Calcio: la battaglia per l’appartenenza – di Luigi Minerva

Non si gioca più. È tutto fermo. E se la vita di tutti i giorni ha dovuto subire un bel contraccolpo, lo sport è dovuto andare di pari passo, se non di più. E visto che ce lo proponevano in tutte le salse, si sente la mancanza, del calcio soprattutto. Si giocava sempre, dalle coppe ai vari campionati, nazionali ed esteri, con relative scommesse, che con il fuso orario delle partite d’oltreoceano le potevi trovare a tutte le ore. Ci potevi scommettere, nel vero senso della parola. Scommesse e diritti televisivi, che insieme al merchandising sono il vero cambiamento e motore economico trainante (purtroppo) di questo sport nel nuovo millennio. Ma il calcio ha radici antiche ed è senza dubbio lo sport più popolare del pianeta (non ditelo agli americani, che col loro “soccer” non ci vanno d’accordissimo) ma, a dirla tutta, forse l’aspetto più affascinante di questo sport al di là dell’ambito sportivo, che così tante emozioni regala e sicuramente continuerà a regalare ai suoi tifosi, è il fatto che ha sempre assorbito ed andato di pari passo con i mutamenti che la storia ha proposto. Retaggi sociali, religiosi, politici e culturali hanno sempre avuto una forte influenza, diretta e indiretta, su tutto quello che ruotava ed apparteneva agli ambienti delle squadre di calcio, dalle sue società di origine, quindi dalle sue fondamenta, fino ai tifosi. Il football, nome “proprio” dei suoi fondatori inglesi, ha sempre attratto a se passioni e simboli extra-sportivi.
Di esempi ve ne sono tanti e diffusissimi in ogni angolo del globo, anzi è quasi lecito affermare che questo discorso permea e riguarda quasi tutti i club storici, nobili e meno nobili. Andiamo ad approfondire e raccontarne di alcuni, e scopriremo che in certi casi hanno avuto addirittura risvolti storici indelebili sulla vita delle loro comunità e del loro paese. Partiamo dalla Scozia. Tra i derby più antichi e ricchi di folklore a livello europeo vi è sicuramente quello di Glasgow. Scozia, Glasgow, fine 800. La città vive le tensioni di due comunità religiose in forte attrito. Quella cattolica, in perenne conflitto con quella protestante, nel 1887 fonda il Celtic, biancoverde e con un quadrifoglio come simbolo (è forte l’ispirazione allo shamrock irlandese). I Rangers, biancoblu, fondati nel 1872 e che hanno come simbolo un monogramma di 3 lettere, RFC, che sta per Rangers Football Club, erano e sono simbolo e passione dell’area protestante. Il cuore pulsante della rivalità cittadina passava quindi su un campo di calcio. Era appena nato l’Old Firm, il derby di Glasgow, che ancora oggi porta nei rispettivi stadi, il Celtic Park e Ibrox, da ben oltre un secolo contenuti e passioni che vanno ben oltre la singola partita, ed è considerato tra i derby più affascinanti del Vecchio Continente. Neanche la crisi societaria dei Rangers del 2011, causa il fallimento e il declassamento della squadra in terza serie, ha stemperato le reciproche passioni. All’oggi le due squadre sono di nuovo tornate entrambe a lottare per il titolo di Campione di Scozia.
Il calcio come detto è un fenomeno sociale di massa ed è (quasi) sempre una festa di sport e colori ma, quando gli attriti sono profondi, persino una guerra, come quella in ex Jugoslavia, può avere come innesco e scintilla iniziale una semplice partita di calcio, a dimostrazione di quanto questo sport è fortemente radicato tra la gente. Zagabria 1990. Derby tra Dinamo Zagreb e Crvena Zveda Beograd (Dinamo Zagabria vs. Stella Rossa). È il 13 maggio e la tensione sociale in Jugoslavia è alta. Allo stadio Maksimir di Zagabria va in scena uno dei derby più sentiti tra l’etnia serba e quella croata. Lo stadio è pieno, le due tifoserie divise da un odio acerrimo vanno a contatto prima fuori e poi dentro lo stadio. La polizia, a maggioranza serba, gestisce l’ordine pubblico in maniera discriminante verso i tifosi della Dinamo; ne scaturisce una baraonda che vede coinvolti tutti, persino i calciatori. Famosa resta l’immagine del calcio di Boban, ex campione del Milan allora giovane promessa della Dinamo, a un poliziotto serbo nel bel mezzo del campo, scatto presto diventato l’icona di quel triste giorno. Da lì a poco sarebbe scoppiato il conflitto, quello in ex-Jugoslavia, che vide tra i suoi più crudeli protagonisti il Comandante Arkan, al secolo Zelijko Raznatovic, all’epoca dei fatti capo ultrà della Stella Rossa, che durante la guerra si rese protagonista tra i più atroci crimini di guerra e di campagne di pulizia etnica. Durante il conflitto fondò le “tigri di Arkan”, riuscendo forse a fare una delle cose più difficili al momento, e cioè a riunire le due tifoserie rivali di Belgrado, quelle del Partizan e della Stella Rossa, creando così lo zoccolo duro dell’esercito serbo. Molti giovani perirono in quel drammatico conflitto e oggi, fuori dagli stadi delle principali squadre dell’ex JugoslaviaStella Rossa, Dinamo, Hajduk ecc. – ci sono monumenti in memoria dei caduti della guerra, tra cui molti ex-ultras delle rispettive squadre. Sono passati trent’anni da quel tremendo conflitto ma il ricordo è ancora vivo.
Anche in Sud America ci fu un episodio simile che invece riguardò l’Honduras ed El Salvador. Siamo alla fine degli anni 60, qualificazioni ai mondiali di Messico 1970, le due nazioni furono sorteggiate per una semifinale di spareggio. Tra i due paesi c’erano tensioni decennali di carattere economico e politico. Tra incidenti, feriti (anche due morti) e auto incendiate ci vollero tre partite per decidere un vincitore, con la famosa “bella” che si dovette giocare a Città Del Messico in campo neutro. Per la cronaca vinse El Salvador, ma per l’Honduras perdere con gli odiati rivali fu sinonimo di forte ingiustizia e la sera stessa della partita il governo Honduregno ruppe le relazioni diplomatiche con El Salvador. La guerra era ormai alle porte. Il conflitto, noto come la guerra del calcio o laguerra delle cento ore”, durò solo quattro giorni ma fu tra i più sanguinosi del secondo dopo guerra. Casi limite? Sicuramente. Ma di certo danno l’idea di quanto il calcio si faccia testimone e promotore dei sentimenti popolari, e di quanto sia inevitabilmente intrecciato e coinvolto nella sua natura popolare per antonomasia. In tutte le nazioni ci sono esempi in cui questo sport è stato ed è veicolo e trasmettitore delle pulsioni sociali, economiche, politiche e culturali di tutto l’ambiente che gli ruota intorno, dai sentimenti e le speranze che le sue tifoserie gli riversano ai simboli e i colori che li rappresentano.
In tante città tifare una squadra invece di un’altra vuol dire schierarsi in maniera nitida e netta. Tanti sono i derby in Europa dove schierarsi vuol dire rappresentare ben precisi modi di vivere, di esistere e l’inevitabile senso di appartenenza che ne deriva. Siviglia, Atene, Belgrado, Glasgow, Londra, Salonicco, Istanbul, Cracovia, Amburgo, Roma ma anche Barcellona, Genova, Bucarest, Milano e perché no Berlino, con il suo nuovo derby tra Herta e Union e tutta la sua storia che tra Est e Ovest lo rappresenta. Sono solo alcuni esempi di un’infinita lista fatta anche di rivalità e stili di vita tra diverse città della stessa nazione o, semplicemente e non da meno, di un’ambizione a quel senso di appartenenza delle proprie origini territoriali, religiose, politiche, sociali che nell’essere umano instaura un sentimento inesauribile del non sentirsi solo.
Tutto questo perché i colori del calcio sono troppo belli e il suo affascinante retaggio popolare rimanga sempre imbastito nei virtuosismi del popolo senza farlo travalicare mai in sentimenti beceri e pericolosi. Perché quel senso di appartenenza serva a far convivere diverse realtà, a esprimere costumi e modi di vivere nel totale rispetto del prossimo, togliendo ansie di supremazia e pericolosi inni ai nazionalismi. Lo sport se è rivalità è anche allo stesso tempo Unione e Fratellanza…e che la grammatica ci perdoni se loo scriviamo con due maiuscole.

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