Davide Rondoni: “Contro la Letteratura” (2016) – di Sandra Tornetta

È in corso un grande fallimento, un crollo, una generale ridiscussione. Un rinnovamento. Però si pretende che rimanga invariato il paradigma culturale su cui fondare il metodo di educazione”. Con questa amara riflessione si apre la trattazione fra il filosofico e il pedagogico di Davide Rondoni, che in “Contro la Letteratura” (2016) al contrario di ciò che sembra evocare il titolo, propone un’interessante e rivoluzionaria visione dell’insegnamento della letteratura nelle scuole. “Questo non è un vademecum per anime belle e fatte. Se uno vuole avere a che fare con la poesia deve essere disposto a rischiare molto. Tutto. L’autore polemizza con l’attuale paradigma educativo di stampo illuminista che vede nella scuola il centro propulsore di quelle hard skills finalizzate alla creazione del capitale umano, pronto alle sfide sempre più ardite poste in essere dal mondo contemporaneo.
Secondo Rondoni, appiattire la bellezza e il godimento che una buona lettura produce nell’expertise di sapore aziendalistico, è l’errore gravissimo che una pletora di insegnanti di lettere sta inconsapevolmente reiterando. Non bisogna trasformare gli alunni in esperti ma in amanti della letteratura. Per far questo Rondoni parte proprio dai docenti, da coloro che per primi dovrebbero educare gli alunni a sentire la vita come un rischio, perché “nessun ragazzo seguirà un adulto che non sta correndo un’avventura rischiosa al pari di quel che sente un adolescente”. Invece, nella scuola di oggi il docente è considerato un mero funzionario, che si accontenta di far ripetere all’alunno ciò che si aspetta da lui, una definizione, un limite oggettivo al significante, esperimento molto pericoloso perché di fatto si chiede all’alunno di modellare il suo pensiero sull’opinione della maggioranza. Siamo al germe metodologico del totalitarismo. Dopo la critica, aspra e a tratti impietosa, arriva la proposta.
Primo punto:
la lettura. Un insegnante, dice Rondoni, deve saper leggere bene, perché la seduzione dell’ascolto fa parte della scoperta della letteratura. Del resto la poesia nasce per essere recitata ad alta voce: il ritmo, le assonanze, la metrica, si capiscono benissimo anche senza lo studio analitico della critica formalista russa e si capiscono perché passano attraverso il corpo e arrivano a noi insieme alla voce, il nostro suono primigenio che produce e rimanda il significante comprensivo di significato. Quindi se un insegnante legge bene, tutti comprendono ma ognuno a suo modo.
Secondo punto:
la morale. Secondo Rondoni occorre liberare la scuola dallo studio di una letteratura che abbia per fine la moralizzazione. L’arte non può coincidere con la moralità, significherebbe sottrarle la sua natura intrinsecamente rischiosa, nonché produrre un’idea molto limitata di ciò che debba essere ritenuto bello. Era forse morale il “Dorian Grey di Oscar Wilde, la cui aura oscura ed inafferrabile ha infiammato i cuori di giovani di ogni epoca? Già Charles Baudelaire si era schierato contro un uso propagandistico dell’arte nella scuola illuminista del XVIII secolo; le sue parole restano a monito di certi insegnanti che “pur schierandosi contro l’oscurantismo dei regimi totalitari, non si rendono conto di adottarne gli stessi meccanismi coercitivi quando promuovono in classe la lettura di certi scrittori ritenuti interessanti dai più”.
La proposta di Rondoni si sofferma anche su un diverso reclutamento del corpo docente, che non derivi esclusivamente dal mondo accademico ma che includa altre specializzazioni, quali il teatro, la filosofia, la comunicazione, la musica: tutte arti al servizio del giovane lettore. Anche la disciplina stessa dovrebbe essere facoltativa, un valore aggiunto da inserire nel curriculum dello studente, da insegnare a classi aperte per due ore alla settimana oltre alle ore canoniche dedicate allo studio della Storia della Letteratura. Questa disciplina dovrebbe infatti insegnare l’amore per la letteratura non la sua catalogazione, il disagio che si prova davanti alla bellezza e i modi per saperlo affrontare, lo splendore dell’incontro con la parola che si fa voce, corpo, libertà. E finalmente comprendere “La Ballata del Vecchio Marinaio” (The Rime of the Ancient Mariner 1798) di
Samuel Taylor Coleridge ascoltando l’omonimo pezzo degli Iron Maiden.

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