Detroit Cobras: “Baby” (2004) – di Alessandro Gasparini

L’idea di base dei Detroit Cobras è quella di prendere i classici Motown e suonarli con stile indiavolato. Formatisi nel 1994 a Detroit, Michigan, nascono come via di mezzo tra una mirabolante cover band e un complesso che imbocca la propria strada aggiungendo qualcosa di unico ai classi soul e R&B. Sotto la Sympathy for the Record Industry pubblicano il loro primo album “Mink, Rat or Rabbit” nel 1998, e dopo un intervallo di tre anni il secondo “Life, Love and Leaving. Si tratta di due dischi interamente costituiti da cover anni sessanta rinvigorite dall’adrenalina propria del revival garage rock dei primi duemila. Tale formula li rende popolari nel Regno Unito, tanto da spingere la Rough Trade Records di Londra ad assicurarsene le prestazioni. Danno dunque alle stampe l’EP Seven Easy Pieces nel 2003, e la terza opera full-length Baby l’anno seguente. Fatta eccezione per la cantante Rachel Nagy, la band è caratterizzata da frequenti turnover sia nelle registrazioni in studio che nelle esibizioni dal vivo. Ciò ha creato difficoltà nel definire la “formazione” dei Detroit Cobras. Su “Baby” sono presenti: Maribel Ramirez e Steve Nawara alle chitarre, Joey Mazzola al basso e Kenny Tudrick alla batteria e alla percussioni. Sin dal primo ascolto è evidente la scelta operata, ovvero una maggiore propensione alla pulizia e compostezza del soul piuttosto che alle asperità tipiche del garage punk, elementi in precedenza bilanciati.
Slipping Around in apertura si presenta come qualcosa a metà tra i primi Who con Chrissie Hynde idealmente alla voce. Contro una tempesta di accordi che si infrangono, Nagy canta di relazioni illecite, mentre le voci di sottofondo fischiano come un bosco popolato da gufi. La successiva I Wanna Holler (But The Town’s Too Small), suona come una storia d’amore sporcata di rockabilly. Senza dubbio, i Cobras sono stati ampiamente anticipati nel fondere le sonorità fuzzed-up con racconti di amore e lussuria. Ad esempio, la qui riproposta Baby Let Me Hold Your Hand (in origine Baby Let Me Take You Home di Russell e Farrell) fu un successo del 1964 ripreso dagli Animals di Eric Burdon.
Le chitarre ruggiscono, regalando un’offensiva che non fa prigionieri. Se su Weak Spot di Steve Cropper (pregna del DNA Stax) la dolcezza assillante di Nagy rievoca i Blondie degli inizi, l’up-tempo incalzante di Everybody’s Going Wild è l’episodio più aggressivo dell’intera tracklist.
Altri picchi includono la ballad It’s Raining, la coinvolgente versione di Just Can’t Please You di Billie Jean Horton e Mean Man. Ma senza ombra di dubbio, l’album va ricordato per due brani in particolare. Il primo è l’irresistibile originale Hot Dog (Watch Me Eat), il secondo Cha Cha Twist di Hank Ballard che nell’arco di un solo anno verrà utilizzato per le campagne pubblicitarie di Coca-Cola (2004) e Heineken (2005). “Baby” è a suo modo un disco a tema, dove la parola in oggetto fa capolino praticamente in tutte le tracce presenti. Il tema ricorrente è quello dell’amore, tanto quello romantico e nostalgico quanto quello cinicamente e fugacemente vissuto, suonato efficacemente e cantato in modo ancor più memorabile. Poco più di mezz’ora di musica spudoratamente vintage, capace di catapultare nei retroscena dell’atmosfera patinata degli anni sessanta e che può mettere d’accordo sia i palati fini avvezzi all’R&B che le membrane massacrate delle orecchie appassionate di punk e garage.

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