Can: “Tago Mago” (1971) – di Marco Fanciulli

Fra tutti i gruppi krautrock degli anni sessanta i Can sono stati quelli più vicini alle sonorità afroamericane tanto da guadagnarsi la carenza di stima di altre compagini tedesche loro coeve che cercavano di proporre un sound affrancato dai modelli angloamericani. Ma in realtà, il punto di forza della band di Colonia è stata proprio quella di creare un suono avanti a tutto e a tutti, proprio partendo da quelle basi rappresentate dal soul e dal funky afroamericano, avvicinando quest’ultimo alla tecnica compositiva di Karleinz Stockhausen, il guru della Kosmische Musik, oltre che maestro del leader della band Irmin Schmidt. Dopo l’esordio “Monster Movie(1969), con il primo cantante, Malcom Mooney, che poi lasciò la band per ritornare negli Stati Uniti, i Can reclutano un artista di strada di origini giapponesi di nome Damo Suzuki per registrare il secondo album, “Soundtracks” del 1970 (che contiene due brani ancora cantati da Mooney). Nel 1970 la band progetta quello che sarà il loro capolavoro è uno degli indiscussi capisaldi degli anni settanta: “Tago Mago” (1971). Questo disco è la trasposizione in una dimensione cosmica dell’arte di Stockhausen, unita al minimalismo di Terry Riley di La Monte Young e al funky psichedelico di Sky & The Family Stone e Funkadelic. “Fondere tutta la musica contemporanea in un solo elemento” dirà Irmin Schmidt a proposito di “Tago Mago“, e l’intento è riuscito alla grande. L’album e stato registrato in un castello medievale, lo Schloss Nörvenich, all’interno del quale i Can allestiranno gli Inner Space Studios.
Dopo una serie di lunghissime registrazioni che spesso si traducevano in chilometriche jam session questo diamante vede la luce. “Tago Mago” prefigura la new wave prima ancora che questa fosse e con essa la paranoia dei PIL; manda in orbita il funky nero americano; chiude in una stanza Stockhausen e Riley, mentre sono intenti a guardare una performance di George Clinton o di Sly Stone; porta l’ascolto verso fuorvianti pianeti di meditazione con la marmorea concentrazione di un guerriero samurai; vola verso nebulose cosmiche scansando meteoriti di psichedelia ipnotica. In poche parole abbatte le barriere musicali per creare un monumento sonoro che non distingue più fra ambito colto e popolare, fra rock, pop, black e contemporanea. Il disco inizia con il pop sofferto e astrattista di Paperhouse e, se non sapessimo di trovarci nel 1971, potremmo essere più che convinti di trovarci di fronte a un pezzo new wave di dieci anni dopo. Dopo un’inizio a base di elettronica cosmica alla Tangerine Dream parte un cantato che prefigura i PIL su un chitarrismo proto-wave pregno di sofferenza; poi il gioco si fa più duro e vira verso un caotico hard blues, per poi calmarsi nuovamente e confluire sciogliendosi nella successiva Mushroom: è questa una scarnificata psichedelia ridotta all’osso da un drumming secco che accompagna la crisi mistica del cantato di un Damo Suzuki in trance; quest’ultimo ora sussurra ora si lancia in un grido guerresco in attesa di sferrare un attacco marziale al nemico. Un’esplosione introduce Oh Yeah ed è la catalessi generata da un motorik krautrock che anticipa i Neu. di un anno. Tutto il brano è dominato dal drumming ossessivo e reiterato, lo scheletro motorik sul quale si innesta la struttura armonica di un ipnotico funky-blues con tanto di chitarra fuzz.
Con Halleluwah si entra nel vivo del disco: diciotto minuti e mezzo di delirio percussivo che spara i Funkadelic nello spazio; il p-funk si trasforma in un monumentale trance-funk che fa strame della dicotomia fra suono fisico e suono rarefatto ed evanescente. La ritmica black è ridotta all’osso con questo drumming cosmico-ipnotico che ripete lo stesso giro, lo stesso groove funky-lisergico dall’inizio alla fine, interrotto soltanto da una brevissima chiosa di pianismo jazz; il suono è fisico e carnale però, allo stesso tempo, è anche pregno di una rarefazione cosmica dai contorni minimali. Siamo di fronte all’abbattimento di tutti i dualismi. Questo trance-funk lisergico può provenire dagli spazi siderali così come è un pulsare dalle viscere della terra: è musica fisica e terrena come è trascendenza celeste. Un viaggio nell’oscurità attraverso l’annullamento delle barriere di genere nel suono. La voce di Suzuki con quell’invocazione, “halle-halle-halle-halleluwah“, pare rivolgere una preghiera a qualche divinità di un tempo lontano, fra volute cosmiche di elettronica spaziale. Si continua a viaggiare nelle pieghe dell’ignoto con Aumgn, un’estatica vibrazione cosmica caratterizzata dalla voce di Irmin Schmidt che si eleva da paesaggi sonori di elettronica stockhauseniana. Immaginate un sacerdote dell’antica Mesopotamia che dalla sommità di una ziqqurat cerca di stabilire un contatto con entità extraterrestri lontane, mentre scampoli di elettronica e di rasoiate d’archi preparano il terreno a quest’incontro fra terrestre e alieno.
La voce pare lanciare un messaggio verso entità lontane con l’afflato di chi è l’unico a stabilire un contatto con esse. L’elettronica di contorno si dipana fra rumorismi è simulazioni di voli spaziali, atta a rendere più vicino il contatto fra il sacerdote e le entità aliene invocate, per poi lasciare spazio a giochi di tastiera che rimandano a pannelli di controllo di basi spaziali con luci colorate che si accendono e si spengono ad intermittenza. Incamminandoci verso la fine del brano si dirotta verso un percussionismo proto-industrial-tribale ossessivo, veloce e incalzante, con sibili di elettronica a simulare il decollo di una navicella spaziale, nel quale trovano posto anche i latrati del cane del proprietario del castello in cui fu inciso l’album. Peking O è pura follia proto post-punk, e non soltanto perché vi si trova uno dei primi esperimenti con la drum machine, ma anche perché è il brano dell’album che più di tutti rivela l’afflato orientale di un Damo Suzuki in uno stato di trance completo e staccato dalla realtà. Egli si esibisce in folli vocalizzi accompagnato da raffiche di battiti di drum machine sparati a guisa di mitra e da un pianismo free jazz impazzito. Non ci sono parole per rendere questo capolavoro di pura follia con un cantato delirante che prefigura i giapponesi Boredoms degli anni novanta. Verso la fine del brano fischi elettronici aprono a un delirio raga dissonante. Il disco si chiude con Bring Me Coffee Or Tea ed è un dantescoriveder le stelle” dopo un lungo viaggio nell’ignoto: è un brano minimal-lisergico dove su uno stesso giro si imprimono diverse microvariazioni di chitarra e batteria che anche qui è libera e scollegata da schemi preordinati e sorregge l’intera impalcatura sonora. Degno finale di un disco avanti a tutto che ancora oggi lascia spiazzati.

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