David Byrne: “American Utopia” (2018) – di Rosella Ricci del Manso

David Byrne: cosa si può ancora dire che non sia stato già detto di lui? Avvicinarsi a un personaggio come il suo rende scontata qualsiasi frase e qualsiasi opinione. Impossibile stigmatizzarlo in una immagine ben definita perché quest’uomo è, pur nel suo percorso da quarant’anni a questa parte incredibilmente coerente e quindi riconoscibilissimo in ogni suo gesto, al di sopra di qualsiasi descrizione possa porlo in un ambito ben circoscritto. Musicista, innanzitutto, ma anche uomo di spettacolo e voce che grida contro una società, non solo americana, in completo disfacimento. “American Utopia (2018) è, da questo punto di vista, il concept che meglio lo rappresenta, quello che contiene tutto il suo multiforme universo: un disco, uno spettacolo, un libro, un film con la regia di di Spike Leee: una vera e propria denuncia di quello che il mondo dovrebbe essere e ancora non è. Uscito nel 2018, a ben 14 anni di distanza dal Grown Backwards“, il suo precedente album solista, “American Utopia“: dieci tracce e la presenza del vecchio amico Brian Eno, fa sua l’esperienza maturata in “Reasons to be Cheerful“, progetto editoriale via web che, fra le sue varie istanze di cambiamento, mette al centro la felicità dell’Uomo. Parlare di felicità di questi tempi è già di per sé un atto sovversivo. Non lo pensate anche voi?
David Byrne crea contro ogni visione pessimistica dell’esistenza una “Reasons to be Cheerful, un filo diretto con chi parla e lo ascolta, perché crede profondamente che questa felicità sia possibile, ora e qui, crede nel potere dell’essere umano di sapersi avvicinare attraverso la curiosità, la creatività, la musica, la collaborazione a un modo di vivere differente che possa dare ad ognuno quella serenità di cui si ha bisogno per crescere e andare avanti insieme. Attraverso l’Arbutus Foundation, una fondazione creata su queste fondamenta e senza scopo di lucro, decide di fare la sua parte nel mondo non solo da musicista ma prima di tutto come uomo e “Reasons to be Cheerful diventa così il megafono di quelli che non hanno voce in capitolo, gli inascoltati, i marginali, i sognatori, i ribelli. È da qui, da questa rivista digitale, che David Byrne non ci sta più ad essere il mostro sacro che dal suo piedistallo guarda il mondo ma decide il grande salto che lo porterà dentro il mondo. Per cambiarlo.
Certo ne è passato di
tempo, da quando nel suo libro “How Music Works(2012) dichiarava: “Per molti anni ero assolutamente terrorizzato all’idea di incontrare persone, ma la musica ha funzionato come un ponte o una sorta di presentazione, cosa che ancora succede, e talvolta in un modo scomodo. Allora ero incredibilmente timido, e tale rimasi per molti anni, e così ci si potrebbe chiedere (come in effetti fecero diverse persone) cosa diavolo fosse passato per la testa a un introverso ripiegato su di sé quando aveva deciso di farsi ridere dietro salendo sul palco. (All’epoca non mi ponevo tali domande). Con il senno di poi, immagino che, come molti altri, avessi stabilito che presentare la mia arte in pubblico (anche se si trattava ancora di canzoni altrui) fosse un modo per aprirsi e comunicare, dato che le normali chiacchiere mi mettevano a disagio. Non mi sembrava solo un modo di “parlare” un’altra lingua, ma anche di attaccare discorso; altri musicisti e persino qualche ragazza (!) avrebbero certo rivolto la parola a qualcuno che era appena salito sul palco. Esibirsi doveva sembrarmi l’unica scelta. C’era anche la remota possibilità di diventare per un attimo un eroe e mietere ricompense sociali e personali in altre sfere oltre alla mera comunicazione, anche se dubito che lo avrei ammesso con me stesso. Povera Susan Boyle, non ho difficoltà a mettermi nei suoi panni. A dispetto di tutto ciò il “povero Dave” non nutriva l’ambizione di diventare un musicista professionista, anzi la sola idea sembrava del tutto irrealistica. Anni dopo mi autodiagnosticai una forma molto lieve (credo) della sindrome di Asperger. Salire sul palco e far qualcosa di estremamente espressivo in pubblico per poi ritirarmi rapidamente nel mio guscio mi sembrava, be’, del tutto normale. Forse normale non è la parola giusta, ma funzionò.
American Utopia” diventa allora anche la summa di un percorso, musicale e umano, verso l’altro, il segno del cambiamento interiore che il tempo e le esperienze hanno consentito al ragazzo di allora di diventare l’uomo che è oggi, non più rattrappito nel suo guscio di incomunicabilità e difficoltà di relazionarsi con l’esterno ma “Voce che si presta a farsi voce di quelli che non hanno possibilità di farsi ascoltare. David Byrne ha deciso di essere quella voce e farsi ascoltare usando tutti i mezzi che ha a sua disposizione: la musica, lo spettacolo, il cinema e un piccolo incantevole libro edito in Italia da La nave di Teseo nel 2020, che con fra frasi spezzate e le bellissime illustrazioni a tutta pagina di Maira Kalman, si può insegnare anche ai bambini qual è la strada che porta alla felicità. Chi di noi ha avuto modo di assistere a un concerto di David Byrne e, quanto me, ne è rimasto entusiasta ed estasiato, è comunque ben lontano dall’immaginare l’incredibile forza musicale ed emotiva che si sprigiona dal palcoscenico su cui va in scena “American Utopia. È una festa a cui ogni spettatore è invitato. È una festa in cui su quel palco completamente disadorno e minimalista, non c’è solo un uomo al centro ma ognuno degli 11 musicisti che lo accompagnano fa la sua parte, ognuno di loro con la stessa importanza. Virtuosismi musicali, danze, un rincorrersi dall’uno all’altro, una gioia che si sprigiona e investe completamente tutto quello che è intorno in un’ondata di pura Bellezza. Non è solo un’utopia americana, è una speranza di felicità che si diffonde e lascia la sua essenza anche quando le luci si spengono: ti alzi dal tuo posto e fuori ti aspetta la notte per riportarti a casa. Una notte che, per qualche ora, ha lasciato il posto a una luce che ti resta nell’anima.
Il
tour di “American Utopia è stato anche un modo per David Byrne di riattraversare l’America toccando grandi e piccole realtà. Tutto il gruppo si è portato dietro delle biciclette e pedalando, fra un concerto e l’altro, si è mischiato fra la gente, si è uniformato al paesaggio, si è lasciato prendere dalla vita che scorreva intorno fino ad esserne parte, annullando così la distanza che c’è sempre fra chi arriva, monta lo spettacolo, suona e poi se ne va. Meglio di qualsiasi altra campagna stampa è stata questa presenza a rendere “American Utopia qualcosa di unico, da raccontare passandoselo oralmente di bocca in bocca, è stata la gente che ha incontrato, la gente che ha assistito al concerto quello che poi ha fatto di “American Utopia qualcosa che va oltre il momento di una sera. Chi meglio di un registacontro” come Spyke Lee poteva affiancare Byrne nell’impresa di farne un film? La pellicola che ne è scaturita è esattamente quel finale tocco di magia che serviva per renderlo eterno. Riprendendo lo spettacolo all’Hudson Theatre di Broadway, Spyke Lee se ne è messo completamente al servizio assemblando poi particolari, immagini, primi piani, coralità perché alla fine tutti, compresi noi, dall’altra parte dello schermo, potessimo esserci. “American Utopia si snoda così, fra brani dell’album e pezzi dei Talking Heads che si amalgamano perfettamente con il lenzuolo musicale che David Byrne srotola ai nostri piedi: passato e presente si fondono d’impeto in un unico stato d’animo che non ci fa rimpiangere un tempo che non può più tornare e di cui si ha bisogno.
Fra tanta bella
musica che trascina il tocco, commovente, di Hell You Talmbout, una canzone di protesta del 2015 di Janelle Monáe, quasi una marcia che potrebbe essere un gospel, bis finale in cui David Byrne e tutto il suo gruppo elencano i nomi di quelli che hanno perso la vita per motivi razziali e sullo schermo sfilano le immagini dei volti delle vittime. “Walter Scott, say his name. Jerame Reid, say his name. Philip White, say his name. Freddie Gray, say his name. Nile Wilson, say her name. Sandra Bland, say her name. Eric Garner, say his name. Trayvon Martin, say his name. Emmett Till, say his name. Tommy Yancy, say his name. Stephon Clark, say his name. Amadou Diallo, say his name. Say his name. Won’t you say his name?” È l’America che non si vuole vedere e non si vuole sapere quella che di colpo ci passa davanti agli occhi. Perché non dobbiamo dimenticare, ci dice Byrne, perché è nostro compito ricordare per non fare più nostri gli errori del passato. “James Baldwin credeva che questo paese avesse ancora una possibilità, siamo un work in progress, tutto può ancora cambiare”. Da quel palco David Byrne ci chiede di non dimenticare la Storia perché una Storia nuova possa creare il futuro di domani… nel nome della Felicità. “One fine day…One fine day…“.

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