Dream Theater: “Panic Attack” (2005) – di Warden

Ogni notte è peggio. Mi corico e i pensieri si accavallano gli uni sugli altri, un complesso avvicendarsi di segmenti incoerenti che sfiora il delirio. Non riesco a togliermi dalla testa l’idea di aver fatto un terribile errore, anni fa, un errore per cui, non importa quanto io mi sforzi, non riesco a trovare rimedio. I flash ritornano impietosi, rivivo il momento e mi sento intorpidito, sprofondo in un mondo onirico da incubo come se stessi vivendo una paralisi del sonno, mentre i pensieri mi strisciano addosso come tentacoli di un mostro degli abissi e mi trascinano sempre più a fondo nella fossa che mi sono scavato da solo. Questa notte è peggio delle altre. Il respiro mi manca più che mai, un peso mi schiaccia il petto come se un cinghiale mi si fosse seduto sulla cassa toracica. So cosa ho fatto, e ancor meglio so cosa non ho fatto, e non riesco a bloccare il cervello, che torna e ritorna sempre al medesimo punto, come se fosse prigioniero di un loop di ossessioni inceppato. Il pensiero che mi tormenta è sempre lo stesso: “E adesso che faccio? Come trovo rimedio?”, un pensiero coriaceo e duro a morire, nonostante la risposta non cambi mai.
La risposta è “Niente”, non posso fare niente, non posso rimediare a niente. Avete presente la storia del treno che passa una volta sola nella vita? Io ho perso il mio treno, l’ho perso tanti anni fa, quando non avevo abbastanza cervello per rendermi conto che stava passando. L’ho perso senza accorgermene, senza nemmeno farci caso, e adesso è finita, punto e basta. Mi sono chiuso da solo in un vicolo cieco da cui non c’è via d’uscita e ora, anni dopo, l’unica cosa che so fare è farmi prendere dagli attacchi di panico quando vado a dormire. Non c’è altro. Non importa quanto io mi spacchi la testa alla ricerca di soluzioni. Non c’è via d’uscita. L’unica cosa che mi resta è assecondare il delirio e vagare nei labirinti del sonno, tra facce che conosco molto bene, visi familiari che tornano dal passato per ricordarmi tutti gli sbagli che ho fatto. La scuola. L’università. Il lavoro. Le storie sentimentali. Le amicizie. E poi, peggio di tutti, quella notte, quella singola notte che ha mandato in frantumi ogni speranza di uscirne sano di mente.
Sono stato derubato del mio futuro, e la cosa terribile è che non ho nessuno con cui prendermela se non me stesso, perché sono stato io e soltanto io a ficcarmi in questa situazione. La colpa è mia, soltanto mia. Se solo avessi saputo… Ma con i se e con i ma non si scrive il destino. Dov’è il tasto “rewind“? Dove si firma per avere una seconda occasione? A quale inesistente dio devo rivolgermi per tornare indietro di dieci anni e rifare tutto da capo, ma con la consapevolezza che ho adesso? Il mio compagno di cella in questa prigione senza sbarre grugnisce e si lamenta, forse perché mi ha sentito muovermi nel sonno. So bene che lo infastidisco con i miei attacchi di panico, ormai non mi sopporta più. Spesso sento i suoi occhi cattivi su di me, come se studiasse il momento propizio.
Sempre più spesso mi chiedo se, un giorno di questi, si deciderà a trasformarsi in un improvvisato giustiziere. E tutto per un po’ di sonno. Sarebbe una fine ignobile. Sarebbe la fine che merito. Strano ma vero, sarebbe finalmente una via d’uscita. Perché non c’è niente di peggio che sentirsi addosso una libertà che è soltanto immaginata, ma per nulla reale. E la gente che non ha il mio stesso problema, la gente che non soffre, anti-empatica, anaffettiva, rincoglionita dai social, non capisce. Guardano quelli come me dall’alto in basso. Ci giudicano deboli. “Se i poveri sono poveri se lo meritano, c’è un motivo (…) Se vuoi, puoi; se pensi di non farcela sei un debole, un codardo”. E io sprofondo, mentre gli attacchi di panico peggiorano, e nessuno si degna di tendermi una mano.

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