Davide Van De Sfroos… il “Cauboi Laghée” – di Claudio Trezzani

Ci sono musicisti che sono diventati negli anni l’orgoglio paesano delle zone dove sono vissuti, venerati come dei e le cui storie volano di bocca in bocca e hanno creato veri e propri culti pagani. E’ un retaggio molto simile a quello del country americano, dove ogni piccola cittadina e contea ha il suo musicista conosciuto da tutti nel raggio di pochi chilometri ma che poi, per un motivo o per un altro, resta un mito sconosciuto al grande pubblico, per sfortuna, congiunzioni astrali e destino. Ecco, Davide Bernasconi avrebbe potuto rimanere per sempre un “culto lariano”, un cantautore di un’abilità sopraffina ma con una particolarità che nella sensazione comune avrebbe dovuto limitarlo, perché la maggior parte delle sue composizioni sono in dialetto laghée (una variante del dialetto lombardo parlato nel comasco ma compreso anche fino al Canton Ticino e nella parte ovest della Lombardia) e invece Davide ha cavalcato con successo le classifiche di vendite italiane e si è esibito perfino al French Quarter Festival di New Orleans, diventando un vero patrimonio culturale della nostra Nazione. Nato a Monza nel 1965 ma cresciuto vicino a Como, vicino a quel Lago che sarà principale ispirazione delle sue meravigliose storie, Davide ha iniziato la sua carriera come ogni adolescente di quegli anni, con gruppi di ispirazione rock e punk, sognando un futuro da “grande musicista”. Dopo una breve esperienza solista forma assieme al bassista Alessandro GianaVan De Sfroos (di frodo, di contrabbando). Il gruppo comincia a elaborare i testi con l’idea di usare inglese, italiano e dialetto e, nel 1992, sfornano la prima cassetta autoprodotta, “Ciùlandari”, seguita da un’altra registrata dal vivo “Viff” nel 1994. La notorietà della band comincia a serpeggiare nei vicoli dei paesini lariani e fra le scure acque del Lago. Nei posti dove tutti conoscono tutti, non poteva passare inosservato un cantante che usava il loro laghée per raccontare storie. Ma non solo in queste zone, perché quella lingua, come già detto, è compresa anche ad ovest della Lombardia, fino alla Metropoli milanese e al Canton Ticino: tutti luoghi in cui la band scatena una specie di orgoglio nell’avere finalmente qualcuno dal talento sopraffino che racconta le storie locali nella loro lingua. Ormai il treno è partito e, di sicuro, all’epoca nessuno avrebbe potuto immaginare che le fermate sarebbero state New York, New Orleans, Sanremo e una miriade di premi cantautoriali. Finalmente nel 1995Van De Sfroos pubblicano il primo album vero e proprio, “Manicomi”, che ottiene un successo quasi inaspettato e contiene già alcuni pezzi che ne dimostrano oltre che l’abilità lirica anche quella di arrangiatore. Brani che poi sarebbero stati cardini anche delle esibizioni live come La Curiera, storia vera di paese con caratterizzazione dei personaggi come fosse uno scrittore navigato (e infatti nel 1997 pubblicherà il primo dei suoi quattro splendidi libri). Il sound è una sorta di abile miscuglio fra folk cantautoriale, blues country e rock. I Van De Sfroos hanno talento e spiccano nel panorama italiano in maniera originale, conquistando piano piano la notorietà alla “vecchia maniera”: un passaparola inarrestabile. Dopo l’uscita del primo libro di Davide, “Perdonato dalle Lucertole” del 1997 (una raccolta di poesie inedite sia in laghée che in italiano), la band nel 1998 purtroppo si scioglie. In questo periodo Bernasconi fonda la Van De Sfroos Band, ispirandosi sempre al nome precedente (“vanno di frodo”) e, nel 1999, esce il primo album della nuova vita del cantautore, “Brèva e Tivàn”. La musicalità dell’album è di nuovo in bilico fra il folk italiano alla De Andrè e una musica di chiara ispirazione country e blues, con un solo pezzo che pare quasi hard rock (Cyberfolk) e addirittura un viaggio quasi swing (La Nocc, stupendo affresco della città di notte). Nel disco ci sono brani che diventeranno pietre miliari nella sua discografia e nelle sue esibizioni live, pezzi di una finezza lirica venata di ironia che dovrebbero essere studiati come poesie a scuola: come Hoka Hey, stupendo brano cadenzato, accompagnato da suoni dei nativi americani, col testo dedicato al loro genocidio da parte degli inglesi; La Balada del Genesio, pezzo di blues acustico che parla di un personaggio tipico da osteria di paese: quello che ha fatto tutto e sa tutto; Cau Boi, canzone dall’anima folk, quasi una festa di paese, la storia che tanti ragazzi di provincia hanno vissuto nelle loro serate verso Milano o Lugano, le grandi città, i casinò, il divertimento lontano dal paesino. I brani di “Brèva e Tivàn” andrebbero citati tutti, anche Pulenta e Galena Fregia, diventata poi l’inno ufficiale del Como calcio, oppure la commovente Ninna Nanna del Contrabbandiere, un folk acustico arricchito da cori, con il papà contrabbandiere che spiega al figlio piccolo la sua vita difficile sulle montagne al confine italo-svizzero per portare a casa il pane.“Brèva e Tivàn” viene notato anche dalla critica e arriva il primo premio, il SIAE/Tenco come miglior artista emergente. Il talento di Davide cominciava a dare frutti ed era solo l’inizio. Nel 1999 Davide pubblica anche una cassetta di soli tre brani che rivisitano alcune storie bibliche come Per una Poma. Quando nel 2000 esce “E Semm Partii” nessuno si sarebbe aspettato il boom di vendite (oltre 50.000 copie). Per una musica dai testi in gran parte dialettali è un risultato importantissimo. il disco viene premiato come miglior disco in dialetto dell’annoQuattordici pezzi di un’intensità lirica invidiabile, quadri di vita vera in cui riconoscersi e che commuovono, sempre con personaggi quasi letterari come Sugamara o El Mustru. La musica è un blues folk in bilico fra il lago di Como e il Mississippi come in Treno Trenu, semplicemente perfetto e che avrebbe reso orgoglioso John Lee Hooker. Se avete vissuto gli anni d’oro dell’Italia di Papa Giovanni XXIII ma anche quella del mondiale del 1982, provate a non commuovervi ascoltando Television, quell’apparecchio che diventò indispensabile all’improvviso nelle nostre vite proprio in quel periodo. Ora anche nel resto del Paese la musica di Davide, così diretta, così ben suonata e le sue storie di vita semplice raccontate nelle osterie fanno breccia… un narratore così abile non poteva rimanere nell’anonimato. Le classifiche parleranno per lui, anche quelle dei libri: il suo secondo del 2000, “Capitan Slaff”, ottiene un buon livello di vendite e approderà in teatro. Nel 2003 esce un disco dal vivo intitolato ironicamente “Laiv”, che dà l’idea di che esperienza mistica siano i suoi concerti, con la partecipazione intensa del pubblico che si identifica con i suoi personaggi e le sue storie. Fra i brani spiccano quattro inediti fra i quali: L’esercito delle 12 sedie, in dialetto e italiano, che affresca ancora una volta il mondo delle osterie di paese, degli italiani “tutti allenatori” davanti al Cynar e alla Sambuca“…verdum la gazèta tacum a bestemà / ghe spiegum al Trapattoni cume l’è che ‘l g’ha de fa’ / perché partì per i mundiai l’è cume partì per una guera / se perdum disum s’erumm se vencium tucumm più tèra…” (apriamo la Gazzetta e cominciamo a bestemmiare / gli spieghiamo al Trapattoni come deve fare / perché partire per il mondiale è come partire per una guerra / se perdiamo diciamo che lo sapevamo ma se vinciamo non tocchiamo più terra). Chiude l’ottimo lavoro una riedizione bagnata nella acque del lago comasco di Frank’s Wild Years di Tom Waits (I Ann Selvadegh del Francu): quando hai talento e coraggio puoi permetterti di scomodare i santi e lo puoi fare in maniera credibile e originale… Chapeau, anzi capèl. Ormai non ci si ferma più nemmeno in studio, la qualità rimane altissima e “Akuaduulza” del 2005 è una festa di suoni variegati, dalla musica ispanica al blues al country, sorretta dalle solite liriche ironiche che dipingono storie indimenticabili. Storie di fantasmi, di spiriti, di luoghi magici e di uccellacci neri, tutti lavati nell’acqua dolce del suo lago. Ascoltate Madame Falena, uno spettacolare viaggio blues di ispirazione ispanica. Sopra tutte però si erge l’omaggio al lago di Como: la title-track è una ballad arricchita dal violino che emoziona e vorresti non finisse mai. Le immagini che ci appaiono davanti sono reali, come fossero dipinte in diretta da un pittore del passato: di ogni particolare, di ogni personaggio, quasi si sente il profumo (a nostro parere una delle canzoni italiane più belle degli ultimi anni). “Akuaduulza” musicalmente è forse il disco più ricercato e complesso di Davide, italiano e dialetto sempre a braccetto e, c’è spazio per un pezzo che prende ispirazione da Bob Dylan, nell’omaggio alla chitarra in Rosanera. un suono forse più oscuro e per questo meno immediato, da apprezzare e assaporare lentamente. La lunga tournée che seguirà “Akuaduulza” è un successo portato in giro per l’Italia (anche chi non mastica il suo laghée ne apprezza le emozioni che le sue canzoni muovono) e sfocerà nella pubblicazione di un dvd, “Ventanas” che ne racconterà il viaggio. Il vero e proprio boom, la consacrazione di critica e pubblico assieme avverrà però con il successivo disco del 2006 “Pica!”. Un lavoro che arriverà al numero 4 delle classifiche nazionali ma che lo porterà anche a suonare al French Quarter Festival di New Orleans, un onore toccato a pochissimi artisti non americani, con una dedica alla Città e alla tragedia dell’uragano Katrina nel pezzo New Orleans… una ballata dal sapore cajun che emoziona fino alle lacrime e sembra scritto dalla penna del mitico Sonny Landreth. C’è spazio ancora per storie di contrabbandieri di frontiera in La Ballata del Cimino, una ballata dal sapore bluegrass fra casse di sigarette e motoscafi della Finanza, ma anche per un’ode della “Milano da bere” degli anni d’oro con una ballata pianoforte e voce, 40 Pass, che avrebbe reso orgoglioso sia Nanni Svampa che Enzo Jannacci. con “Pica!” Davide Van De Sfroos ottiene il suo secondo premio Tenco e lo porta ad un’altra tournée trionfale che sfocia in un incredibile tutto esaurito al Forum di Assago. Dopo la pubblicazione nel 2009 di uno splendido cofanetto, “40 Pass”, quattro dischi live con un inedito pieni di rivisitazioni dei suoi brani, arriviamo all’impensabile fino a pochi anni prima: Gianni Morandi lo vuole al Festival di Sanremo del 2011. Davide Van de Sfroos si presenta al festival con Yanez, un bellissimo brano molto divertente sorretto da chitarra acustica e tromba sullo sfondo, una storia che è una dedica ai personaggi di Emilio Salgari immaginati in pensione sulla riviera romagnola ma è anche alla figura di suo papà Tiziano che adorava le storie di Sandokan. La qualità del brano lo fa arrivare fino ad un quarto posto inatteso e il lavoro che uscirà poco dopo con lo stesso titolo sarà disco d’oro e venderà oltre 40.000 copie in pochi mesi. “Yanez” è pregno di malinconia e storie di rimpianti, fra i quali spicca senza dubbio Il Camionista Ghost Rider, un bellissimo brano blues-country che in poche righe rende omaggio alla vita artistica di quattro assoluti mostri sacri ispiratori: Woody Guthrie, Johnny Cash, Jimi Hendrix e Robert Johnson. Ancora una volta l’abilità lirica di Davide gli permette una dedica breve ma efficace di quattro musicisti che avrebbero avuto bisogno di pagine e pagine per essere descritti come lui fa in quattro strofe. Talento puro. Il disco forse non raggiunge i livelli qualitativi e di originalità dei due precedenti ma il livello è sempre altissimo, ormai il suo nome è garanzia di qualità. Il suo sesto album del 2014, e tutt’ora ultimo uscito, è “Goga E Magoga”. Anche qui ormai la strada del suo sound,  fra l’americana e il folk cantautoriale italianoè tracciata, anche se in alcuni pezzi fa capolino il prog e la psichedelia, a metà fra l’italiano e il laghée. Il titolo, di ispirazione biblica, vuol dire in pratica andare lontano senza meta” e il lavoro mantiene il livello ormai altissimo dei suoi dischi precedenti, con alcuni brani che confermano come in Italia Davide ha pochi rivali. La title track è un brano quasi rock progressivo come si usava nei settanta: il testo ossessivo/oppressivo e quasi apocalittico e il ritornello gotico, ne fanno un piccolo gioiello da annoverare nei brani migliori di Davide, come Mad Max che pare scritto dai Jetro TullUn’abilità davvero invidiabile quella di riuscire sempre a scrivere canzoni dal sapore inaspettato e originale. I generi sono sempre gli stessi ma saperli mescolare con questa qualità risulta raro. I testi sono una riesamina malinconica del mondo di oggi, veloce e con poca anima: su tutto prevale la voglia di fuggire da tutto questo. In questo caso non si raggiungono i livelli di “Pica!” e Akuaduulza”, il lavoro è maturo e complesso ma anche a Springsteen è riuscito un solo Darkness of The Edge of Town” o un solo Born To Run”. Lungi da noi fare paragoni ma in tutte le grandi discografie ci sono dischi maggiormente apprezzati e alcuni meno immediati… l’importante è la qualità e la sincerità compositiva senza artifici e, nei lavori di Van De Sfroos queste componenti sono sempre presenti. Le sue tournée sold-out raggiungono l’apice con un evento che probabilmente lo ha segnato negli anni successivi… un incredibile concerto allo stadio di S.Siro a Milano il 9 giugno 2017. Il successo, quello che ti chiede di apparire anche quando non hai nulla da dire, ora lo bacia con insistenza e di certo il buon Bernasconi non farà mai parte di questo mondo di musica televisiva a richiesta… allora si eclissa, si rifugia nei suoi boschi in riva al suo lago per pensare, per liberare la mente, per scrivere, per tornare il Cau Boi Laghée” che i suoi fan attendono di ritrovare. nel 2018 arrivano due libri a sua firma, Le Parole sognate dai Pesci” e Ladri di Foglie”, alcune apparizioni social mentre suona la chitarra per i suoi attaccatissimi fans… e il 2019 dovrebbe finalmente portarci nuovi inediti, nuove storie, nuovi quadri col sapore di acqua dolce e montagne. Una storia quella di Davide Van De Sfroos che è ancora in attesa di nuovi emozionanti capitoli, liberata come sarà dalle incombenze del successo che probabilmente lo aveva travolto negli ultimi due anni. Un artista che ha pochi eguali in Italia ma forse anche nel resto del mondo, uno scrittore che ha il merito di averci fatto conoscere le storie della sua terra come fosse la nostra, ha reso il suo dialetto una lingua nazionale da esportare e i suoi personaggi protagonisti di storia indimenticabili. Un cowboy texano che cavalca in riva al lago di Como, un bluesman cajun che racconta storie al bar di Mezzegra. Infine, per quelli che vogliono scoprire tutto il mondo di Davide Van De Sfroos, ecco i cinque brani fondamentali secondo noi adatti all’uopo: Pulenta e Galena FregiaAkuaduulza40 PassIl Camionista Ghost RiderNew Orleans… Buon ascolto.

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