David Knopfler: “Last Train Leaving” (2020) – di Claudio Trezzani

Chissà cosa avrebbe potuto essere, come sarebbe cambiata la vita di questo eccellente artista se nel 1980 non avesse abbandonato la band che aveva contribuito a fondare assieme al ben più celebre fratello Mark e cioè i Dire Straits. Abbandonò una band in rampa di lancio che con “Making Movies” (1980) raggiunse il successo, quello vero e meritato. La presenza ingombrante del fratello, che considerava gli Straits la sua creatura e il suo sound, lo fecero desistere, non era d’accordo con la direzione che stavano prendendo, più rock e meno folk, più band e meno cantautori, arrangiamenti troppo complessi per la sua classe semplice. Una scelta coraggiosa vista l’aria dell’epoca ma che ci sentiamo di approvare: inutile continuare se non ci si crede più. Dopo quel fatidico gesto il buon David ha lavorato sodo e ha costruito un sound elegante, dal sapore folk e ha inciso ben quattordici dischi (compreso quest’ ultimo di cui vi stiamo parlando), oltre ad apprezzate colonne sonore per la TV e un libro di poesie. Un artista poliedrico che aveva comunque un DNA regale, visto che il fratello è diventato uno dei chitarristi più influenti della storia della musica.
Il disco in questione, “Last Train Leaving” (2020) è un’opera elegante, di un folk raffinato e poetico, un po’ ricorda Dylan, un po’ anche alcuni album solisti del fratello, quel sapore di country con lo smoking che potrebbe allietare dal giradischi una fredda serata invernale davanti al camino, con un bel tè al bergamotto fumante in mano. Per capirci basta far partire la prima traccia, The Ballad of Little Black, un pianoforte delicato, la chitarra acustica e la voce roca e intensa di David, un sapore che oscilla fra una ballata di frontiera e le storie della campagna inglese. Anche le successive I Gave My Heart e Glory Be non sono urlate al mondo, entrano quasi sottovoce, con arrangiamenti davvero splendidi ed eleganti, nulla è sopra le righe e il suono delicato ci avvolge caldo e il camino scoppietta mentre il pianoforte, l’armonica e il violino stendono un tappeto perfetto. Il viaggio è di quelli senza sussulti emozionali, il sentiero battuto è questo e ci piace parecchio come l’intro di armonica che in Wolfboy precede un bel giro di chitarra acustica, l’ululato del lupo non fa paura… anzi.
Ci sono pochi aumenti di giri e quello più marcato avviene con When A Boy Becomes A Man, una folk song acustica con un bel ritmo e un feeling solare: qui l’ispirazione dylaniana è molto marcata e sembra una jam session con il grande artista americano. Il pianoforte è sempre protagonista fino alla fine di queste quattordici eleganti tracce assieme alla voce di David, che in alcuni passaggi assomiglia moltissimo a quella del fratello Mark: buon sangue non mente. Siamo a chiederci come sarebbe migliore il mondo musicale se quella fantastica creatura che rispondeva al nome di Dire Straits fosse ancora con noi non solo in note ormai passate, ma mai sbiadite. Un disco che fa degli arrangiamenti e dell’eleganza il suo marchio di fabbrica, un album non per tutte le occasioni, non da mettere sul giradischi per spegnere i pensieri ma al contrario: i pensieri magari li accompagna nei verdi sentieri della campagna inglese, magari a cavallo come un cowboy del Wyoming. Buon ascolto.

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