Cervello: “Melos” (1973) – di Alessandro Freschi

Corre il 1973, anno di grazia per il prog (o pop come veniva definito allora) italiano e la Dischi Ricordi è impegnata in un’ammirevole campagna volta a promuovere artisti emergenti legati al panorama sperimentale. Dopo aver lanciato nell’ordine I Leoni, Banco del Mutuo Soccorso, Hunka Munka, Reale Accademia di Musica, Museo Rosenbach e Rocky’s Filj, le attenzioni adesso sono rivolte nei riguardi di una band di diciannovenni proveniente da Napoli che si diletta nel mischiare un luminoso folk di sapore mediterraneo con un rock dalle raffinate screziature jazzate. Si fanno chiamare (Il) Cervello e sono saliti alla ribalta prendendo parte alle rassegne alternative’ di Palermo e Nettuno, nonché alla terza edizione del Festival d’Avanguardia e Nuove Tendenze tenutosi dal 7 al 10 giugno presso la Mostra d’Oltremare di Fuorigrotta. Presentano uno schieramento a cinque elementi che atipicamente non prevede tastierista di ruolo e dove, ad esclusione del batterista Remigio Esposito, tutti sono in grado di suonare il flauto; dal chitarrista Corrado Rustici – fratello di Danilo degli Osanna – al cantante Gianluigi Di Franco, passando per il bassista Antonio Spagnolo ed il sassofonista Giulio D’Ambrosio.
Satiri e Ménadi: Magica danza ci porterà il seme. Vivido intruglio disseta la mente. Magica danza ci porterà il seme
. Una lattina di pelati appena aperta. Al di sotto della sua colorata etichetta sollevabile si lascia scorgere un’istantanea in bianco e nero raffigurante cinque individui avvolti in una pellicola trasparente. È l’ennesima geniale intuizione del concept-creative Caesar Monti (al secolo Cesare Montalbetti) a prestarsi come pregiata cornice al lavoro d’esordio dei Cervello, Melos, terminato di registrare negli studi meneghini della label nel primo autunno del 1973. Come da collaudato escamotage, vista l’età minorenne dei componenti del gruppo (solo nel marzo 1975 l’attribuzione della maggiore età avverrà al compimento del diciottesimo anno) che impedisce l’iscrizione all’albo SIAE, sui credits di copertina compaiono i nomi di due funzionari Ricordi (Marazza e Parazzini) anche se in realtà le musiche sono opera di Rustici e Spagnoli ed i testi scritti da Di Franco. Un circolare arpeggio avanza nel bel mezzo di brumose atmosfere. Una distorta recitazione si agita tra elettrificate pulsazioni dispari e soffuse evoluzioni di flauto.
Sono i sei minuti di
Canto del Capro ad introdurre suggestivamente i macchinosi orditi armonici di Melos, lavoro concettualmente volto a richiami classici (il termine Melos, in greco rimanda al canto e alla melodia) e musicalmente sospeso tra derive etniche e artefatte sperimentazioni crepuscolari che riecheggiano a capisaldi del prog d’oltremanica quali VDGG e King Crimson. Da subito l’interpretazione canora, con i suoi registri prossimi al falsetto, si rivela collante perfetto nelle corali evoluzioni elettro-acustiche, innalzando Di Franco a protagonista assoluto della vicenda, a guisa di verseggiatore contemporaneo dalle vesti antiche. L’ipnotico saliscendi della rappresentazione attraversa le oniriche visioni di Trittico, si infila nei vortici convulsi del sax di Euterpe ed atterra sui tappeti psichedelici di Scinsione (T.R.M.) senza che il pathos venga mai meno, sostentato dalla intrigante complicità di un caleidoscopico ensemble perfettamente all’unisono. E se le linee del poetico vibrafono di Esposito tratteggiano le struggenti arie del brano che dà il titolo all’album – imperiosamente suggellata dal solo della sei corde di Rustici – in Galassia tornano a fare la loro detonante comparsa oscure diagonali di crimsoniana memoria, prima che le note si esauriscano sulla breve litania di Affresco.
Indiscutibilmente un’opera prima di pregiata fattura che, come altre decine di produzioni rock nostrane di inizio settanta, riceve sinceri apprezzamenti dalla critica ed in contraltare uno scarso incoraggiamento dall’esiguo numero di copie vendute che finisce per pregiudicarne qualsiasi velleità di proseguimento nell’attività. Al momento della separazione Corrado Rustici decide di raggiungere a Londra il fratello Danilo ed Elio D’Anna (che avevano prodotto il debut act dei Cervello) per dare vita ai Nova, progetto con il quale rilascia alle stampe quattro album nel triennio successivo prima di dedicarsi a tempo pieno all’attività, più redditizia, di discografico. Dal canto suo il cantante caprese Di Franco, dopo aver fondato i poco ricordati N.A.T.O. con Varo Venturi, intraprende una significativa collaborazione con il percussionista partenopeo Toni Esposito che lo conduce, a metà anni ottanta, a scalare le vette delle hit discografiche con il solare successo
Kalimba De Luna, brano che si aggiudica l’edizione 1984 di Un Disco per L’Estate.
Medico, da sempre impegnato nel campo della Musicoterapia, Gianluigi fonderà a Napoli dapprima il C.R.M. e la Scuola di Formazione dell’ISFOM e si farà promotore della CONFIAM (Confederazione Italiana Associazioni di Musicoterapia) nella quale rivestirà anche la carica di presidente prima di scomparire prematuramente nel 2005 all’età di 52 anni. Nel 2017, a quasi mezzo secolo dal rilascio di
Melos, Rustici tornerà a coinvolgere gli storici compagni di viaggio Spagnolo e D’Ambrosio in occasione della Symphonic Night Napoli Fantasy, tenutasi allo Shibuya O-East di Tokyo il 27 Luglio, evento nel quale i Cervello, supportati dal cantante Virginio (Simonelli) ripresenteranno tracce del lavoro d’esordio. Quel famoso vinile con in copertina una latta di pelati appena aperta.

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