Bronski Beat: “Smalltown Boy” (1984) – di Francesco Picca

Un viaggio in treno è la modalità di fuga per eccellenza. Non riesco a immaginare una via d’uscita più rapida, più efficace, più redimente. Il treno accoglie, comprende e rielabora senza porre domande. Il silenzio degli altri passeggeri e la loro apparente indifferenza sono come due braccia tese a indicare la giusta direzione, sono il tacito consenso, sono quell’approvazione troppe volte negata. Nelle mattine del 1984 arrivavo a scuola sempre molto presto, trasportato da un autobus scricchiolante. Il tragitto era simile a quello percorso da un treno immaginario che allontanava, che interponeva distanze, che separava. La base elettronica nel walkman si incastrava con i sobbalzi dovuti alle buche e alle frenate brusche, cosi come con la chiusura rumorosa delle porte automatiche. Le voci attorno a me restavano ovattate, ancora assopite nel grigiore e nel sonno. La voce di Jimmy Sommerville nel brano Smalltown Boy dei Bronski Beat, estratto dall’album “The Age of Consent” (London Records 1984) diventava la voce di chiunque, in quei faticosi risvegli, avesse riposto la propria anima in uno zaino o in una borsa da lavoro, tirandosela dietro, trascinandola nell’avventura popolare di una giornata dal retrogusto ferroso.
La “story” del video si cuciva indosso a molti, assumendone sembianze e vicissitudini, desideri e incomprensioni. Le immagini correvano tra libertà e limitazioni, in mezzo al vociare della città, tra due ali di chiacchiericcio, testimoni di quel senso opprimente della provincia, delle botte per un qualunque motivo e senza mai una lacrima, della militanza, dell’apatia. Il vero significato delle cose rimaneva sempre troppo lontano dalla giusta comprensione, e l’amore e l’amicizia venivano declinati come regole di latino studiate male. Si contavano i giorni e si aspettava l’estate per saltare su quel treno sgangherato che costeggiava il mare e la nostra fantasia, con i finestrini aperti e i sedili sporchi. Si aspettava per mesi quei pochi chilometri di vento nei capelli e di tabacco che volava via. Si aspettava e si aveva, nonostante tutto, la pazienza di aspettare.
Le facce, sui treni, sono tutte uguali. Quando gli sguardi si incrociano, i volti perdono la loro singolarità e si modellano attorno a un’unica espressione. E poi, quando il treno parte, la storia di ognuno resta a terra, e il circo delle facce senza storia comincia a correre la sua corsa sofferta, cadenzata dai binari imperfetti e dagli sbadigli, dalle porte che sbattono e dai sogni che muoiono improvvisamente. Rumori che rumori non sono. Sono un rantolo. Il rantolo incurabile del vecchio treno e delle anime clandestine attaccate ad esso. Un giorno il treno si è fermato in aperta campagna, senza chiedere il permesso a nessuno, piantandosi nel mezzo di una mattina ormai tarda, nel mezzo dell’incendio della luce estiva. Ho visto le facce stupirsi, ognuna in modo diverso. Le ho viste riappropriarsi ciascuna della propria storia singolare. E ho visto mani nervose sventolare giornali, e fazzoletti bianchi passare e ripassare su fronti lucide. E ho contato mille occhi. Ho spiato la calma impassibile di alcuni e lo sguardo seccato di altri. E ho ascoltato mille voci porre domande sciocche. E non una sola parola è stata degna di ciò che è accaduto. Ho ascoltato il tempo ridere di tutto ciò, mentre le cicale ridevano di quel treno silenzioso, dei bigliettai rassegnati e dei sedili ricuciti ad arte. Poi il treno è ripartito, con un piccolo scatto, gemendo nell’aria soffocante. E’ ripartito con il suo carico di bagagli inutili e di facce inservibili, ormai di nuovo tutte uguali, stanche e senza storia”. (“Il treno“: tratto da: “Chiave 21”  per Pufa Editore 2015). 

Sei partito di mattina / con tutto ciò che possiedi in una piccola scatola nera
Solo sul marciapiede / Il vento e la pioggia / su un viso triste e solo
tua madre non capirà mai / Perché sei dovuto partire / Perché l’amore di cui avevi bisogno
Non lo avresti mai trovato a casa / spinto e preso a calci / Sempre un ragazzo solitario
eri quello / di cui avrebbero parlato in città / Per quanto ti possano buttare giù
e per quanto possano provarci duramente / Ti feriranno per farti piangere
Ma tu non piangeresti mai per loro / Solo per la tua anima
No tu non piangeresti mai per loro / Solo per la tua anima.

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