Chiara Valerio: “La matematica è politica” (2020) – di Sandra Tornetta

Mi sento spesso ribadire – e con una certa stizza anche – che studiare le lingue morte non serve a niente. Insegnarle poi, è una causa persa. I detrattori delle mie amate discipline mi sventolano sotto il naso la pregnanza di un mondo dominato dalla tecnologia, sciorinando teorie economiche basate sul concetto di frattale e su altre mille ipotesi che riguardano un certo modo di considerare il mondo, come kòsmos per l’appunto, che in greco antico significa ordine. Quando alle critiche dei miei amati interlocutori rispondo che per tradurre una versione dal greco antico il nostro cervello attiva le stesse inferenze logiche di cui si serve per risolvere un’equazione differenziale, dopo una prima espressione di sorpresa, sui volti degli amici matematici arriva il sorriso compiaciuto di chi comprende un meccanismo e apre il suo corpo all’altro, lo accoglie nel suo mondo fatto di vettori ed incognite. Tutti i miei studi, in realtà, mi hanno spesso condotto alla matematica come sistema astratto, che si basa su segni convenzionali e che funziona esattamente come il linguaggio, formato da segni appunto che costruiscono significati.
Che la matematica sia dunque strettamente imparentata con le discipline linguistiche e filosofiche, non è per me una novità. Ho sempre amato proporre ai miei alunni un’idea di didattica costruita sui vari contributi che i singoli possono apportare alla visione d’insieme, sia essa la traduzione di un testo dal greco antico o l’interpretazione di una poesia ermetica. Amo vedere sui loro volti la sorpresa quando accenno alla geometria non euclidea, è come aprirgli un mondo di nuove e infinite possibilità. La sequenza di Leonardo Fibonacci applicata alla musica, come in “Lateralus” (2001) dei Tool o la porzione aurea nel sistema delle galassie e nell’architettura dei templi greci. Ed è proprio qui che sta il fuoco di “La matematica è politica” (Einaudi 2020), nel fatto che l’autrice, Chiara Valerio, ha saputo divulgare la natura rivoluzionaria e democratica della matematica.
L’autrice parte dal concetto di verità intesa come asserzione verificabile da chiunque, non da uno solo e la aggancia alla matematica, in quanto disciplina che non ammettendo un principio di autorità favorisce la diffusione della democrazia. Infatti per discutere di matematica – sostiene l’autrice – bisogna accettarne le regole e qualora le si volesse mettere in discussione, occorre essere almeno in due per iniziare un processo di modifica che è innanzitutto dialettico, un continuo esercitare, rinnovare e verificare le teorie. Questo procedimento, così affine alla natura democratica della nostra società, comprende dunque regole negoziabili e continuamente verificabili; è un processo naturalmente lento, che necessita di un dispendio di energie e di tempo non indifferente, è complesso.
La democrazia è infatti complessa; la dittatura è più semplice: uno comanda e gli altri eseguono, non contempla altra implicazione che l’obbedienza. Invece la democrazia, come la matematica e come il linguaggio, è una costruzione culturale e come tale va continuamente ridiscussa: bisogna sceglierla, bisogna trovarsi in relazione con altri all’interno di uno stesso sistema. Un altro spunto di riflessione interessante è il ragionamento secondo il quale oggi più che mai l’unica arma in nostro possesso per resistere alle seduzioni della vita semplificata, quella che condensa in un tweet la complessità di un discorso, è la lettura. Leggere è un’attività che richiede tempo e solitudine e silenzio, tutti concetti potenzialmente pericolosi perché chi legge, come chi risolve un’equazione o più in generale chi studia, è capace di stare da solo ed è quindi politicamente complesso perché si tiene lontano dalla logica dell’intrattenimento: si intrattiene da solo, con i suoi modi e tempi, e così facendo sfugge alla dittatura che di per sé vuole controllare spazi, tempi, pensieri. “La matematica è politica” sul finale vira verso un’analisi impietosa della situazione politica italiana che, sebbene centrata, forse non era necessaria alla struttura dell’opera e rischia di incastrarla in un hic et nunc fatto di pandemia e polemiche ideologiche che invece non merita.

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