Daniel Johnston: “True Love Will Find You In The End” (1984) – di Rosella Ricci del Manso

Il vero amore alla fine ti troverà – cantava così Daniel Johnston la prima volta che l’ho ascoltato – Scoprirai semplicemente chi era tuo amico. Non essere triste, so che lo sarai, ma non arrenderti finché il vero amore alla fine ti troverà“. Fuori dalla finestra, come oggi, era primavera, il cielo era azzurro, la vita sembrava scorrere leggera ed io all’amore non avevo più tanta voglia di credere. Una registrazione casalinga, una melodia semplice, una voce che potrebbe essere quella di qualsiasi ragazzo prenda una chitarra e si metta a strimpellare senza neppure saperla suonare bene. Una canzoncina piccola piccola in un pugno di pochi minuti e Daniel Johnston è già tutto lì, un nome che dice poco a chi ne ricorda appena l’intonazione strana e l’aria sempre impacciata come di uno che si trova a passare da queste parti per caso e non si capisce perché. Infanzia. Filastrocche. Malinconia. Dolore. Innocenza. Amore. Fragilità. Un piccolo mondo racchiuso in queste parole. Ma più di tutte, e una sopra tutte, tenerezza. Sarebbe piaciuto a quel grande cultore di questo sentimento che è stato Raymond Carver, un altro che nella tenerezza ci credeva nonostante tutto; parola quasi sparita dall’uso, diceva, ma da ricordare perché nel mondo e non solo nei libri di tenerezza c’è tanto bisogno. A Carver, c’è da giurarci, Daniel Johnston sarebbe piaciuto ché, anima semplice innocente e sfortunata, di tenerezza ne aveva tanta.
Ce lo ricordiamo bipolare e schizofrenico, ma non sempre la sua vita è stata così. Come ognuno di noi ha avuto sogni e speranze. Come ognuno di noi ha veramente aspettato che l’amore lo trovasse. Ultimo di cinque figli, cresciuto amorevolmente in una tranquilla famiglia cristiana metodista, nessun trauma a segnarne l’infanzia, una grande passione per i Beatles e i fumetti, niente lasciava presagire quello che poi gli sarebbe capitato. Daniel Johnston aveva uno scantinato, lì si richiudeva insieme al fratello più grande a girare filmini e inventare storie, lì poco prima dei venti anni incominciò a fare musica e a registrare audiocassette di cui disegnava poi le cover. Ce ne sono in giro tantissime, inconfondibili, diventate negli anni oggetti di culto per appassionati collezionisti. Si metteva a un angolo di strada e le regalava ai passanti. Vorrei tanto averne una se solo riuscissi a trovarla. I problemi vennero dopo, fuori da quello scantinato che in fondo era, per uno fragile come lui, tale e quale la coperta di Linus. Vennero con la lontananza da casa per frequentare il Christian College di Abilene. Vennero per una insopprimibile nostalgia. Vennero perché dovevano semplicemente venire prima o poi e aspettavano solo il momento giusto per rivelarsi. Furono le prime avvisaglie di un male che non lo avrebbe mai abbandonato.
Sì, lo scantinato era come il sottomarino giallo, era l’unico posto dove si sentisse protetto e a suo agio. Provò di nuovo a uscirne e lasciarselo alle spalle iscrivendosi al corso d’arte della Kent State University. Lì, come un fulmine nel suo cuore, s’affaccia per la prima volta l’amore e se solo riuscisse a dirlo, se solo non fosse così timido, infelice e confuso, se solo… ma questa specie di Charlie Brown innamorato della ragazzina dai capelli rossi si tiene tutto dentro e a lei, Laurie Allen, non riuscì a confessarlo mai se non in cento canzoni che oggi ancora ce lo raccontano. Lei finì per sposare il suo fidanzato storico e per Daniel fu un trauma che si riversò poi sul suo primo vero album, intitolato non a caso “Songs of Pain” (1981). Di nuovo lo scantinato dove rifugiarsi. E sempre un pennarello per disegnare. E sempre le audiocassette dove registrare tutto quello che sente e gli capita e non riesce a dire. La famiglia non è ancora del tutto consapevole di quel che gli sta accadendo, così lo spedisce come fosse un pacco postale da un fratello in Texas e lì si inventa qualcosa lavorando da McDonald’s. E’ un momento in un certo senso più leggero e positivo per lui, stare fra la gente lo aiuta e lo fa sentire meglio. Il lavoro è alla fine poco impegnativo. Non sa fare niente ma ci riesce lo stesso, con quella sua faccia e quel modo goffo di porsi resta immediatamente simpatico, magari lo prendono per uno un po’ buffo, ma cosa importa?
Risale a quei giorni “Hi, How Are You” (1983). Risale a quei giorni la creazione del suo fumetto più noto, quella strana figurina di Jebediah the Innocent che vedremo poi stampata su tante magliette. Forse qualcuno ricorda Kurt Cobain indossarne proprio una alla consegna degli MTV Video Music Award del 1992. Quella maglietta è rimasta famosa. Quella maglietta ce l’ho avuta anch’io. “Hi, How Are You” gli apre pian piano le porte dell’ambiente musicale, qualche prima esibizione e poi con i Glass Eye partecipa perfino a The Cutting Edge, una trasmissione di MTV, mentre intanto qualcuno ha trovato pure il nome giusto per la corrente artistica in cui inserirlo: New Sincerity. Bella definizione, vero? E in effetti uno più sincero di Daniel sarebbe stato ben difficile trovarlo. È felice, canta in giro ma incominciano anche le pressioni che quel pizzico di notorietà si porta sempre dietro e la sua psiche reagisce a modo suo: paranoie, visioni del diavolo, delirio religioso, esasperati sensi di colpa. Per finire, durante un concerto, per sua scelta per sbaglio o per caso chissà, prende una pasticca di LSD e la sua mente se ne va per i fatti suoi definitivamente. Ed eccolo ricoverato in psichiatria. Sappiamo fin troppo bene come vanno queste cose, si provano farmaci su farmaci per trovare quello giusto e intanto se ne subiscono gli effetti più disastrosi. Daniel è schizofrenico, solo questo è chiaro, tutto il resto è come un fare da cavia alla ricerca della medicina miracolosa che risolva tutto.
Il problema è che la terapia giusta non l’ha ancora scoperta nessuno. E allora Daniel Johnston vacilla, precipita, impazzisce, vede il diavolo ormai dappertutto, prende un tubo di metallo e spacca la testa a Randy Kemper che gli fa da manager, imbratta la Statua della Libertà, dà di matto al CBGB’s, quasi fa precipitare il biplano con cui suo padre lo ha accompagnato a un concerto convinto che possano buttarsi di giù e volare come angeli del Paradiso. Pericoloso per se stesso e per gli altri, ormai fuori controllo viene di forza per l’ennesima volta ricoverato in un ospedale psichiatrico. È il 1990 e sono passati solo quattro anni da quando l’Austin Chronicle lo ha eletto “Songwriter and Best Folk Artist of the Year”, quattro anni intensi che l’hanno portato in giro per l’America e fatto amare da musicisti come Tom Waits, Kurt Cobain, R.E.M., Sonic Youth e registi come Tim Burton e Steven Spielberg. Troppo per la sua mente. In ospedale non gli impediscono di dedicarsi alla musica in santa pace. Restano di quei giorni le lettere splendide e deliranti che scrisse alla sua famiglia, disegni, scarabocchi, storie inventate dove i suoi adorabili personaggi si riversano come un alter ego che parlano e vivono al suo posto in universi immaginari e paralleli. Sono tutti lì a fargli compagnia: Joe The Boxer con la testa aperta, Sassy Fras The Cat che da ragazza si trasforma in super eroe, Jeremiah The Frog con il suo sorriso allegro, Polka Dot Underwear Guy con le sue mutande a pois e quel Jebediah the Innocent a cui abbiamo tutti imparato a voler bene.
Avrebbero girato poi il mondo al posto suo, esposti in innumerevoli mostre, dimostrazione di un talento incredibilmente vivo nonostante la malattia. Intanto i farmaci cominciano a fare effetto e Daniel, soprattutto, prende consapevolezza della sua condizione. Sa ormai di non poter avere una vita come tutti gli altri. Sa ormai di non poter sottoporre il suo fragile equilibrio a troppe aspettative. Sa di dover rallentare tutto se non vuole di nuovo impazzire. Sa ormai di essere 
un diverso”. Impacciato. Fuori posto. A volte assurdamente felice ed altre terribilmente triste. E sente il senso della sua ridicola fragilità pesargli addosso come piombo. “Ho dimenticato di crescere, sono una persona semplice, come un bambino, disegno immagini, compongo canzoni, gioco. È così che ormai si presenta, ed è così che piano piano incomincia a dedicarsi sempre meno alla musica e di più a quel suo mondo di fantasia da lasciare su un foglio di carta. Lo rassicura, gli evita un contatto troppo intimo e pressante con gli altri, lo mette al riparo da occhi troppo curiosi che spiano la sua faccia e il suo corpo ingrassato e devastato dalle medicine. Sì, c’è sempre uno scantinato dove rifugiarsi e disegnare. C’è sempre uno scantinato dove sognare. Ci restano poche parole di Daniel Johnston. “Ad alcuni piaccio molto, altri mi prendono in giro e pensano che sia un fenomeno da baraccone”, disse a Rolling Stone nel 1994. Ci resta The Devil and Daniel Johnston, un documentario del 2005 diretto da Jeff Feuerzeig che lo rende noto fuori dai soliti ambienti musicali di nicchia dove il suo talento era stato riconosciuto.
Ma in quel
film per lui, bipolare e schizofrenico, sempre in lotta a suon di terapie per non farsi risucchiare totalmente dalla sua mente, deve essere stato piuttosto straniante vedersi messo a nudo. “Beh, è stato sicuramente imbarazzante”, disse al Chronicle del film. “Tutti i miei terribili dilemmi, tutti gli errori. Ormai non posso farci niente, però. Avrebbero dovuto aggiungere le risate finte, perché è molto divertente”. Ci resta la sua amicizia e collaborazione con Mark Linkous, un altro quanto lui sempre troppo sbagliato. Ci resta “Fear Yourself“, album tributo inciso nel 2003 in cui un pugno di artisti famosi come Tom Waits, Beck, Eels, Flaming Lips, Mercury Rev e Death Cab for Cutie gli rendono gloria. Daniel se n’e andato nel settembre del 2019 per un infarto. E chissà che anche lui in quell’ultimo momento abbia sentito, come Raymond Carver, di essere stato amato da qualcuno su questa terra. A me piace pensare che sia stato così. Perché c’era, c’è, ci sarà sempre un Daniel Johnston da qualche parte e una manciata di giorni malinconici… una manciata di giorni felici.

True love will find you in the end / You’ll find out just who was your friend
on’t be sad, I know you will, / But don’t give up until / True love will find you in the end
This is a promise with a catch / Only if you’re looking can it find you
‘Cause true love is searching too / But how can it recognize you
Unless you step out into the light? / Don’t be sad I know you will
But don’t give up until /
True love finds you in the end.

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