Bruce Springsteen: “The River” (1980) – di Massimiliano Cinalli

Sarò onesto: quando nel luglio 2009 partii per Roma assieme a mio fratello per assistere al primo (almeno per me) concerto di una delle più grandi personalità della musica internazionale, di Bruce Springsteen conoscevo soltanto il nome. E quella manciata di canzoni che subito gli si associano: Born in the USA, The River, Streets of Philadelphia e qualche altra. Uscii dallo Stadio Olimpico estasiato, convinto di aver visto Dio in persona e con l’ottusa felicità irrefrenabile di chi si è appena sparato 180 minuti non-stop di puro rock. Tornato in albergo, la prima cosa che feci fu di mettermi spasmodicamente alla ricerca della sua discografia, per colmare un vuoto che a quel punto consideravo quasi sacrilego, sulle tracce del percorso umano e artistico di Bruce. Mi soffermai su un album in particolare; quella notte ascoltai per la prima volta “The River”, doppio LP uscito nel 1980 ed entrato di diritto tra i più belli mai realizzati.
The Ties That Bind si apre con l’energica batteria di Max Weinberg e le schitarrate di Bruce & Co. trasportandoci immediatamente tra i suoi personaggi ora nostalgici ora disillusi (“You don’t want nothin’, don’t need no one by your side / You’re walkin’ tough baby, but you’re walkin’ blind / to the ties that bind”), quegli outsider che tanti altri prima di lui hanno già cantato. Ma Springsteen dà loro voce in una maniera totalmente nuova: la sua foga impetuosa, il sound vigoroso ma al contempo tenero della E Street Band, la spavalderia da yankee e la capacità assolutamente unica di riuscire a compendiare in pochi minuti le emozioni di un vita intera ne fanno uno dei cantautori più onesti della sua generazione (assieme forse a Jackson Browne).Tutto il primo vinile è il fulgido esempio di questo stilema: si passa dal grido disperato di Jackson Cage alla scanzonata ballad sincopata Hungry Heart, dall’intimo ritratto familiare di Independence Day (“Cause the darkness of this house has got the best of us / There’s a darkness in this town that’s got us too / But they can’t touch me now and you can’t touch me now / They ain’t gonna do to me what I watched them do to you”) all’elegiaca The River che chiude splendidamente una prima parte già perfetta così.
Nel mezzo ci sono tanti pezzi memorabili, serenate esuberanti, soul forsennati, frenetici boogie, tutti all’insegna della vivacità e della frenesia dell’adolescenza (You Can Look but You Better Not Touch, Crush on You, I Wanna Marry You). Fin qui nulla di eccezionale, direte voi. Ma cosa rende quindi quest’album diverso da tutti gli altri? La potenza dirompente di un autore come Springsteen sta nel riuscire a esprimere magnificamente e soprattutto con semplicità la poesia della vita quotidiana del middle man, operaio e padre di famiglia, contraddittorio nella sua individualità come del resto l’America nella sua interezza, e fa questo usando parole dall’intensità quasi religiosa, santificando il popolo dei working class heroes a mito universale e diventando inevitabilmente bardo della coscienza di una nazione che ha smarrito i propri ideali. Musicalmente parlando, l’album in sé è un potente revival delle melodie che hanno caratterizzato gli anni 50: del resto Springsteen e la sua E Street provengono da un lunghissimo periodo di gavetta nelle lunghe serate passate a suonare nei bar del Jersey, e possono vantare un vastissimo repertorio. Roy Bittan (tastiere), Steve Van Zandt (chitarre) e Clarence Clemons (sassofono) stanno al gioco e ovviamente non perdono occasione di improvvisare assoli e arpeggi dialogando con Bruce e i suoi personaggi.
Se la prima parte di “The River” è il ritratto della spigliatezza e della spensieratezza giovanili, la seconda può essere più prosaicamente definita come l’eponimo della maturità e della disillusione dell’età adulta. Qui Springsteen perfeziona la tecnica narrativa già vista nei suoi lavori precedenti, infondendole maggiore spessore e drammaticità: la prerogativa delle sue liriche è quella, infatti, di raccontarci storie realistiche in prima persona, quasi fossero frutto di un inarrestabile monologo interiore. Il giovanotto spigliato di provincia che correva dietro alle ragazze si ritrova adesso a fare i conti con la vita e le conseguenze delle scelte fatte in gioventù: emblematica è Point Blank (“You grew up where young girls they grow up fast / You took what you were handed and left behind what was asked / But what they asked baby wasn’t right / You didn’t have to live that life”) introdotta dal sommesso pianoforte di Bittan, o in Stolen Car che sicuramente non avrebbe sfigurato in un album intimistico e profondo come “Nebraska
(1982). Il trittico finale che chiude l’album (The Price You Pay, Drive All Night, Wreck on the Highway) conferma la visione sostanzialmente pessimistica dell’album: se Springsteen negli album precedenti aveva cantato delle speranze entusiaste di una intera generazione, dell’American dream realizzabile per tutti, dell’orgoglio di appartenere alla nazione più grande del mondo, adesso il registro è cambiato.
Tornato nella realtà, sceso di nuovo tra i suoi simili, tra gli emarginati, gli sconfitti, il popolo che vive “
nel sottosuolo” (underground come direbbe Tom Waits), si è fatto un viaggio nell’America autentica, cruda, quella delle fabbriche che chiudono e delle famiglie che scappano dalle fameliche città e lo ha fatto per farci aprire gli occhi su tutte le promesse che questa gloriosa nazione ha disatteso (Ai giorni nostri sotto gli occhi di tutti). La poetica di Springsteen dopo quest’album non sarà più la stessa. Ha centrato in pieno una formula azzeccatissima e mai più ripetuta da altri: riuscire a coniugare melodie orecchiabili e mai banali a evocativi drammi corali, pieni di pathos e intensità narrativa. Sono trascorsi ormai quasi dodici anni da quel concerto romano, dalla notte in cui ho iniziato ad amare Springsteen e non ho più smesso. Chiamatemi nostalgico, retrogrado, vecchio trentènne: ma la musica che si faceva prima era tutta un’altra storia.

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