David Crosby: “If I Could Only Remember My Name” (1971) – di Francesca Spaccatini

Siamo alla fine degli anni Sessanta sul versante ovest statunitense. Molti artisti si incontrano a Laurel Canyon, un quartiere di Hollywood Hills a Los Angeles. Immaginatevi una casa di legno nel verde come quella di Joni Mitchell, riempitela di strumenti musicali, idee, LSD, corpi nudi e liberi di esplorarsi e coglierete (a parte quelli che lo hanno già esplorato) com’è nato davvero questo disco. Mentre nell’East Coast c’è la Factory di Andy Warhol, Lou Reed canta le tenebre, quelle interiori, e tutto procede al ritmo di speed, nella West Coast si celebra il sole, gli spazi aperti in un rallenty perpetuo. “If I Could Only Remember My Name” (1971), esordio discografico da solista del cantante e chitarrista David Crosby, uscito tra polemiche e scontri nel 1968 dai Byrds, vanta una moltitudine di collaborazioni: Graham Nash, Neil Young, Grateful Dead, Jefferson Airplane, Joni Mitchell, David Freiberg e molti altri. Si parte con Music Is Love e ci ritroviamo subito su una spiaggia californiana, dall’ora del tramonto che fa vacillare le onde alla notte in cui si sta tutti intorno al fuoco ad inneggiare a quel Dio dell’Amore come in un rito iniziatico e celebrativo. E se Dio è amore e la musica è amore allora anche la musica è Dio. Unisce e mette in comunione gli spiriti, li porta sullo stesso piano imprimendo esperienze comuni. Passiamo poi a Cowboy Movie in cui procediamo lenti su un cavallo, tra le montagne brulle e le vallate di Albuquerque (Nuovo Messico), finché non incontriamo un imprevisto: una resistente indiana che non accetta i soprusi di noi colonizzatori, apparsa per ristabilire la legge naturale.
Continuiamo il nostro viaggio negli States ritrovandoci sulla cima del monte Tamalpais (At About 3). Ci arriva l’odore di abeti, sequoie e pini. La vista è mozzafiato: Stinson Beach, una lingua di spiaggia ai piedi del monte si adagia sul Pacifico. Un elogio alla natura e una ritirata verso la contemplazione… 
Laughing, per poi fatalmente chiedersi What Are Their Names (?). “Mi chiedo chi siano gli uomini che realmente guidano questo paese e mi chiedo perché lo facciano in questo modo così sconsiderato”. Le atmosfere diventano magiche grazie alla voce e all’autoharp di Laura Allen. È uno svelamento incantato, un sogno in un sonno profondo in cui si fluttua in più dimensioni, sussurra una carezza e un prendere per mano che accompagna per tutto il pezzo. Ci porta fuori dalla dimensione urbana e ci accompagna in scenari franchi e surreali. Il senso di estraniazione arriva anche con Song With No Words, in ascendenza costante. Singolare è la scelta di inserirvi Orleans, un arrangiamento tratto da un brano tradizionale francese intitolato Le Carillon de Vendome, che allude alla tristezza e al tormento che possono provare le campane nel contare ogni ora tutti i giorni. Le campane vengono personificate e divengono schiave delle leggi tempo, mai libere proprio come l’uomo a volte si sente schiavo di un sistema e delle sue regole.
I’d Swear There Was Somebody Here chiude il disco. Si tratta di un brano a cappella per voci del coro che cantano solo vocalizzi senza parole. L’aria qui tira meno serena, si fa più  turbolenta, con venti di voci lontane che presagiscono qualche sventura. Sarà forse il risveglio da quel sogno in cui si cercava di cambiare il mondo? Nel complesso “If I Could Only Remember My Name“, oltre ad essere uno dei capolavori della musica contemporanea, è un disco estremamente romantico, nell’accezione originaria del termine, cioè romanzesco, nel senso di non reale, in cui si esalta la spiritualità, l’immaginazione e la spontaneità. La grandezza della natura che allontana i patimenti interiori è forza propulsiva. La collaborazione tra i vari artisti è uno smacco a quella borghesia marxiana che ha lacerato i rapporti umani lasciando tra uomo e uomo nient’altro che il vincolo del nudo interesse. Non c’è spazio tra i giovani di casa Mitchell per l’amore convenzionale, tutti si sono svestiti delle abitudini e dei giudizi sociali, nudi e scalzi cantano e viaggiano, insieme, come in una tribù. Ad ascolto finito non ci si ricorda nemmeno il nostro nome, le nostre origini, completamente trasportati e immersi in quelle atmosfere e luoghi da sogno californiano. Una spinta di libertà che farebbe ruzzolar giù dal quel monte Tamalpais, per finire immersi nelle pacifiche acque in una giornata di sole, a quattro di spade.

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