Devo: “Mongoloid” (1978) – di Lorenzo Scala

Prendete due persone, mettetele in una macchina, date loro un futile motivo per far competere il loro ego e la demenza è servita. A chi non è mai capitato di avere delle grevi discussioni dense di rancore con un grande amico, ma c’è un limite a tutto, o meglio, dovrebbe esserci. Noi, quella mattina, il limite della logica ce lo siamo ingoiati come fosse uno shottino di rum. Marcello è un grande amico, ci conosciamo da trent’anni ma forse è proprio questo il problema, più il legame d’affetto è forte e più aumenta la possibilità di eruttare invidie antiche rannicchiate tra le pieghe dell’animo. La competizione in fondo, più dell’amore e del raziocinio, è ciò che ci rende vitali ed idioti. Detto questo devo ammettere che nessuno dei due poteva immaginare la catastrofica dimensione di una polemica tramutata in farsa. La giornata era iniziata carica di leggerezza, l’aria indossava un sapore di freschezza autunnale e noi la lasciavamo scorrazzare sulle nostre facce con la voglia di fare un salto fuori dal recinto, tesi come archi in cerca di bersagli lontani dall’ordinario. Carichiamo la macchina dopo aver fatto colazione, io il solito caffè e cornetto, Marcello con il solito tramezzino con tanto di Amaro del Capo a fare da guarnizione. Osserviamo il portabagagli: una tenda, due sacchi a pelo, due sacche con i vestiti, due borracce, cibarie e un paio di fumetti. Ci guardiamo e sorridiamo sornioni, si parte! Prendiamo l’autostrada e cominciamo a discutere su quale cd mettere, ecco, quello in qualche modo è stato il preludio di un personale e folle festival dell’assurdo. Infatti io, radici tra il punk e il rock demenziale, propongo una ventina di minuti carichi di sarcasmo dallo spirito trash, ovvero venti minuti a spassarcela con la musica dei Devo. Lui invece, dall’approccio più colto e sofisticato, propendeva per qualche classico del rock progressivo degli anni 70. Iniziamo a polemizzare quasi per gioco, così per il gusto di stuzzicarci a vicenda: soliti bonari sfottò. Dopo dieci minuti la piantiamo di fare gli imbecilli e tra noi cala un minuto di silenzio. Lo stereo permane muto. Finché con aria placida dico: “dai, a parte gli scherzi, spariamoci un po’ di Devo per svegliarci e poi andiamo di progressive per tutto il viaggio”. Marcello rimane in silenzio, però noto la mascella irrigidirsi e le sopracciglia aggrottarsi. Ok, chi tace acconsente, mi dico e infilo “Question: are we not men? Answer: We are Devo!” nella fessura dello stereo. Il disco uscito alla fine dell’agosto del 1978, prodotto da Brian Eno e David Bowie, mi provoca sempre ondate di caldo piacere a sciacquarmi i battiti cardiaci, questo perché i Devo hanno il potere fantascientifico di farmi viaggiare nel tempo, così già dalle prime note di Uncontrollable Urge, traccia d’apertura, mi rivedo imberbe punk dall’aria contrita, severa e vagamente spavalda. Marcello dopo neanche venti secondi spegne lo stereo e, tra il serafico e il lapidario dice: “Meglio un sano silenzio piuttosto che una scarica di diarrea indotta dai Devo”. Quello è stato il momento in cui un battaglione di piccoli centurioni incazzati ha cominciato ad avanzare a testuggine nel mio sistema nervoso. Respiro cercando di abbracciare il mio famigerato self control ma fallisco e ribatto secco: “ok, ok, non ti piacciono, basta dirlo senza per forza insultare i mie gusti, insomma c’è modo e modo…” poi dopo un attimo di esitazione rincaro la dose: “sai la differenza tra me e te quale è? La differenza è che io ho la mentalità aperta, ascolto di tutto, soprattutto la musica suonata male perché mi ricorda quanto possiamo essere imperfetti e sinceri allo stesso tempo, mentre te hai la mente chiusa con un chiavistello e ti atteggi a professore del buon gusto”. Ho esagerato, l’ho capito nel momento in cui ho pronunciato le prime sillabe, Marcello inoltre è sempre stato molto orgoglioso, quindi, nel momento in cui la mia boccaccia si è chiusa, ha cominciato a sgranare gli occhi come se uno struzzo avesse appena infilato la testa nel suo deretano. Quelli che seguirono furono momenti concitati farciti dai nostri volti paonazzi, urla isteriche neanche fossimo liceali sotto stress da esame che litigano con i genitori. Finché alla fine incasso il colpo di teatro elargito con disinvoltura da Marcello: mette la freccia e prende l’imbocco di un Autogrill, si ferma e mi fa: “scendi”. Io (abbastanza incredulo lo ammetto e a questo punto altrettanto orgoglioso) scendo senza fare una piega. Marcello parte e se ne va. “Tanto torna” penso… e invece no. Non torna. Abbandonato come un cane perché mi piacciono i Devo. “Ma dimmi te se si può essere così intransigenti, spero proprio di non mettermi mai a giudicare dall’alto le cose che esulano dal mio gusto personale”. Questo penso mentre faccio il mio ingresso all’interno dell’Autogrill. Un ragazzo sui vent’anni, magro, pantaloni attillati, capelli corti con la sfumatura alta colorati di un rosa fosforescente, ascolta musica Trap dal suo cellulare. Sempre che si possa definire musica il genere Trap. Lo guardo male e se ne accorge. Non ci pensa due volte e mi chiede con aria di sfida, “Cosa ti guardi vecchio?”. Non ci posso credere, vecchio io che ho trentacinque anni. La mia boccaccia colpisce ancora: “tranquillo, ognuno è libero di ascoltare la spazzatura che preferisce”. Mentre vedo l’esile ma nerboruto braccio caricare indietro il colpo, penso che in fin dei conti c’è la possibilità che io sia in parte un coglione. Il pugno vibra nell’aria mentre sfreccia verso il mio zigomo sinistro. Mi ritrovo steso, abbandonato, con uno zigomo probabilmente rotto. Così ho cominciato a fischiettare, senza un motivo preciso, la canzone Mongoloid.

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