Francesco Guccini: “Eskimo” (1978) – di Rosanna Cornaglia

“Mi sbatto giù dal letto in una giornata come tante altre. L’autunno è appena iniziato. C’è già la nebbia, appena un velo. Devo correre in stazione. Rischio di non salire sul treno delle 7:12 che mi porterà a Torino. Da pochi giorni ho iniziato a frequentare i corsi universitari. Sono felice. Sono contenta. Sono ai sette cieli. In testa ho mille idee che mi frullano. Voglio essere un’insegnante. Non voglio alunni intruppati che si omologhino allo stesso modello. Li aiuterò a essere curiosi, a coltivare il senso critico e a sviluppare le loro personali capacità. Oggi è il 1 ottobre 1977… anche il giorno del mio compleanno. Mentre il treno compie la sua corsa, assaporo l’idea della festa e dei regali che troverò al mio ritorno.”
Torino era in fermento quel primo d’ottobre. A Roma, il giorno prima, era stato ucciso lo studente Walter Rossi. Durante una manifestazione venne colpito alla nuca da un proiettile e morì sul colpo. Di questo omicidio sarà poi accusato Alessandro Alibrandi, un esponente di estrema destra appartenente ai NAR, figlio di un giudice. Non fu mai processato, perché morì anche lui in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Quando raggiunsi Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, seppi che Torino si era mobilitata. Il corteo avrebbe avuto la sua conclusione nel nostro ateneo e nell’aula magna si sarebbe tenuta un’assemblea. Alle 11:30 mi diressi verso via Po. Giunta all’edicola sentii un boato. Si mescolavano gli slogan dei manifestanti che stavano sopraggiungendo da piazza Castello, un’acre puzza di bruciato e l’urlo disumano di un uomo. Una torcia umana che corre in mezzo alla strada. Subito alcuni passanti gli buttarono addosso giacche e giubbotti per spegnere le fiamme. Gli strapparono brandelli di vestiti che gli si erano incollati alla pelle. Gli tolsero le scarpe, che continuavano a bollire. Lo fecero sedere in mezzo alla via su una sedia blu cobalto, in attesa dell’ambulanza.
Non sembrava un uomo. Sembrava un pezzo di carbone ardente. Immobile com’era, sembrava morto. Solo gli occhi balenavano. Il bianco di quegli occhi vispi, veloci, terrorizzati. Occhi che non dimenticherò mai quelli di Roberto Crescenzio. Aveva ventidue anni. Figlio di gente umile venuta dal Veneto in cerca di una vita migliore. Aiutava il padre decoratore e studiava. Era iscritto alla facoltà di chimica e si trovava in quel bar per caso. Per bere un aperitivo in compagnia di un amico. Un gruppo di autonomi fecero irruzione nel locale e cominciarono a dare bastonate agli avventori. Roberto spaventato si rifugiò nella toilette. Quando ne uscì un muro di fiamme gli sbarrò la strada verso l’esterno del bar. Per non morire asfissiato si buttò oltre l’incendio. Gli autonomi, nell’abbandonare il locale, che credevano vuoto, avevano lanciato dentro alcune molotov. La moquette prese fuoco velocemente e Crescenzio non ce la fece. Morì il 3 ottobre, dopo una inutile agonia.
Un’angoscia pesava dentro me. L’assurdità di una morte casuale. Solo per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. “I tuoi cari che ti hanno visto uscire felice al mattino non ti vedranno più“. Tutto questo orrore causato dall’odio. Portare la morte a persone sconosciute e innocenti. Come nasce l’odio? Come si alimenta? L’odio si sviluppa su insegnamenti e dottrine sbagliati. Le vittime non sono riconosciute come persone, ma catalogate come cose. Nella storia tanti innocenti sono stati uccisi con indifferenza e, talvolta, con sadismo. Difficile immaginare come una società che si definisce progredita e civile possa far maturare certi eventi al suo interno. Per ironia della sorte il locale si chiamava “L’angelo azzurro” e da lì volò via un angelo nero per le volte del paradiso. Quella sera mangiai la mia torta, che trovai parecchio amara.

Questa domenica in Settembre / Non sarebbe pesata così
L’estate finiva più nature / Vent’anni fa o giù di lì
Con l’incoscienza dentro al basso ventre / E alcuni audaci, in tasca “l’Unità”,
La paghi tutta, e a prezzi d’inflazione, / Quella che chiaman la maturità
Ma tu non sei cambiata di molto / Anche se adesso è al vento quello che
Io per vederlo ci ho impiegato tanto / Filosofando pure sui perché
Ma tu non sei cambiata di tanto / E se cos’è un orgasmo ora lo sai
Potrai capire i miei vent’anni allora / E quasi cento adesso capirai
Portavo allora un eskimo innocente / Dettato solo dalla povertà
Non era la rivolta permanente / Diciamo che non c’era e tanto fa
Portavo una coscienza immacolata / Che tu tendevi a uccidere però
Inutilmente ti ci sei provata / Con foto di famiglia o paletò
E quanto son cambiato da allora / E l’eskimo che conoscevi tu
Lo porta addosso mio fratello ancora / E tu lo porteresti e non puoi più
Bisogna saper scegliere il tempo / Non arrivarci per contrarietà
Tu giri adesso con le tette al vento / Io ci giravo già vent’anni fa
Ricordi fu con te a Santa Lucia / Al portico dei Servi per Natale
Credevo che Bologna fosse mia / Ballammo insieme all’anno o a Carnevale
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno / Che non ne fece un dramma o non lo so
Ma con i miei maglioni ero a disagio / E mi pesava quel tuo paletò
Ma avevo la rivolta fra le dita / Dei soldi in tasca niente e tu lo sai

E mi pagavi il cinema stupita / E non ti era toccato farlo mai
Perché mi amavi non l’ho mai capito Così diverso da quei tuoi cliché
Perché fra i tanti, bella, / Che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me
Infatti i fiori della prima volta / Non c’erano già più nel sessantotto
Scoppiava finalmente la rivolta / Oppure in qualche modo mi ero rotto
Tu li aspettavi ancora ma io già urlavo che / Dio era morto, a monte, ma però
Contro il sistema anch’io mi ribellavo / E Gianni ritornato da Londra
A lungo ci parlò dell’LSD / Tenne una quasi conferenza colta
Sul suo viaggio di nozze stile freak / E noi non l’avevamo mai fatto
E noi che non l’avremmo fatto mai / Quell’erba ci creseva tutt’attorno
Per noi crescevan solo i nostri guai / Forse ci consolava far l’amore
Ma precari in quel senso si era già / Un buco da un amico, un letto a ore
Su cui passava tutta la città / L’amore fatto alla boia d’un Giuda
E al freddo in quella stanza di altri e spoglia / Vederti o non vederti tutta nuda
Era un fatto di clima e non di voglia / E adesso che potremmo anche farlo
E adesso che problemi non ne ho / Che nostalgia per quelli contro un muro
O dentro a un cine o lì dove si può / E adesso che sappiamo quasi tutto
E adesso che problemi non ne hai / Che nostalgia, lo rifaremmo in piedi
Scordando la moquette stile e l’Hi Fi / Diciamolo per dire, ma davvero
Si ride per non piangere perché / Se penso a quella ch’eri, a quel che ero,
Che compassione che ho per me e per te / Eppure a volte non mi spiacerebbe
Essere quelli di quei tempi là / Sarà per aver quindic’anni in meno
O avere tutto per possibilità / Perché a vent’anni è tutto ancora intero
Perché a vent’anni è tutto chi lo sa / A vent’anni si è stupidi davvero
Quante balle si ha in testa a quell’età / Oppure allora si era solo noi
Non c’entra o meno questa gioventù / Di discussioni, caroselli, eroi
Quel ch’èrimasto dimmelo un pò tu / E questa domenica in Settembre
Se ne sta lentamente per finire / Come le tante via distrattamente
A cercare di fare o di capire / Forse lo stan pensando anche gli amici
Gli andati, i rassegnati, i soddisfatti, / Giocando a dire che si era più felici
Pensando a chi si è perso o no a quei patti / Ed io che ho sempre un eskimo addosso
Uguale a quello che ricorderai / Io come sempre, faccio quel che posso
Domani poi ci pensero’ se mai / Ed io ti canterò questa canzone
Uguale a tante che già ti cantai / Ignorala come hai ignorato le altre
E poi saran le ultime oramai

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