Duilio Del Prete: “Dove correte!” (1968)- di Francesco Chiari

Ci sono i geni indiscussi, ci sono i geni incompresi, ma purtroppo ci sono anche i geni fraintesi, di cui un chiaro esempio è Duilio Del Prete, di cui ricordiamo gli 85 anni della nascita, avvenuta a Cuneo il 25 giugno 1936; collochiamo questo artista nell’ultima categoria perché, nonostante la lunga e proteiforme carriera, oggi viene ricordato soprattutto -temiamo – solo per la sua partecipazione ad un classico della commedia all’italiana come “Amici miei” (1975) di Mario Monicelli. Pur senza sminuire quest’ultimo film, diventato come noto oggetto di culto, bisogna rilevare che esso si inserisce in una filmografia ricchissima fatta di ben 40 film dal 1968 al 1997, l’anno prima della morte, filmografia oltretutto segnata da collaborazioni con grandi registi italiani e stranieri come – in ordine sparso – Mario Monicelli, Peter Bogdanovich, Joseph Losey, Pietro Germi, George Pan Cosmatos, Giuseppe Patroni Griffi, Lucio Fulci, e direi che può bastare. Le partecipazioni vanno da film di pregio come “Vogliamo I Colonnelli” (1973) di Monicelli, satira spassosa del famigerato “Piano Solo” che lo vede impagabile nella parte del cappellano militare, a parodie sgangherate come “Io Zombo, Tu Zombi, Egli Zomba” (1979) di Nello Rossati, che ha almeno il pregio di riunire vari bravi attori e caratteristi italiani. Tutto questo ha fatto passare un po’ in secondo piano la sua attività di cantante, iniziata in tempi lontani ed in ambiti ancora una volta di grande impegno e prestigio.
Nel 1963 incide due 45 giri nell’ambito dello storico gruppo Cantacronache e, dal 1964 al 1966, recita nella compagnia stabile del Nebbia Club a Milano, ossia il primo Teatro Cabaret italiano dove, oltre a cantare le canzoni del belga Jacques Brel, recita insieme a Liù Bosisio, Sandro Massimini e Lino Robi. Detto per inciso, Liù Bosisio è diventata famosa come la signora Pina Fantozzi, mentre Sandro Massimini ha rivitalizzato in Italia il genere dell’operetta, assicurandone in pratica la sopravvivenza.
Duilio Del Prete si muove quindi fin dall’inizio in un ambiente nel quale i vari generi si mescolano o meglio convivono fianco a fianco, in un momento storico nel quale prende quota la scoperta o riscoperta del canto popolare e della canzone francese ma non solo: il già citato Jacques Brel si rivelò un influsso fondamentale per Del Prete, il quale arrivò a tradurre i suoi testi pubblicandoli per la Arcana Editrice con traduzione a fronte, lavoro tanto accurato che la stessa Fondazione Jacques Brel ha approvato ufficialmente queste traduzioni, ma l’influsso del grande artista va oltre il pur eccellente operato di versione dei testi in italiano, arrivando ad informare il modo stesso di proporre le canzoni, esulando dal semplice cantare per creare una sorta di ‘teatro-canzonesenza confini, come dimostrato in maniera palpabile in “Dove correte!” oggetto della nostra analisi, pubblicato nell’ottobre del 1968 dall’etichetta OFF, di cui esso fu il primo numero in catalogo.
La prima grande sorpresa all’ascolto è che fra un brano e l’altro sono stati lasciati i commenti in sala d’incisione, ossia proprio il primo elemento da eliminare quando si prepara il master del disco, ma lungi dall’essere una disattenzione del produttore Roberto Danè essa si rivela una chiave per comprendere meglio l’artista.
Duilio Del Prete, infatti, è stato un autentico animale da palcoscenico, e personalmente ne feci esperienza due volte in due contesti diversi: la prima in televisione, nel 1969, quando presentò Czar, uno dei brani inclusi nel disco del quale si parlerà più oltre, e la seconda nell’estate del 1983, quando insieme alla sua compagnia lo vidi rappresentare la commedia di TerenzioLa Suocera” al Teatro Grande di Pompei; in ambedue i casi l’artista rivelava una “vis comicaincontenibile, supportata da una mimica facciale mobile, eloquentissima e poliedrica – tanto diversa, ad esempio, da quella calibrata al millimetro di un Nino Manfredi – e insieme una dizione capace di variare le atmosfere con infallibile puntualità, trascolorando da un atteggiamento all’altro in un batter di ciglia. Forse il verbo che meglio definisce Duilio Del Prete è proprio “tracimare”, dato il suo procedere incontenibile e pur sempre sotto controllo, con invenzioni verbali e musicali – pronunce differenti, scat quasi jazzistico, metafore sorprendenti – in grado di trascinare chi ascolta in una sorta di perpetuo ottovolante, tanto da rendere difficile, e forse tediosa, un’analisi alquanto particolareggiata e metodica.
Il primo brano che prendiamo in considerazione è il già citato Czar, storia di un esule dalla Rivoluzione d’Ottobre che con uno spassoso accento russo si definisce “cugino di Nicola (evidentemente l’ultimo zar), russo bianco emigrato a Gorgonzola” seguito dal fulmineo commento “boh, boh, un posto vale l’altro”; questo esule sceglie il mestiere di domatore col suo leone personale, appunto Czar, e con un numero che consiste nel mettere un arto nelle fauci del leone, il quale però prima gli amputa il braccio destro, poi il braccio sinistro, poi tutt’e due le gambe, tanto da ridurlo sulla carrozzella, o come dice lui “in carriola”, ma con la volontà di continuare eroicamente il suo numero, che ora consisterebbe nel mettere la testa in bocca a Czar, se non fosse che qui avviene un improvviso rovesciamento di posizioni, con un finale pregno di un umorismo feroce e nerissimo: “Con un morso ho staccato il testone a Czar / Sono il domatore più feroce che ci sia / Son specializzato in un gioco d’eccezion / Ogni sera con un morso / Decapito un leon”, per andare a chiudere musicalmente su una finta atmosfera da ballo cosacco un pezzo iniziato con la parodia del famoso “Concerto per pianoforte e orchestra” di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Mi sono sempre chiesto come abbia potuto passare in TV un brano simile, ma forse l’istrionismo dell’artista fu un buon salvacondotto.
Nella maggioranza dei brani registrati – cui gli ottimi arrangiamenti di Alberto Baldan e Mario De Sanctis rivestono con gusto impeccabile – l’umorismo di Del Prete è sempre collegato ad un impegno morale, se non politico, che lo porta ad usare il filtro della satira in modo da fare uscire allo scoperto le tante, troppe storture dell’epoca, molte delle quali non sono state sanate nemmeno oggi; ad esempio, in Presente, la guerra è presentata per quel che è, senza falsi moralismi e con versi strepitosi come “Le medagliere lustrate / E le ragazze in amore / Per le ferine zaffate / Che emana il futuro vincitore / Vedove istericoardenti / Mogli in sospetto di figli / Baci ed abbracci frementi / E nobili umidi cigli”, ma dopo una disamina amarissima Del Prete conclude “Ed è per questo mio caro marmocchio / Che il fucilino non te l’ho comprato / ho preferito portarti Pinocchio / un burattino di legno snodato” ; siccome la canzone risale al 1967 – tutti i brani portano la data di composizione – è intrigante pensare a questo testo come ad una sorta di obliqua risposta alla celebre Lettera a mio figlio di Umberto Eco, inclusa nel suo “Diario Minimo” di quattro anni prima. Non manca ovviamente l’amore nell’universo poetico di Duilio Del Prete, ma esso viene affrontato in maniera del tutto obliqua rispetto alla canzone commerciale, in brani quali Come un abbraccio e, soprattutto, Pan, un inno all’amore pagano in adorazione del dio citato nel titolo che si compone in una sorta di bassorilievo finissimo, con un’aura traslucida che sarebbe sicuramente piaciuta a Pierre Louys o Claude Debussy, per restare in area francese.
Come esempio di distanza creativa dai modelli possiamo ancora citare La Bassa Landa, aperta dal grido del guardia-argine della Bassa PadanaL’acqua cresce! L’acqua cresce!” e con una descrizione della zona che rimanda irresistibilmente al famoso Le Plat Pays di Brel – tradotto in italiano da Herbert Pagani come Lombardia – ma dove l’artista belga elevava un sommesso ed insieme ironico peana al suo luogo natale, l’artista italiano ritrae questo luogo come monotono e senza contorni, da cui evadere prima o poi.
Interessante notare che Dove correte!, il brano da cui il disco, prende il titolo è anche il più vecchio, datato infatti 1959, ma viene messo in chiusura e vede solo Del Prete con la sua chitarra in un’atmosfera chiaramente ispirata a George Brassens, anche per il testo che ammonisce – già ben prima del boom economico – a non farsi incantare dalla smania di successo e di arrivismo, fino a dichiarare seccamente “O primi o ultimi arrivati / In fine della gara / Non sarete pagati / Perché a gara finita / Il filo che tagliate / È quello della vita”, riferimento chiarissimo alle tre Parche e precisamente ad Atropo che tagliava appunto il filo della vita umana.
Questa fulminante “summapoetica e musicale illumina di luce retrospettiva tutte le canzoni del disco, facendoci comprendere che da qui provengono le analisi impietose di La Partita, paragone fra il gioco delle carte e quello della Borsa, o Il Giudizio, meditazione amarognola sul dopo morte con passaggi quale “O che mi doni il Paradiso / O che mi danni nell’Inferno / Io non voglio metter naso / Nelle decisioni del mio Padreterno”, in apparenza una sospensione del giudizio ma in realtà un’accettazione quasi passiva di quello che verrà.
Forse, in conclusione, la migliore sintesi di questo lavoro, ancora oggi freschissimo e coinvolgente, sta nel fatto che Duilio Del Prete cercava sempre un Altrove nel quale potere trovare una qualche pace da un mondo per lui insopportabile, il che però comprendeva anche l’imperativo categorico – proprio in senso kantiano – di scuotere le nostre coscienze per migliorare il nostro mondo, e se non abbiamo fatto tesoro della sua lezione, allora tanto peggio per noi, lui di certo non è stato zitto.

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