Cherry Five: “Il Pozzo Dei Giganti” (2015) – di Maurizio Garatti

Cherry Five. Un nome che indica un gruppo ma che in realtà non ha mai avuto un presente, che ha origini diverse e che per molto tempo ha quietamente atteso nel fertile humus del Progressivo Italiano. Poi, nel 2015, ecco il ritorno targato Black Widow e un album, “Il Pozzo Dei Giganti“, sul quale è doveroso soffermarsi. Ma è opportuno andare per gradi, seguendo il filo logico degli eventi che tracciano in qualche modo l’apogeo e il declino del prog. Nel 1973 Claudio Simonetti (tastiere), Massimo Morante (chitarra), il cantante inglese Clive Haynes e il bassista Fabio Pignatelli danno origine a un gruppo chiamato Oliver. L’inglese abbandona il progetto poco dopo, venendo sostituito da Tony Tartarini, già noto ai cultori del genere per essere stato la voce dell’Uovo Di colombo con il nome di Tony Gionta. Con l’aggiunta di Carlo Bordini alla batteria, la band è pronta per incidere il disco di debutto, per l’etichetta Cinevox. E qui le cose si fanno complicate: Bordini non firma per la Cinevox, convinto che questo limiterebbe la sua carriera, e il disco viene momentaneamente accantonato, anche perché gli altri musicisti aggiungono Walter Martino alla batteria e formano una nuova band con il nome di Goblin.
Il resto è storia: la band viene in contatto con Dario Argento grazie a Carlo Bixio, che di Cinevox è direttore e produttore, che affida a loro il compito di affiancare Giorgio Gaslini per la colonna sonora di Profondo Rosso (1975). L’idea è di far arrangiare alla band le composizioni del jazzista, che era al lavoro con l’orchestra, ma evidentemente Gaslini è di tutt’altro avviso, visto che abbandona il progetto lasciando ai Goblin la responsabilità delle partiture. Il risultato è quello che tutti conosciamo, con il disco che vende un milione di copie, restando in classifica per cinquantadue settimane, di cui ben 16 al primo posto. La Cinevox ovviamente apre il cassetto e riporta alla luce il vecchio progetto Oliver, facendo uscire il disco a nome “Cherry Five” (1975), evitando di menzionare in copertina i membri dei Goblin per non comprometterne la figura, citando solamente Tartarini e Bordini. L’album non è male e si colloca nel solco classico della tradizione prog, con atmosfere che ricordano Genesis e Yes, ma il riscontro commerciale è comunque assai deludente.
La storia si ferma qui, per trentanove anni… finché nel 2015 i due vecchi compari riformano il gruppo inserendo Lodovico Piccinini alla chitarra, Gianluca De Rossi alle tastiere, e Pino Sallusti al basso: il risultato si intitola “Il Pozzo dei Giganti“, album di notevole pregio e che contiene tre lunghi brani ispirati alla Divina Commedia (tre, come appunto sono le parti della Commedia: Inferno, Purgatorio e Paradiso). Siamo nell’ambito del progressivo più classico, quello tanto caro ai cultori degli anni Settanta, con testi appropriati cantati in italiano e in modo assolutamente lusinghiero. Si comincia con la title-track, brano corposo di ampio respiro che si snoda frastagliato e complesso nei 25 minuti che lo racchiudono. La strumentazione decisamente vintage produce un suono fedele alla linea, Hammond, Minimoog e Mellotron reggono il gioco passando dal canonico al jazz con disinvoltura, mentre la sezione ritmica ben sostiene le complesse partiture sulle quali si inerpicano gli assoli di chitarra che puntualmente rendono il tutto più moderno, meno datato. Non un mero esercizio di stile quindi, ma una lucida operazione di rilettura in chiave attuale di un suono che ancora ha molto da esprimere. Logicamente sono le tastiere a reggere il gioco e come per i Trip, di cui ricordiamo gli splendidi 
Caronte” (1971e Atlantide(1972), anche qui la costruzione sonora e il pathos pesa quasi interamente sulle loro spalle.
Anche il
testo conferma il ponte tra passato e presente, con richiami all’attualità che reggono perfettamente il confronto con i grandi del passato. Il solo di basso e il lungo intermezzo di chitarra elettrica impreziosiscono poi un brano che si regge perfettamente sulle complesse trame armoniche, a loro volta legate indissolubilmente a ritmiche davvero intricate. Direi che sono 25 minuti ben spesi. A seguire troviamo i sedici minuti di Manfredi, brano che trae ispirazione dal Purgatorio (mentre con il primo eravamo all’Inferno), suddiviso in quattro parti ben distinte. La trama è meno dark ma egualmente evocativa, con basso e batteria che risultano vivi e pulsanti come in un moderno brano dei celebratissimi Dream Theather, senza tuttavia essere stucchevoli come a volte sanno essere questi ultimi: un brano più melodico, decisamente più legato alle trame classiche dei Settanta, con la chitarra che a volte sembra accarezzare note care a Steve Hackett. Se dovessi usare un vocabolo per definire questo brano, direi che equilibrio è quello che ritengo più consono.
La conclusiva
Dentro la Cerchia Antica (siamo arrivati in Paradiso) ribadisce in qualche modo quello scritto sin qui, con la trama sonora che si fa più solare, quasi sinfonica, per poi sfociare in un finale crescente e coinvolgente che fa di questo disco un’opera immaginifica e visionaria, al pari della sontuosa copertina che riprende un bellissimo dipinto a olio della pittrice romana Daniela Ventrone. Un buon disco quindi, perfettamente inserito nel Revival del Progressivo Italiano che, seppur non aggiungendo nulla di nuovo a quanto già presente, trova la giusta collocazione nel fiorente solco che si ispira al sommo Dante Alighieri e alla sua Commedia: al pari dei Metamorfosi e della loro trilogia (otre all’ormai celebre Inferno” del 1973, hanno fatto seguito Purgatorio del 2004 e “Paradiso del 2016), i Cherry Five si ritagliano uno spazio di tutto rispetto in un mondo in continua evoluzione. Il loro limite? Dopo cinque anni aspettiamo ancora un seguito. Speriamo di non attendere invano.

1. Il Pozzo Dei Giganti (Inferno XXXI) 24:53
2. Manfredi (Purgatorio III) 16:21
    a La Forza Del Guerriero
    b Il Tempo Del Destino
    c Terra Rossa
    d Un Mondo Tra Noi Due
3. Dentro La Cerchia Antica 8:41

Antonio “Tony” Tartarini: vocals. Ludovico Piccinini: guitars. 
Gianluca De Rossi: Hammond, Mellotron, MiniMoog, Roland JX-8P,
Hohner clavinet, Fender Rhodes, Yamaha CP33.

Pino Sallusti: electric & acoustic basses.
Carlo Bordini: drums, percussion.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: