David Bowie: “The Rise and Fall of Major Tom”… dagli inizi agli anni 80 – di Fabrizio Medori

Per una larghissima parte della sua carriera, almeno fino agli anni 80, David Bowie ha incarnato alla perfezione la figura del precursore, del genio creatore, dell’inventore di stili e mode. Non che dopo sia stato meno importante, solo meno innovativo, ma nel periodo migliore aveva già prodotto una tale quantità di “mode” da potersi permettere di “campare di rendita” per una decina di vite. A molti dei suoi colleghi sarebbe bastato un decimo della sua inventiva per costruirsi una lunga e solida carriera, il “Duca bianco”, invece, è stato capace di creare, o quanto meno di reinterpretare moltissimi universi musicali. Fin da giovanissimo ha espresso una personalità sconfinata, che gli causò non pochi problemi negli anni che hanno preceduto l’arrivo del successo. Non è stato facile, per il ragazzino della piccola borghesia londinese, crescere nell’Inghilterra degli anni 50, soprattutto a causa della sua spiccata sensibilità, della sua esile conformazione fisica e delle sue ambigue tendenze sessuali. In questo ambiente ostile e sgradevole, invece, David Robert Jones riuscì a sviluppare un ampio ventaglio di interessi artistici, che lo porteranno, con il nuovo cognome, ad esplorare pittura, fotografia, mimo, recitazione e musica, soprattutto la musica.
Di sicuro, se non avesse sfondato nel Rock, sarebbe diventato un grande pittore o un famosissimo attore, ma è riuscito ad esprimere tutto il suo talento nella musica, nelle vesti di cantante, strumentista, autore e produttore, uno dei più importanti e influenti artisti del XX secolo. Dopo alcuni tentativi fallimentari, la carriera come cantante inizia a dare qualche cenno di vita quando, vista la similitudine con il nome del cantante degli americani Monkees, Davy Jones, il nostro eroe cambia definitivamente il proprio cognome, diventando David Bowie. Lentamente le cose iniziano a migliorare, David conosce persone importanti – primo tra tutti il grande mimo Lindsay Kemp – ma ancora non esiste lo stile personale, il marchio di fabbrica che sarà alla base del “mito”. Nonostante l’enorme varietà di stili abbracciati, la spiccata personalità di Bowie lo renderà unico ed inimitabile, spesso imitato, ma irraggiungibile, soprattutto perché quando gli altri arrivavano a capire la sua “lezione”, lui era già scattato avanti, lasciando il mondo musicale a bocca aperta. La carriera stenta a decollare, ma Bowie non si scoraggia, lavora in uno studio pubblicitario per qualche mese e collabora con Kemp, partecipando come mimo e come autore di una parte delle musiche allo spettacolo “Pierrot In Tourquoise”.
Il primo successo arriva nel 1969 con la canzone Space Oddity, prodotta da Gus Dudgeon. Nata nel periodo dell’allunaggio americano e fortemente ispirata dal capolavoro di Stanley Kubrick, “2001 Odissea Nello Spazio”, la canzone dette a Bowie il primo successo inglese, arrivando al 5° posto in classifica tra i dischi più venduti, e lo fece conoscere anche negli Stati Uniti. Tutto il resto dell’Lp, incassato il rifiuto di George Martin di occuparsene, fu prodotto da Tony Visconti e, probabilmente rappresenta l’esordio discografico del giovanissimo pianista Rick Wakeman, che poi raggiungerà il grandissimo successo con gli Yes. In realtà Bowie aveva già inciso un Lp omonimo del 1967, passato inosservato, e questo secondo lavoro sarà ristampato nel 1972 dalla RCA con il titolo “Space Oddity”. Al disco avevano collaborato altri musicisti importanti nella carriera di Bowie, il bassista Herbie Flowers e il chitarrista Mick Ronson, che per qualche anno sarà l’alter ego di David. Piccola curiosità: nel 1969, dopo aver sentito la versione italiana del brano di punta dell’album (Ragazzo Solo, Ragazza Sola, dei Computers, su testo dell’onnipresente Mogol), Bowie decide di reincidere “Space Oddity” nella nostra lingua. David, terminata la storia con la fidanzata Hermione, a cui dedica un brano sul secondo disco, conosce Angela Barnett, a cui dedica The Prettiest Star, canzone nella quale fa la sua apparizione Marc Bolan dei Tyrannosaurus Rex.
Nel 1970 Angela diventa la prima moglie di Bowie, ed è l’artefice del cambiamento visivo più importante del marito. Galvanizzati dal nuovo sound che hanno trovato, quello elettrico e nervoso da cui nasce il Glam Rock, i nuovi musicisti cercano un aspetto scenico che sia altrettanto dirompente e Angela riesce a trovarlo adottando una sapiente miscela di androginia e avanguardia spaziale. David e soci inizieranno a presentarsi sul palco con lunghe parrucche, trucco pesante, vestiti coloratissimi e stivaloni con zeppe altissime. Esce “The Man Who Sold The World” (1970), che non riscuote nessun successo in patria e ancora meno in America, anche a causa della debolezza dei brani e del poco interesse di Bowie nei confronti del progetto. Solamente due sono i brani degni del suo repertorio, la title-track e All The Madmen, profondamente influenzata dal rapporto tra l’autore e il suo fratellastro Terry, sofferente di disturbi psichici. Tony Visconti preferisce dedicarsi a Marc Bolan e ai suoi T. Rex, piuttosto che aspettare un ritorno di entusiasmo di Bowie. In realtà l’artista è tutt’altro che disinteressato alla sua carriera, ha semplicemente capito che il repertorio non è all’altezza di “Space Oddity”, suo unico successo fino ad ora, e così decide di spingere l’acceleratore sulle sue capacità compositive.
Nasce così “Hunky Dory” (1971), disco nel quale si inserisce la filosofia della superstar della Pop Art, Andy Warhol, al quale viene dedicato un brano intitolato proprio con il suo nome. Altra dedica esplicita sarà Song For Bob Dylan, e più “coperta” sarà quella a Lou Reed, Queen Bitch. I brani trascinanti, però saranno altri: la ballad pianistica Changes, con il suo travolgente crescendo; “Oh! You Pretty Things”, tipico boogie di Bowie e Life On Mars, nuovo viaggio interstellare e che si può considerare anticipazione di “Ziggy Stardust” (1972) più che seguito di “Space Oddity”. David è talmente ossessionato dal nuovo progetto che rientra in studio pochissimo tempo dopo la fine delle registrazioni di “Hunky Dory”, togliendo spazio e visibilità ad un disco che riceverà il suo giusto riconoscimento solo dopo l’exploit del suo successore. Finalmente, nel 1972, arriva “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars”, il disco che cambierà in un attimo tutta la carriera di Bowie, il suo modo di stare sul palco e che sarà una pietra miliare di tutta la musica Rock. Dal punto di vista strettamente musicale non è così tanto più importante del suo predecessore, non inventa nulla di rivoluzionario, è semplicemente una bella storia di fantascienza, settore nel quale l’autore si trova a suo agio, condita da alcuni bei riff e qualche buona idea melodica. Arrangiamenti essenziali ed una canzone immortale, Ziggy Stardus, quella che intitola l’album. Il disco è tutt’altro che disprezzabile, ma è stato sempre considerato superiore al proprio reale valore, sebbene Starman, Star, Soul Love e Suffragette City siano dei veri e propri cavalli di battaglia di Bowie e Rock ’n’ Roll Suicide sarà per anni la canzone con cui terminavano i concerti.
L’impatto del disco sarà comunque devastante e farà diventare l’eccentrico artista una vera superstar internazionale, abilissima a cavalcare il meritato successo con una sterminata serie di concerti, ripresa in fortunati dischi e video. Il momento è magico: insieme a “Ziggy” salgono in classifica “Hunky Dory” ed i singoli John, I’m Only Dancing e All The Young Dudes, originariamente scritta per i Mott The Hoople; anche il nuovo disco di Lou Reed, “Transformer” (1972), prodotto da Bowie, è un successo planetario, David è l’uomo del momento. Il suo sistema nervoso, però, non regge tutta la pressione a cui l’artista si sottopone, ma la sua intelligenza gli consente di salvarsi con uno stratagemma: uccidere Ziggy! Alla fine del massacrante tour, nel quale David comincia ad immedesimarsi in maniera pericolosa con la sua creatura Ziggy, l’alieno (forse) incaricato di salvare il mondo, Bowie decreta la morte del personaggio, rendendo anche vana la speranza di rivedere sul palco l’alieno dai capelli rosso fuoco. Il genio, invece, non si arresta, e riparte nella sua spasmodica esplorazione dell’universo musicale Rock. Con “Aladdin Sane” (1973), gioco di parole con “a lad insane” (un ragazzo pazzo), altro riferimento diretto allo stato di salute del fratello, Bowie si discosta dai lustrini e dal fragore del Glam per avvicinarsi ad un suono molto più vicino al Rock tradizionale americano, fino ad avvicinarsi alla sperimentazione free jazz nel solo di pianoforte della title-track, suonato dall’americano Mike Garson.
Nel nuovo disco compare una bella cover dei Rolling Stones, Let’s Spend The Night Together, The Jean Genie, altro classico del repertorio di Bowie, Cracked Actor, riflessione sulla passione per la recitazione e The Prettiest Star, che Bowie aveva dedicato, in un singolo, alla moglie Angela. Dopo “Aladdin Sane”, è giunta l’ora di rendere tributo alle passioni musicali di Ziggy, il quale decide di omaggiare alcuni tra i suoi artisti preferiti, ed i loro brani della fine degli anni 60. Dopo aver ricordato gli Stones, Bowie omaggia, in particolare, Pink Floyd, Yardbirds, Kinks e Who, dei quali inserisce due brani. Ovviamente l’opera non aggiunge nulla di nuovo al complesso del lavoro di Bowie, ma sposta ancora un po’ il sound verso un raffinato soul bianco. Il lavoro seguente, “Diamond Dogs” (1974) è la conferma che il genio creativo del Maestro si è solo riposato per ripartire con uno slancio insperato. Fin dalla copertina, Bowie con un corpo di cane. Il disco è tutt’altro che conciliante, il suono è tornato alla ruvidità del Glam, anticipando il nascente Punk, ma in alcuni brani c’è spazio per suoni più complessi ed articolati, seguendo la moda del momento, il Prog-Rock. I testi sono pesantemente ispirati dal romanzo “1984“, di George Orwell, e Bowie vorrebbe portare in scena il libro, con le sue musiche, ma il progetto si arena a causa del rifiuto opposto all’operazione dai detentori dei diritti editoriali. Anche questo disco contiene almeno tre grandi classici, e sono la stessa Diamond Dogs, Rebel Rebel, inno proto-Punk e 1984, nella quale si comincia a delineare il suono del “Duca Bianco”, un modernissimo mix di Funky ed elettronica.
Nessuno se lo sarebbe mai aspettato ma, su questa strada che va dalla musica nera più moderna ed arriva ai freddi suoni sintetici di stampo nord-europeo, Bowie incontra un irrequieto John Lennon, che parteciperà attivamente alla realizzazione di “Young Americans” (1975). Lennon canta e suona la chitarra in Fame, fortunatissimo singolo (per la prima volta Bowie al n.1 in USA) scritto dai due e dal chitarrista Carlos Alomar, e nella cover di Across The Universe che i Beatles avevano inciso in una compilation per raccogliere fondi a favore del WWF e che poi avevano riregistrato per l’album “Let It Be” (1970). Anche il brano che da il titolo al disco si fa notare per la sua trascinante vena “Black”, ma il disco risente molto del periodo particolarmente convulso nella vita della star che, dopo poco, si inventò una nuova identità musicale-teatrale: il passo seguente lo fece il Duca Bianco. Bowie, pur restando vicino alle sonorità e alle ritmiche Funky-Soul, si sposta decisamente verso l’elettronica, producendo un Lp con un notevole tasso di innovazione sperimentale. Nonostante la forte dipendenza da cocaina, che lo porterà ad avventurarsi in dichiarazioni filo-naziste e ad episodi che sembrarono andare in quella direzione, Bowie confezionò un disco che faceva dell’innovazione il suo principale punto d’interesse. Il Glam si allontanava alla velocità della luce, per fare spazio a suoni sintetici ed estremamente raffinati. “Station To Station” (1976), il brano che apre e dà il titolo al disco, Golden Years e TVC 15 sono gli esempi migliori del nuovo corso bowiano, e spianano la strada per quello che da molti è ritenuto l’apice della carriera del “Duca”, la trilogia berlinese.
Il primo importantissimo incontro del periodo avviene con Brian Eno, guru dell’elettronica e dello sperimentalismo della fine degli anni 70. Il primo frutto della collaborazione tra i due è “Low” (1977), un disco nel quale la voce non è più lo “strumento” principale degli arrangiamenti, ma uno strumento che disperatamente cerca di ridare un po’ di calore ad un suono gelido e allo stesso tempo scintillante. Dopo aver affrontato la carriera di attore cinematografico con “L’Uomo Che Cadde Sulla Terra” (1976) di Nicolas Roeg, quella di pittore, consolidando la sua fama di artista versatile e poliedrico, ed infine quella di produttore discografico, realizzando “Lust For Life” (1977), esordio solistico di Iggy Pop, Bowie tornò alla sua musica. Si trasferì a Berlino, per fuggire alla droga, alla magia nera, e alle paranoie che queste “frequentazioni” gli avevano procurato, ed il risultato, per quanto claustrofobico, è di una bellezza sconvolgente. La semplicità del prodotto, basato soprattutto sulla raffinatezza delle idee e sulla rarefazione dei suoni, produce alcuni brani cha resteranno per sempre al top della produzione dell’artista, Sound And Vision, Breaking glass e What In The World sono brani in cui la voce di Bowie si innalza ad un lirismo mai raggiunto prima, ma altrettanto basilari sono gli strumentali Art Decade, Speed Of Life e, soprattutto, la monumentale Warsawa, che indicheranno la strada a tutto il post-Punk degli anni 80.
Il capitolo seguente si arricchisce di una nuova presenza fondamentale, Robert Fripp, leader dei King Crimson, il quale contribuirà in maniera determinante all’evoluzione del suono di Bowie e Eno. La sua chitarra svetta nel brano che intitola il lavoro seguente, Heroes e in altri brani, come Beauty And The Beast e Sons Of The Silent Age, e nella strumentale Sense Of Doubt. V2-Schneider è invece una dedica diretta al Kraftwerk, ispiratori principali del nuovo suono di Bowie. “Heroes” (1977) fu registrato in quella che all’epoca si chiamava Berlino Est, e la title-track è una storia d’amore che ha per protagonisti due ragazzi che si incontrano tutti i giorni su una panchina situata proprio sotto al muro che divideva in due la città. Il terzo e conclusivo capitolo della “trilogia berlinese”, ancora una volta prodotto insieme a Brian Eno, si chiama “Lodger” (1979), e sviluppa ulteriormente le idee musicali di Bowie. Questa volta, l’autore non si limita ad esplorare a fondo l’elettronica, che pure sarà l’elemento predominante della seconda parte del disco, ma si tufferà in una arguta anticipazione di quella che, circa vent’anni più tardi, verrà chiamata World Music. Le tematiche musicali, modernamente etniche, che erano state accennate in Secret Life Of Arabia, che concludeva “Heroes”, vengono riprese ed approfondite in African night flight e, soprattutto, in Yassassin, nelle quali è fortissima l’influenza di culture musicali non occidentali. La tradizione Rock (con le sue derivazioni disco, Funky e Soul) ritorna prepotentemente nei ritmi ballabili di Dj e di Boys Keep Swinging. Nel videoclip di quest’ultimo brano Bowie interpreterà tre coriste, saggio della sua bravura di attore, carriera che dall’inizio degli anni 80 lo vedrà imporsi come protagonista in diversi film di grande successo e nella versione teatrale di “The Elephant Man”.
Dopo il periodo berlinese è tempo per un nuovo successo, artistico e commerciale, si tratta di “Scary Monsters (And Super Creeps)” (1984), che inaugura il nuovo decennio tracciando, ancora una volta, il solco per quelli che seguiranno. Molte delle tendenze musicali degli anni 80 vengono brillantemente anticipate da Bowie, che qui si avvale della collaborazione di Robert Fripp, Pete Townshend e Tom Verlaine. Si passa brillantemente dalle atmosfere elettriche e New Romantic di Ashes To Ashes alla dance raffinata di Fashion all’Art-Rock di Scary Monsters. È esplosa la moda dei videoclip e Bowie, che aveva il talento per farlo, creerà uno stile anche in questa arte, interpretando il Pierrot del 2000 in un filmato che, all’epoca, tracciò definitivamente la linea di confine tra la (falsa) ripresa live e il filmato promozionale di nuova concezione. La carriera di attore, negli anni 80, prenderà il sopravvento, con “Furyo”, “Miriam Si Sveglia A Mezzanotte”, “Tutto In Una Notte” e “Dune”, togliendo tempo ed energia alla musica, che si ripiegherà su album di grande successo commerciale, ma di modesto impatto artistico, che saranno supportati da grandiose ed eccitanti tournée. Let’s Dance, Tonight e Never Let Me Down, saranno la chiusura della prima grande era bowiana, prima della rinascita, a fine decennio, con i Tin Machine, dei quali, probabilmente, parleremo in futuro. Oggi, a ridosso dell’abbandono, da parte del “Duca”, della nostra dimensione spazio-temporale, la retrospettiva assume un carattere definitivo, ma non vuole essere altro che lo stimolo per andare a riscoprire (fortunato chi può affrontare David Bowie senza averlo mai ascoltato!) l’artista che, nella storia del Rock ha esplorato, e spesso inventato, il maggior numero di stili.

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