Dali’s Car: “The Waking Hour” (1984) – di Fabrizio Medori

Due personaggi di spicco della scena post-punk inglese, Peter Murphy (cantante dei Bauhaus) e Mick Karn (bassista dei Japan) hanno dato vita a un esperimento unico, non esattamente un supergruppo ma neanche un progetto sperimentale all’interno del quale sfogare frustrazioni e voglie più o meno infantili. Insieme a Paul Vincent Lawford, che si occupa di tutti gli strumenti a percussione, Karn compone e suona tutti gli altri strumenti, mentre Murphy canta le liriche che lui stesso ha composto per il progetto. Il disco, nonostante la fama dei suoi componenti e la validità delle canzoni contenute, non ottiene nessun successo commerciale e rimane l’unico lavoro del gruppo fino al 2012 quando, dopo la morte di Mick Karn, viene pubblicato un EP, “In Glad Aloneness“, registrato un paio di anni prima e che è stato l’ultimo lavoro del bassista di origini cipriote. Per la registrazione di “The Waking Hour” (1984) Karn e Murphy si incontrarono in studio molto raramente, preferendo scambiarsi continuamente i nastri che ognuno di loro aveva approntato in differenti studi. Per la copertina scelsero lo stesso frammento dello stesso dipinto che l’anno prima era stato utilizzato dai Moody Blues per il loro disco intitolato “The Present”: il quadro del pittore neoclassico statunitense Maxfield Parrish, intitolato “Daybreak” e dipinto nel 1922. I due principali componenti del sodalizio avevano da poco lasciato i rispettivi gruppi e stavano per intraprendere le loro carriere soliste ma furono folgorati da questo progetto comune che, evidentemente, non fu preso sufficientemente in considerazione all’epoca e per un numero incredibilmente elevato di anni è stato quasi del tutto dimenticato. Riascoltato dopo tanto tempo, non ha perso nulla del suo fascino romantico, in qualche momento torbido, in qualcun altro esotico, sempre fortemente evocativo e drammatico.
I due alfieri del dark sound partono con il brano da cui il curioso ensemble prende il nome, Dali’s Car, nel quale la voce tenebrosa si sovrappone ad un disegno ritmico frastagliato e originale e ad una importante linea di basso; tastiere, fiati e una bellissima chitarra dal suono liquido riempiono il tutto, fino alla improvvisa conclusione del brano. Ancora percussioni e basso fretless per introdurre uno dei pezzi forti del disco: In His Box, ed ancora un ritmo movimentato e tutt’altro che cupo, sul quale la voce di Peter Murphy giganteggia, mentre in sottofondo chitarre e tastiere si rincorrono facendo trapelare, di tanto in tanto, melodie mediorientali. Cornwall Stone si tinge invece di colori completamente differenti, le atmosfere arcane e solenni fanno riferimento più al prog-rock che alla new wave e anche in questo caso l’interpretazione del cantante è davvero significativa e si muove perfettamente a suo agio su un tappeto fatto essenzialmente di tastiere. Il primo lato dell’LP si conclude con Artemis, uno strumentale nel quale si libera tutto l’estro del compositore Karn ma che, pur essendo uno splendido interludio, nulla toglie e nulla di nuovo regala al lavoro.
Il lato B si apre con Create And Melt, che ha una base ritmica micidiale, fatta di sovrapposizioni intricate e di un mix di suoni etnici e rock che si incastrano alla perfezione tra di loro e con la linea apparentemente fuori tempo del basso (questa volta suonato su un synth). La voce e i fiati finali completano il quadro generale con perfette pennellate di suono. Arriva poi Moonlife, un brano popolare riadattato da Karn, che già nell’intro piazza il basso fretless, suo principale marchio di fabbrica, e uno splendido clarinetto che a volte, nel prosieguo, si moltiplica e accompagna diverse frasi del brano. Anche qui il ritmo è piuttosto movimentato e le voci di Murphy arricchiscono la parte strumentale di una forte carica drammatica.
I Dali’s Car (nome preso in prestito a Captain Beefheart) terminano il loro primo e ultimo album con il brano che fu scelto per il lancio promozionale, The Judgement Is The Mirror, che all’epoca uscì anche come singolo e che racchiude tutta la potenza espressiva del duo, in un gradevolissimo calderone di suoni dai quali emerge ora il basso, ora un synth, ora una ritmica e nel quale la voce di Peter Murphy interpreta la parte più importante. L’ascolto del disco alla fine ci lascia un paio di interrogativi ai quali oggi più che mai è impossibile trovare una risposta: come mai un disco così originale e innovativo, sebbene nel solco della musica rock del periodo in cui è stato pubblicato, non ha riscosso il successo che sicuramente meritava, restando un oggetto di culto apprezzato da pochi appassionati? Perché, nonostante sia uno dei dischi degli anni 80 che ha retto meglio l’urto del tempo, non ha avuto un seguito? A noi rimane il piacere di (ri)scoprire una piccola gemma dimenticata da molti.

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