Consorzio Suonatori Indipendenti: “Noi non ci saremo vol. 1 e 2” (2001) – di Lorenzo Scala

A volte ritornano, pensò Gabriele con un sorriso tra l’ebete e il disincantato, mentre osservava tra i riflessi multicolori e obliqui che attraversavano la vetrina del negozio di dischi, le ristampe (per la prima volta in vinile grazie alla Universal) della doppia raccolta di commiato dei C.S.I, “Noi non ci saremo vol. 1 e 2“. Gabriele ricordava esattamente l’anno in cui debuttarono questi due (all’epoca) cd: era il fottutissimo, teneramente distante, avvolto da una luce quasi mistica nei ricordi, 2001. Venti anni tondi e per un istante, grazie al gioco spontaneo delle associazioni mentali, Gabriele non poté fare a meno di pensare ai cugini minori del Consorzio suonatori indipendenti, ossia i Marlene Kuntz, che un anno prima, in pieno 2000, uscirono con il disco “Che cosa vedi”, dove all’interno una canzone recitava acida e astiosa: Quasi 2001, odissea nello strazio! Gabriele sorrise sarcastico ma anche pervaso da una certa tenerezza, pensando: se quello era uno strazio questo presente cosa dovrebbe rappresentare? Almeno all’epoca, grazie alla nascita di un nuovo millennio, si respirava a tratti un’atmosfera avveniristica, da romanzo fantascientifico della collana Urania, il futuro era un’incognita, confuso e attraente come una tela di Pollock.
Adesso a farla da padrone erano più che altro i cocci di un’economia già da tempo sfilacciata e gli slogan slavati dei nuovi guerriglieri di un egocentrismo vagamente demenziale, roba del tipo: “quelli come noi non mollano mai”, slogan che ricordava a Gabriele l’inquietante “barcollo ma non mollo”. Ridestato da questi pensieri Gabriele estrasse il portafoglio dalla tasca posteriore dei jeans e lo aprì dicendosi tra sé “…e se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”, e infatti questo il suo portafoglio era: un abisso. Per la precisione, un abisso molto poco esistenziale ma comunque abbastanza impattante sulla fruizione del quieto vivere. Gabriele soffiò tra i denti una bestemmia e ancora lì, impalato davanti alla vetrina, chiuse gli occhi ripercorrendo tutti i frammenti musicali ricuciti e assemblati in questa splendida, doppia raccolta di inediti e rarità. In un lampo insinuatosi come una crepa nella memoria, ricordò l’undicesima traccia del secondo volume, dal titolo Nessuno fece nulla. Si tratta di una lettura musicale, intensa a cavernosa come solo può essere intensa e cavernosa la voce di Lindo Ferretti, tratta dal testo scritto per il teatro: “Indicazioni stradali sparse per terra” (1995), di Nedzad Maksumic, poeta e regista teatrale Bosniaco che ha vissuto come profugo in Italia dal 1983 al 1997.
Un testo che parla di Guerra. Di canti. Di morti e di codici per la sopravvivenza. Un testo dove il grano si mescola al sangue tra le profezie. Gabriele si sentì un’idiota per la bestemmia lasciata cadere in un portafoglio vuoto come un sasso in un lago, perché questo futuro remoto, questo presente Italiano e impietrito tra gli schieramenti populisti, per quanto assurdo di certo non è la Sarajevo degli anni novanta, ma neanche la Sarajevo di oggi.
Era un anno fertile per il grano come mai in passato, era tutto in abbondanzaQuelli che erano malati cronici e che tanto desideravano la morte, consegnarono finalmente con un sorriso l’anima a dio. Nei giorni dei grandi temporali il cielo era rosso. La pioggia portava con sé la polvere dei deserti d’oltre mare. I vecchi dissero: ci sarà la guerra! Nessuno prestò credito alle loro parole. E nessuno fece nulla. Giacché, cosa si poteva fare contro la profezia! Solo cantammo per intere giornate, fino a restare senza voce, per poter consumare tutte le vecchie canzoni, perché non ne restasse nessuna che venisse sporcata dal tempo” (Nedzad Maksumic).

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