Discriminazione e linguaggio – di Maria Elisabetta Ranghetti

Il linguaggio è una spia che rivela molto di noi; in base alle parole che scegliamo e a come le combiniamo, emerge il nostro pensiero e, se l’interlocutore è accorto, anche il non detto. È un’arte quella di leggere tra le righe? Non proprio. È il risultato di un’attenzione e uno studio profondo della lingua; a questo mi dedico da svariate decadi. Negli ultimi anni ho prestato interesse alle frasi e alle parole che si adoperano quando si discute di discriminazione di genere, un tema a me caro; parlare pubblicamente di quest’argomento – che ha basi storiche, antropologiche e sociali – non è facile perchè spesso gli animi s’incendiano. Del predominio dell’uomo sulla donna si dibatte da poco tempo; è solo dagli inizi del 1900, con le suffragette, che la questione femminile è di dominio pubblico e, se si calcola che per cinquemila anni solo occasionalmente è emerso, a conti fatti non arriviamo a duecento anni di discussione su un argomento che è di scottante attualità. Nel 1929 Virginia Woolf pubblicò “Una stanza tutta per sé“, uno splendido saggio in cui parla della necessità, per una donna che scrive, di avere una rendita e un luogo dove potersi dedicare indisturbata a quest’attività; Virginia Woolf, con una precisa carrellata storica, illustra il divario che nei secoli c’è stato tra uomini e donne nel mondo della scrittura. In Italia è da poco più di settant’anni che le donne votano. Questi sono solo due esempi che evidenziano come la questione femminile non sia un’invenzione contemporanea, ma abbia radici profonde nel nostro passato.
Ancor oggi c’è un evidente divario tra donne e uomini nel mondo del lavoro. La stessa istituzione delle “quote rosa” ci dice che occorre una legge per garantire una porzione di scranni in politica per le donne, il che significa che la “presenza femminile” è tutt’altro che scontata nella nostra società. La causa di questa discriminazione è legata alla mentalità forgiata nel corso dei millenni e, per comprenderla, si deve analizzare il linguaggio: solo lavorando sulle parole si può capire l’origine del pensiero e mutarlo, un processo che richiede tempo. Quello che noi possiamo cominciare a fare da subito è prendere atto dell’impatto che hanno certe frasi e dei risvolti e delle conseguenze sulle relazioni in ogni ambito della vita. Esempi pratici possono farci addentrare meglio nella questione. Non è raro sentire donne lamentarsi che, ai colloqui lavorativi, viene loro chiesto se abbiano figli o vogliano farne; difficilmente la stessa domanda viene rivolta a un uomo. Quesiti illeciti, ma che palesano una discriminazione che implica il dover scegliere tra l’essere madre e l’essere lavoratrice, scelta che non viene richiesta a un uomo. A peggiorare il tutto c’è l’accondiscendenza di chi è disposto a giustificare queste politiche aziendali: c’è crisi e, si sa, la maternità ha dei costi. Un problema di competenza del welfare viene così rovesciato sulla donna che diventa un impiccio e non una risorsa su cui investire.
Quando una donna denuncia una violenza, spesso le viene chiesto come fosse vestita, se abbia provocato l’uomo con abbigliamento succinto o con parole, domande intimidatorie che ribaltano la situazione: da vittima, diventa complice in quanto provocatrice: una vecchia storia che si ripete e di cui sono piene le cronache in questi giorni. Si legittima così un sistema che soverchia l’ordine etico che dovrebbe tutelare chi è stato perseguitato. Parlando di violenza sulle donne, non è raro che emergano considerazioni sulla trasversalità di certi atteggiamenti. Se per esempio compaiono le parole “maschilismo” o “femminicidio”, arrivano rettifiche sul linguaggio inappropriato; viene prontamente sottolineato che non esiste il “femminicidio” perché anche le donne perpetrano violenza sugli uomini e quindi si deve parlare di “omicidio”. S’insiste nel dire che il comportamento discriminatorio non è tipico di un genere specifico, ma è un atteggiamento umano distribuito su ogni fronte. Da qui alla negazione del maschilismo il passo è breve. In questo caso la strategia messa in atto è spostare l’argomento su un altro piano: quello dell’universalità dei comportamenti che, tra le righe, ritratta cinquemila anni di sopraffazione sul genere femminile.
Alle elementari classificherebbero questo modus operandi come un errore: il famoso “andare fuori tema”. Forse perché accecati da torti personali subiti? Per mancanza di conoscenza? O per pigrizia mentale? Nessuno nega gli sbagli delle donne: la Storia è piena di Messaline e discendenti dei Borgia, ma questo nulla c’entra con la discriminazione di genere. Semmai è un problema di umanità traviata! Mischiare i due argomenti implica un tentativo di mistificazione; un po’ come il penitente che va a confessarsi e parla dei peccati altrui per trovare attenuanti ai propri errori. Il primo passo per un cambiamento di mentalità è prendere atto di come queste asserzioni forgino la mente di chi le ascolta e le pronuncia. Bisogna ripartire da zero e capire che la parità tra uomo e donna – che non significa livellare le differenze di genere, fonti di ricchezza – porta vantaggi a tutti noi in termini economici, sociali ed etici; per ottenerla occorre un pensiero che non neghi la realtà, ma che la analizzi in maniera lucida. Senza un’analisi limpida della situazione non si può affrontare nulla nè offrire risoluzioni valide per migliorare il mondo. Poniamo attenzione a come parliamo: il linguaggio ci dirà sempre se stiamo progredendo o regredendo. Nessuno ci impedisce di affrontare altre tematiche urgenti e necessarie, ma non dimentichiamo che gli argomenti vanno sviscerati uno a uno con conoscenza e consapevolezza altrimenti si rimane impigliati in vortici di accuse che non portano da nessuna parte. 

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