Costa-Gavras: “Z – L’orgia del potere” (1969) – di Massimiliano Cinalli

Uno dei miei più grandi rimpianti è senza dubbio quello di non aver mai potuto studiare il greco, non essendo materia di insegnamento, nemmeno facoltativa, nel liceo che ho frequentato. A posteriori credo mi sarebbe servito a ben poco, viste l’enorme dissipazione culturale dell’ultimo decennio e l’assurda promiscuità intellettuale, senza contare la totale assenza di una vera classe dirigente carismatica e affidabile. Nel caso specifico, comunque, avrei potuto comprendere immediatamente il significato del titolo del film eponimo di Costa-Gavras (all’anagrafe Kōnstantinos Gavras) “Z- L’orgia del potere” (premiato al Festival di Cannes e con l’Oscar come miglior film straniero). Il film è stato girato nel 1969 in Algeria e ha una trama lineare ma non per questo banale: in una imprecisata nazione europea (ma il riferimento alla Grecia dei colonnelli è evidente) un deputato dell’opposizione (Yves Montand) viene ucciso da un gruppo di estrema destra protetto dalla polizia; un magistrato ostinato (Jean-Louis Trintignant) confuta la tesi ufficiale del Governo e fa luce sull’omertà ormai dilagante. Costa-Gavras, regista greco naturalizzato francese e fortemente impegnato, scrive (assieme a Vassilis Vassilikos, dal cui omonimo romanzo il film è tratto) un’opera che solo superficialmente può essere definita come di “denuncia sociale”. Difatti è stato spesso, erroneamente, accostato a Francesco Rosi (“Le mani sulla città” del 1963) e a Elio Petri (“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” del 1970) pur discostandosi da entrambi per le tematiche trattate.
Mi riallaccio adesso alla mia breve premessa nostalgica: se conoscessi il greco, dunque, avrei saputo che “Z” altro non è che la lettera iniziale del verbo ζω (“vivere”). Che potrebbe anche essere tradotta come “(egli) vive”. Può sembrare una questione di poco conto, aria fritta, ma in questa misera spiegazione è racchiuso il significato assoluto di un film estremo come pochi. Sebbene il romanzo a cui Costa-Gavras si è ispirato rimandi chiaramente al tragico assassinio del politico greco Grigoris Lambrakis consumatosi nel 1963, il film assume al contrario una valenza chiaramente universale, avulsa dalle vicende storiche contemporanee. “Z” celebra l’immortalità delle idee, dei valori, degli uomini e delle donne che non si piegano al potere di ottusi tiranni ma vivono e lottano per contrastarlo in tutte le sue forme. Come del resto ha fatto il regista, costretto a emigrare per poter completare gli studi, fuggendo da un Paese
annichilito dalla Dittatura dei Colonnelli. Sarà stato anche per questo che decise di girare il suo film in Algeria: va ricordato che sono passati pochi anni dalla fine della guerra civile (così magnificamente raccontata da Gillo Pontecorvo in “La battaglia di Algeri” del 1966) e dalla caduta della IV Repubblica francese: gli echi dei movimenti indipendentisti erano ancora vivi nella mente degli europei mentre gli anni della ribellione erano appena iniziati.
Di per sé, Costa-Gavras esula dal cinema tipicamente politico di quegli anni: in un’intervista, alla domanda se fosse d’accordo con questa definizione ha risposto che “questa è una qualifica attribuita dai giornalisti, non è un problema mio. Penso che le arti in generale, e non solo il cinema, abbiano una funzione politica nella società – non in un senso ideologico, ma piuttosto in quanto influenzano il nostro comportamento sociale […] I miei film parlano del nostro posto nella società e di come usiamo il potere”. Lo scopo ultimo è quello di smuovere criticamente le coscienze per rendere più consapevoli i cittadini piuttosto che istigarli, come tanti caproni, a rovesciare qualsiasi forma di governo. A un osservatore attento o a un cinefilo con un po’ di esperienza sulle spalle non sarà sfuggito un particolare curioso: in una delle tante scene in cui la polizia carica i manifestanti dell’opposizione si può vedere, dipinta a caratteri cubitali sull’asfalto, un’enorme “Z”. Oltre ad essere un chiaro omaggio visivo a “Scarface” (1932) di Howard Hawks che con una “X” inserita nella scenografia rimarcava i personaggi destinati a scomparire per mano del boss, è anche un’ulteriore conferma degli intenti di Costa-Gavras sulla necessità culturale prima ancora che politica di adoperarsi per impedire che atti violenti ed estremi si ripetano incessantemente e, apparentemente, senza scopo alcuno.
Infatti è come se avesse ribadito la volontà di aiutare il popolo inerme a fronteggiare una casta così evanescente eppure altrettanto vendicativa. Tuttavia nell’epilogo, in cui vengono finalmente svelata alla pubblica opinione le collusioni della magistratura e della stampa con il Potere che come l’araba fenice risorgerà più forte di prima, il messaggio che emerge è tragicamente chiaro: Lui, il Potere, alla fine, vince sempre e lo fa soprattutto grazie alla passività individuale, alle nostre coscienze assopite e obnubilate da decenni di asservilimento e sconfinato torpore morale e intellettuale. Non tutto però è perduto: possiamo ancora vincere, ma solo se uniti, e impedire che tutto questo si ripeta in altri Paesi, in altre epoche, in un ciclo perpetuo di annichilimento. Avrei voluto concludere questa recensione con una riflessione poetica sull’emblematica didascalia finale inserita prima dei titoli di coda. Invece sarò molto più prosaico. Dopo aver (ri)visto questo film meraviglioso, mi sono subito balzate in mente i testi di un altro capolavoro: “Quinto potere”(1976) di Sidney Lumet, nel quale il giornalista Howard Beale, in un celeberrimo monologo, incitava così i propri telespettatori: “Io non vi lascerò tranquilli. Non voglio che protestiate, non voglio che vi ribelliate, non voglio che scriviate al vostro senatore, perché non saprei cosa dirvi di scrivere. Io so soltanto che prima dovete incazzarvi! Dovete dire: “Sono un essere umano, porca puttana! La mia vita ha un valore!” Quindi io voglio che ora voi vi alziate. Voglio che tutti voi vi alziate dalle vostre sedie. Voglio che vi alziate proprio adesso, che andiate alla finestra e l’apriate e vi affacciate tutti ed urliate: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”. Le cose cambieranno solamente quando anche noi faremo altrettanto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: