Eels: “Things The Grandchildren Should Know” (2005) – di Rosella Ricci del Manso

Ci sono musicisti che hanno bisogno di una vita intera per riuscire a raccontarsi, invece la  storia di Mark O. Everett, meglio conosciuto come Eels, è tutta scritta in Things The Grandchildren Should Know, pezzo tratto dal doppio album “Blinking Lights And Other Revelations“, lavoro fortemente autobiografico ed ispirato al film di Ingmar BergmanIl posto delle fragole” (1957). Un disco che rappresenta per l’artista una vera e propria confessione in musica. Sono ben 33 pezzi eppure ne sarebbe bastato uno solo, questo, per raccontarci una storia che sembra uscita da un libro di favole e una manciata di minuti per dirla tutta. Una favola triste, disarmante e tenera che riesce a diventare una favola bella. Ci sono tutti i personaggi, dal Lupo Cattivo alla Fata Turchina ma, soprattutto, ci sono tutti gli ostacoli, quei “riti” di iniziazione di cui è fatta ogni vita che valga la pena di potersi dire vissuta. Se guardiamo al suo passato non c’è molto da stare allegri ma, nonostante tutto, Eels riesce sempre a mettere in ogni sua storia quel briciolo di ottimismo che ti fa pensare “se lui ce l’ha fatta, forse riuscirò a farcela anch’io“.
Lui stesso ammette “Per molto tempo, non ho mai considerato di scrivere canzoni su quello che stava succedendo nella mia famiglia. Mi sembravano tragedie troppo personali ed io vi ero completamente immerso. E poi un giorno, ero andato a trovare mia madre malata e mi ero sdraiato sul mio vecchio letto, stavo lì solo triste e depresso nei miei pensieri. Ero sdraiato lì a guardare il soffitto, e di colpo ho visto il cielo blu, e in quel momento improvvisamente ho capito, e ho detto a me stesso: posso scrivere di queste cose e farne qualcosa che possa aiutarmi e aiutare le persone… ed è per questo che l’ho fatto…“. Eppure, non deve essere stato affatto facile. Mark O. Everett non è certo quel che si può dire il risultato di una famiglia e di una condizione nella norma. Suo padre Hugh Everett III è il fisico quantistico a cui si deve la teoria degli universi paralleli e per questo, più di cinquanta anni fa, si trovò ad affrontare l’ostracismo, per non dire lo sberleffo, di un’intera classe accademica che rifiutò totalmente tutto quello che aveva da dire. Hugh Everett III non era una persona semplice. Introverso, eccentrico, geniale, il suo modo di essere fa oggi pensare a una personalità asperger. Fatto sta che quelle critiche lo segnarono profondamente e lo portarono ad abbandonare proprio quel mondo della fisica quantistica che dentro di sé rappresentava l’unico scopo della sua vita.
Il resto fu poi una valanga emotiva da cui non si riprese mai e, pure se si dedicò alla matematica, ormai in se stesso qualcosa si era rotto. L’alcolismo ne fu la diretta conseguenza. Mark crebbe quindi a fianco di un padre quasi anaffettivo, emotivamente limitato dalla sua condizione psichica e chiuso in se stesso, che con il figlio sembrava non avere molto da condividere e questa assenza/presenza di una figura paterna psicologicamente valida e rassicurante sicuramente dovette pesargli molto. Quando nel 1982 se ne andò per un infarto non fu che l’epilogo dell’esistenza di un uomo stanco di vivere e che, senza nasconderlo, si sentiva già morto dentro da molto, molto tempo. Fu proprio suo figlio a trovarlo esanime quella mattina. “È stato particolarmente surreale, il nostro rapporto è sempre stato strano, lui era sempre presente ma non abbiamo mai interagito molto. Poi, letteralmente, la notte prima che morisse, abbiamo per la prima volta parlato molto e ci siamo quasi divertiti stando insieme e poi la mattina dopo l’ho trovato morto. È stata la prima volta che ho toccato il suo corpo ed è stato strano perché non credo che ci fossimo mai toccati prima ed ora mentre lo facevo lui era morto. È stato così semplicemente, incredibilmente triste“.
È sorprendente vedere come poi, nel tempo, Mark, probabilmente asperger quanto lui, abbia finito per somigliare così tanto a suo padre aprendosi però maggiormente agli altri, imparando a sorridere e a non temerne più ossessivamente come prima la presenza e il giudizio. La musica è stata il suo piccolo mondo in cui stare e con delicatezza esprimersi. Non è stato facile, no, non è stato facile. Come non dovette esserlo neppure per sua sorella Elizabeth, presto schiava di droga, depressione, psicofarmaci… e per finire, il suicidio. Come si possa sopravvivere a tutto questo Mark ce lo ha detto con la sua musica. “Non sapevo della maggior parte dei suoi tentativi di suicidio. Ero lì per il primo tentativo, ne ho parlato in Elizabeth On The Bathroom Floor (“Electro-Shock Blues” del 1998), e fortunatamente il suo ragazzo ha chiamato e l’abbiamo trovata addormentata sul pavimento del bagno. L’abbiamo portata in ospedale proprio mentre il suo cuore si fermava, e l’hanno rianimata. E poi ci sono stati un sacco di altri tentativi di cui non ho mai saputo niente e che le sue amiche mi hanno raccontato dopo la sua morte. È morta proprio mentre usciva il primo album degli Eels. L’album usciva e lei moriva.Tutto nello stesso momento. Troppo per me. Non so come ho fatto a vivere quel periodo“.
Mark O. Everett ha trovato il suo modo per resistere e sopportare il dolore scrivendone, cantandolo, esponendolo in tutta la sua terribile sostanza come qualcosa che, seppure ferendolo nel profondo, l’ha anche reso quello che oggi è. Lo ha fatto con la sua musica, lo ha fatto con i suoi testi, e lo ha fatto pure in un libro che somiglia, nel titolo italiano proprio a questo “Things The Grandchildren Should Know. Rock, amore, morte, follia e un paio d’altre sciocchezze che i nipotini dovrebbero sapere” (2007). Sono pagine che raccontano di un dolore a cui si è poi aggiunto quello per la morte di sua madre, portata via da un cancro ai polmoni. Sono pagine di depressione, disperazione, vita vissuta fra fughe alti e bassi e ritorni, ma sono anche pagine che parlano di resurrezione, di coraggio, di amore per la vita e di una rivoluzione interiore quasi copernicana che lo ha aiutato a trovare quella serenità necessaria per stare al mondo ed essere nel mondo. Di molti asperger è piena la musica e l’arte, a partire da Mozart, passando per Glenn Gould, arrivando a David Byrne: tutti nomi che ci hanno dato e ci danno molto ma che rappresentano, comunque, una “stranezza” in una società di allineati a un sentire comune, a uno stesso modo codificato di vivere. La scrittrice italiana Susanna Tamaro ne ha parlato in un suo libro, “Il tuo sguardo illumina il mondo” (Solferino Edizioni 2018), definendo la Sindrome di AspergerLa mia sedia a rotelle invisibile.”
Ed ecco allora che si spiega meglio il comportamento di uno come Mark, la sua goffaggine che è un misto di tenerezza e insicurezza, il suo vivere in un contesto appartato per mettersi al riparo dalla violenza di un mondo che potrebbe con un filo di vento destabilizzarlo, il suo ostinato rifiuto di essere musicalmente dentro a un sistema commerciale, il non rifarsi mai a una immagine facilmente vendibile, i lunghi anni volati via e vissuti quasi sempre da solo in compagnia del suo cane. Tanto riservato nella vita, tanto dà alla sua musica. Musica, musica e solo musica. E se in passato ha cantato come in Where I’m From (“The cautionary tales of Mark Oliver Everett” del 2014) di ricordi dai quali era impossibile fuggire, “Tre fantasmi ed io, seduti sul divano ieri notte…“, le parole di oggi, ancora toccanti, portano dentro un senso di pace e di riconciliazione con se stesso e con tutto quello che è stato. A volte per ricominciare a vivere è veramente necessario distruggere e ricostruire. “Archie, la giornata è lunga ma tu sei troppo piccolo per andare avanti come stai facendo. È ora di andare a dormire. Non sbirciare piccolo Archie, buonanotte“,
canta in Archie Goodnight (“The Deconstruction” del 2018), improvvisando una ninna nanna al pianoforte. Il divano ora è finalmente vuoto e nella stanza accanto dorme suo figlio.

I go to bed real early / Everybody thinks it’s strange
I get up early in the morning / No matter how disappointed I was
With the day before / It feels new / I don’t leave the house much
I don’t like being around people / Makes me nervous and weird
I don’t like going to shows either / It’s better for me to stay at home

Some might think it means I hate people / But that’s not quite right
I do some stupid things / But my heart’s in the right place
And this I know / I got a dog I take him for a walk
And all the people like to say hello
I’m used to staring down at the sidewalk cracks

I’m learning how to say hello / Without too much trouble
I’m turning out just like my father / Though I swore I never would

Now I can say that I have love for him / I never really understood
What it must have been like for him / Living inside his head
I feel like he’s here with me now / Even though he’s dead
It’s not all good and it’s not all bad / Don’t believe everything you read

I’m the only one who knows what it’s like / So I thought I’d better tell you
Before I leave / So in the end I’d like to say
That I’m a very thankful man / I tried to make the most of my situations
And enjoy what I had / I knew true love and I knew passion
And the difference between the two / And I had some regrets
But if I had to do it all again / Well, it’s something I’d like to do.

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