Can: “Soundtracks” (1970) – di Piero Ranalli

Soundtracks” (Liberty 1970), benchè sia il secondo lavoro discografico dei Can, va considerato più come un anello di congiunzione tra “Monster Movie(1969) e “Tago Mago” (1971). Un album di transizione, nel quale convivono il passato con le prime tracce di quella che poi in futuro sarebbe stata la formazione ufficiale con Damo Suzuki. Intrigante proprio per questa sua duplice natura, da una parte Malcom Mooney con la sua timbrica monocorde ed ossessiva, dall’altra Damo con le sue linee vocali sinuose ed ipnotiche. Due frontman che hanno saputo valorizzare ed impreziosire, con il loro stile diverso, un’espressione musicale difficile, sperimentale, minimalista, psichedelica, geniale ed in anticipo con i tempi. “Soundtracks” annuncia i loro destini: Mooney, ormai sull’orlo di una crisi di nervi, abbandonerà la band per rivolgersi alle cure di uno psichiatra; Damo getterà le basi di quello che sarà il suo percorso insieme agli altri componenti della band. Un album che sintetizza con eleganza le eterogenee proposte musicali dovute alla presenza di questi due grandi personaggi, il primo un insegnante e scultore afroamericano, il secondo un artista di strada giapponese ingaggiato da Holger Czukay durante una passeggiata pomeridiana in cerca di un caffè per le strade di Monaco, entrambi non avevano mai cantato prima e, a dispetto di questo, seppero lanciarsi con passione nel ruolo che ricoprirono.
Il titolo di “Soundtracks” non è casuale, infatti si tratta di una raccolta di colonne sonore per pellicole tedesche: “Deadlock” (1970) di Roland Klick, “Mädchen mit gewalt” (1970) di Roger Fritz, “Deep end” (1970) di Jerzy Skolimowski, “Bottom – Ein großer graublauer vogel” (1970) di Thomas Schamoni, “Cream” (1971) di Leon Capetanos. Le composizioni presentate nel disco offrono una panoramica davvero ampia, una materia rock strana, emotiva, sulla quale viaggiano linee di chitarra semplici e ripetitive, percussioni ipnotiche, arrangiamenti acustici, chitarre elettriche laceranti. Deadlock che apre l’album è una ballata ribelle e malinconica. Mentre la chitarra di Karoli grida, Damo canta con la sua voce lamentosa e commovente, un’esperienza emotiva molto potente, una psichedelia raffinata. Tango Whiskyman, con Suzuki di nuovo alla voce, si presenta con un incedere delicato e melodico che potrebbe ricordare le atmosfere di alcune canzoni di fine anni 60. È un brano molto sommesso, con anche le parti più ritmate che mantengono un senso generale di moderazione. Ad ogni modo la batteria è da lodare: pur essendo meravigliosamente sottile, mantiene sempre il focus ritmico che contraddistingue la band. Jaki Liebezeit è un batterista veramente unico. Deadlock (instrumental) riprende la melodia della prima traccia: 
è solo più cruda ed è strumentale, c’è anche una batteria più incisiva sui tamburi ed un organo che la rende ancora più eterea.
Don’t turn the light on, leave me alone è una canzone che evoca quel classico suono Can che sarebbe poi diventato un marchio di fabbrica in album come “Ege Bamyasi” (1972). Damo borbotta e canta come se fosse mezzo addormentato, il ritmo è ipnotico e abbiamo anche un tocco di flauto: è la prima registrazione con Suzuki come vocalist. Con Soul Desert ci tuffiamo nel passato, grazie alle voci acide e sofferenti di Malcom Mooney: la musica è caratterizzata da pattern ritmici minimalisti di batteria e basso, chiude il lato A del vinile ed è l’ultima registrazione dei Can con Mooney, un capolavoro minimalista in cui la musica è stata spogliata dell’armonia e della melodia e dove sono rimaste solo l’emozione e i ritmi crudi. L’apertura del lato B del vinile è affidata ad un brano che ormai è diventato un classico della musica acida psichedelica sperimentale: Mother Sky. Un improvvisazione con un esercizio ripetitivo di basso/batteria e assoli di chitarra distruttivi e feroci, con l’aggiunta di voci sballate a cura di Damo Suzuki, 14 minuti e mezzo di trance. Un suono di batteria così naturale che si riesce quasi a percepire la vibrazione della pelle dei tamburi, come se si fosse al cospetto di una cerimonia tribale.
Rimane una delle canzoni più avvincenti e che inducono alla danza estatica mai scritte da un gruppo rock. Di sicuro un precursore di un certo tipo di musica tecno-trance molto in voga negli anni 90 nei Rave. Semplicemente non puoi stare calmo con esso, devi muoverti, saltare, ballare, dondolare e persino canticchiare il mantra “Mother Sky” insieme a Suzuki. Chiude l’album She brings the rain, con Mooney alla voce: una ballata jazz con idee interessanti che canta di funghi magici e vola sulle ali del corvo. Un’uscita di scena molto elegante. In sintesi un album che fotografa due periodi della band molto importanti: la fine del mandato come cantante di Malcom Mooney e le prime fasi del periodo con Damo Suzuki alla voce. Per chi ancora conoscesse i Can, “Soundtracks” è il disco ideale dal quale iniziare, perché nella sua eterogeneità vi sono racchiusi tutti gli ingredienti che hanno reso immortale il loro suono unico ed il particolarissimo approccio alla composizione.

Michael Karoli: chitarra, violino.
Irmin Schmidt: organo, synths.
Holger Czukay: basso, contrabbasso.
Jaki Liebezeit: batteria, percussioni, flauto.
Malcolm Mooney: voce.
Damo Suzuki: voce.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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