“Chet in Italy 1962”: gli esordi di Chet Baker in Italia – di Ubaldo Scifo

Verso la fine degli anni 50 Chet Baker approda in Italia, pronto a contaminare con il suo West Coast Jazz proveniente dalla California, l’universo musicale italiano: in breve tempo si esibisce al Jazz Festival al Sanremo, partecipa alle soundtrack scritte da Piero Umiliani per films da cineteca come “Audace Colpo dei Soliti Ignoti (1959 – regia di Nanni Loy), e “Smog” (1962 – regia di Franco Rosi); canta e recita la parte di sé stesso nel famoso “Gli Urlatori alla sbarra” (1960 – regia di  Lucio Fulci). Il suo primo album, “Made in Italy”, lo incide in quintetto con ottimi musicisti Italiani: Gianni Basso e Glauco Masetti al sax, Renato Sellani al pianoforte, Franco Cerri allora al basso, Gene Victory alla batteria. Il titolo: “Chet in Milan”, pubblicato dalla Concorde nel 1959. Incanta il pubblico la sua voce, il suono della sua tromba, il suo essere “cool”: non solo riferito all’ambito musicale ma anche al modo di condurre la propria esistenza. In molti si sono avventurati ad argomentare, fino allo sfinimento, concentrandosi su quello che gli succedeva, giù dal palco, fuori dal locale, negli autogrill, sulla sua tossicodipendenza, aspetto della sua natura oscura e imponderabile, dimenticando che Chet  Baker è stato soprattutto un grande musicista: Sono qui in questo mondo per  fare una cosa sola, la musica… Non si può cambiare la mia vita, io posso solo suonare la tromba e cantare fino a quando potrò respirare”. È una resa all’eroina, ma ci piace pensare fosse anche una dichiarazione d’amore per il suo Jazz. Niente di nuovo. Negli anni 50 – 60 (in America anche prima) la maggioranza dei jazzisti era dedita alle droghe di ogni genere: molti ci lasciarono le penne, alcuni riuscirono ad affrancarsi, definitivamente o solo in parte, come Miles Davis, che non si piegò comunque alla dipendenza e preferì combatterla. Ebbe lo stesso approccio al suo Jazz: non si accontentò di quello che sapeva fare ma sperimentò fino alla fine in un processo di continuo cambiamento. Miles seguiva i tempi con la sua musica, Chet proponeva la sua musica al di fuori dal tempo. Quello che caratterizza Chet e lo rende unico è l’atto interpretativo: la sua esibizione lo scaraventa subito dentro i luoghi più intimi della percezione di chi ascolta, lasciandolo senza difese in balìa della potenza e della dolcezza delle sue note cariche di lirismo. In Italia è apprezzato per le sue attitudini melodiche: qui si trova a suo agio, più che in altri posti dell’Europa e vi tornerà altre volte, girovagando senza fissa dimora tra apparizioni e sparizioni fino al 1988, anno della triste fine in un albergo di Amsterdam… “Chet in Italy 1962″, pubblicato nel giugno del 2019, è una edizione rimasterizzata in digitale dell’album su vinile, pubblicato per la prima volta dalla RCA italiana nel 1962, con il titolo “Chet is Back!” (1), con le stesse tracce nello stesso ordine, stessa line up, stessa matrice, insomma. Chet Baker ritorna libero dopo avere suonato la tromba per 16 mesi dietro le sbarre del carcere di Lucca: in piena forma e disintossicato, con il sangue puro come un chierichetto e pieno di buoni propositi. Avvalendosi della collaborazione di un collaudato quintetto formato da musicisti europei di grande classe, registra otto tracce una più bella dell’altra, all’insegna di un Cool jazz leggero, swingante, meno frenetico e più essenziale come si avverte negli arrangiamenti e nell’esecuzione di Well You Needn’t di Thelonius Monk,  Blues in The Closet di Oscar Pettiford, Pent-Up House di Sonny Rollins, Barbados di Charlie Parker: Chet, che ha suonato anche con Bird, non teme il ritmo serrato del bebop, che affronta con estrema naturalezza grazie alla sua tecnica fuori dal comune e al sostegno di Daniel Humair alla batteria, Benoit Quersin al basso acustico e con Amedeo Tommasi che traccia le piste delle partiture con bagliori di accordi al pianoforte. Non mancano standard e ballads, come Over The Rainbow, These Foolish Things, romantica e accattivante… (…) I venti di marzo che hanno reso il mio cuore un ballerino / Un telefono che squilla ma a chi deve rispondere / Oh, come si aggrappa il tuo fantasma / Queste cose sciocche mi ricordano te”. Semplici versi d’amore che abbiamo sentito cantare anche da Billie Holiday: siamo lontani dalle canzoni di dolore e di riscatto del Jazz nero, le atmosfere sono più easy, come preferivano Gerry Mulligan, Stan Getz, e gli altri californiani. Su questi brani Chet dà il meglio di sé, commuove, trascina lontano, sorretto in maniera strepitosa dal chitarrista belga René Thomas che lo segue nella parte armonica e alterna fasi soliste di grande qualità ed eleganza. Nella classica Star Eyes si apprezza Bobby Jaspar, in uno di suoi deliziosi assoli al sassofono, che ricorda molto il Coltrane dei primi dischi con Miles. I due sassofonisti hanno fra l’altro suonato insieme nell’album “Interplay for 2 Trumpets and 2 Tenors” (Prestige 1957) (2). Last but not least, troviamo Ballata In Forma Di Blues, traccia che dura più di 10 minuti, scritta da Amedeo Tommasi, che suona egregiamente il pianoforte anche nel resto dell’album. Amedeo è rimasto un caro amico di Chet, che lo preferì ad altri pianisti italiani, un po’ perché conosceva bene tutto il suo repertorio e, soprattutto, per il suo modo di suonare, con le armonie ben delineate, con delicatezza, con classe, senza mai volere prevalere.

(1) Versione USA: “Chet Baker – The Italian Sessions” (RCA Victor 1996) edizione su CD rimasterizzata.
(2) Album con: Idrees Sulieman e Webster Young alla tromba, Mal Waldron al pianoforte, Paul Chambers al basso, Art Taylor alla batteria, oltre a John Coltrane Bobby Jaspar al sax. L’ascolto è consigliato.

Bass – Benoit Quersin. Drums – Daniel Humair. Guitar – René Thomas.
Piano – Amedeo Tommasi. Tenor Saxophone, Flute – Bobby Jaspar. Trumpet – Chet Baker.

1. Well You Needn’t  (Thelonious Monk) – 6:23.
2. These Foolish Things (Harry Link, Holt Marvell, Jack Strachey) – 4:56.
3. Barbados (Charlie Parker) – 8:26.
4. Star Eyes (Don Raye, Gene DePaul) – 6:58.
5. Over the Rainbow (E.Y. Harburg, Harold Arlen) – 3:30.
6. Pent-Up House (Sonny Rollins) – 6:51.
7. Ballata In Forma Di Blues (Amedeo Tommasi) – 10:06.
8. Blues In The Closet (Oscar Pettiford) – 7:41.

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