffici pubblici, non ha mai riguardato gli spazi deputati alle rappresentazioni artistiche. Da più di un anno la musica, il cinema, il teatro e tutte le altre forme d’arte trovano una possibilità di esprimersi unicamente via cavo o via satellite. Al gelo salariale per i lavoratori dello spettacolo si aggiunge l’ibernazione spirituale alla quale sono condannati i fruitori, costretti a surrogati di cultura in streaming. Un paio di anni fa, nei vicoli del Villaggio Globale di Riace, ho conosciuto Elisabetta Sbiroli. Trascinava a fatica una grande valigia, ventre di una delle sue marionette a dimensione umana, creature che lei ha cominciato a fabbricare all’epoca dei suoi studi all’Istituto Internazionale della Marionetta di Charleville Mézières.
Elisabetta si è formata prima come attrice alla Scuola d’Espressione Scenica del Consorzio Teatro Pubblico Pugliese, poi si è diplomata in regia teatrale alla Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, e si è finalmente trasferita in Francia, dove ha lavorato per più di vent’anni come regista e attrice a Marsiglia con la Compagnie Lalage, da lei fondata. Lalage, una delle città immaginarie descritte da Italo Calvino nel libro “Le città invisibili” (1972), è un laboratorio di esperienze umane che coinvolge coreografi, musicisti, artisti visivi e performers. La compagnia ha svolto un lavoro importante anche con i ragazzi, nell’ambito di progetti di cooperazione internazionale e dialogo interculturale tra la Francia, il Libano, il Marocco e il Perù. Rientrata in Puglia nel 2016, Elisabetta Sbiroli prosegue la sua instancabile opera di sperimentazione abbracciando anche la poesia contemporanea e la musica. Qualche giorno fa mi ha segnalato un video musicale dell’artista francese di origine algerina Kaddour Hadadi, in arte HK. La canzone, con il titolo Danser encore, Inserita nell’album “Petite Terre” (2020), è uno slogan di speranza e di rinascita. L’invito a danzare è rivolto a tutti gli artisti, ma non solo, a tutti gli esseri umani che si ritrovano come sminuiti e paralizzati a traversare questo difficile e interminabile periodo di pandemia. La canzone è diventata inoltre uno strumento virale di denuncia e di sensibilizzazione per le problematiche affrontate da tutti gli operatori del mondo dello spettacolo.
Danser encore di HK è un piccolo significativo invito alla mobilitazione dei corpi e delle coscienze.
Si, la canzone è stata ripresa dai vari gruppi in lotta oggi per la riapertura dei teatri e dei luoghi di cultura in Francia. La musica è declinata in diversi arrangiamenti, le persone si ritrovano a cantare e a danzare insieme. Pur rispettando le misure di distanziamento, questi gruppi cercano di attirare l’attenzione di tutti sul fatto che la cultura è un bene essenziale per la comunità. Si tratta di una forma gioiosa di manifestazione politica“.
La Francia è diventata in questi giorni il paese capofila in Europa per un cambio di rotta. L’occupazione di settanta teatri da parte degli operatori dello spettacolo rappresenta un modo nuovo, decisamente più radicale, di richiamare l’attenzione sulle difficoltà patite da questo settore.
L’occupazione è cominciata all’Odeon, teatro emblematico non solo della città di Parigi ma anche Teatro d’Europa, e si è estesa poi a macchia d’olio in tutto il territorio, coinvolgendo grandi strutture come l’Opera di Rennes, il Centro Coreografico di Montpellier, il Teatro Nazionale a Strasburgo, la lista è impressionante. Il movimento è intervenuto recentemente anche nella cerimonia di attribuzione dei Césars (equivalenti ai nostri David di Donatello) per interrogare la Ministra della Cultura e i responsabili di governo sulle misure necessarie per la protezione e il sostegno del settore culturale. Il movimento riunisce artisti e tecnici, professionisti dello spettacolo e precari, studenti e direttori di teatro per ripensare anche i modi di produzione e di fruizione culturale ai quali eravamo abituati, messi in crisi dalla pandemia. Anche i sindaci e i responsabili politici locali riconoscono la legittimità e l’opportunità di queste rivendicazioni“.
In Italia la protesta c’è stata, ma è sembrata disarticolata.
In Italia manca una coscienza storica dei diritti dei lavoratori dello spettacolo. Il sistema de “l’intermittence du spectacle”, che esiste in Francia dagli anni 80, prende in conto le specificità delle professioni tecniche e artistiche legate allo spettacolo e riconosce loro un reddito di continuità anche nei periodi di disoccupazione. Proprio questo sistema permette la riuscita, anche economica, del modello culturale francese. In Italia si comincia solo ora a parlarne, e la rappresentanza sindacale nel settore spettacolo è praticamente inesistente“.
Le arti espressive contano migliaia di piccole storie, spesso a connotazione locale. Tu operi prevalentemente in Puglia. Quali sono le difficoltà che hai incontrato in questi anni?
Al mio rientro in Italia, per ragioni familiari, ho incontrato enormi difficoltà a reinserirmi professionalmente, soprattutto al sud. Il mio primo progetto in Italia sono riuscita a realizzarlo a Modena, con Drama Teatro. C’è stato poi un periodo in cui ho lavorato come attrice e formatrice per altre compagnie pugliesi, come la Compagnia Licia Lanera a Bari o Clessidra Teatro a Taranto. Per forza di necessità, ho dovuto reinventare anche l’attività della mia Compagnia, investendomi in progetti più personali come le performances legate al progetto Antigone, dove intervengo nello spazio urbano con una marionetta nera in contesti ostili all’accoglienza dei migranti. Ho sviluppato negli ultimi anni una bella collaborazione con l’artista visivo Franco Farina e il musicista Walter Di Serio, per sviluppare percorsi di approccio all’arte come quello realizzato nel Museo Archeologico di Brindisi con la mostra Crono, maschere del tempo presente. Recentemente ho aderito a un processo di partecipazione per elaborare una proposta artistica e gestionale per il Teatro Comunale di Putignano, la città dove vivo. Sarebbe ora d’ascoltare davvero la parola degli artisti, per individuare possibili vie d’uscita dalla crisi che attraversiamo“.

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