Bocca di Rosa ‘ncopp ‘e quartiere: intervista a Lila Esposito – di Francesco Picca

La cultura partenopea irrompe nostro malgrado in ogni ambito, proponendo e riproponendo ora l’idioma, ora la battuta fulminante, sovente le peculiarità gastronomiche, talvolta una socialità che sopravvive al tempo e alle avversità. Alcuni modi di questa socialità hanno radici antiche, diramate tra i vicoli del centro storico, gonfie di quella linfa indefinita che alimenta e sostiene, che resiste al quotidiano, che supera, che scavalca, che incide ancora su un certo modo di essere e di agire. Nelle vaste lande dei “social”, dove la socialità viene spesso imbottigliata e sterilizzata, ho incrociato casualmente il profilo di Lila Esposito. Provare a definire Lila vorrebbe dire sottopormi a qualche inevitabile errore; con inutile affanno rischierei di ridurre, di limitare, di grattare via quel poco di essenziale che invece contribuisce alla sua determinazione. Della determinazione e della propria autodeterminazione Lila ne ha fatto un motivo di vita, artistica e non solo, trovando nella tradizione popolare del “femminiello” un formidabile strumento espressivo, di comunicazione, di scompiglio culturale, di scardinamento di giudizi e pregiudizi, di poderosa denuncia.
Lila, persona e personaggio: chi prevale sulle due?
Fare l’attrice è abitare le vite di altre persone, entrare in mondi con il paradosso che i loro stati d’animo, le emozioni, i sentimenti prendono vita attraverso te stessa. Questo gioco mi diverte molto e mi fa avere uno sguardo diverso sulla realtà, perché mettersi nei panni dell’altra offre la possibilità di non fermarsi a quello che c’è in superfice, così, scavando più nel profondo puoi entrare in relazione con paesaggi umani che poco prima ti erano sconosciuti“.
La tua voce e il tuo impegno si smarcano dai bassi della Napoli antica e toccano ambiti e tematiche molto attuali.
La mia voce più che smarcarsi parte proprio da quei bassi e da quei vicoli, dando risalto a una figura della città storicamente resa invisibile, le femminelle. Un esempio di questo oscuramento è l’esclusione delle femminelle napoletane dalla storia delle quattro giornate di Napoli, storia che è stata scritta da un punto di vista maschile e che per molto tempo ha tenuto fuori anche le donne. Solo tre anni fa, attraverso alcune fonti orali, sono emerse testimonianze che mettevano in luce la partecipazione di un gran numero di femminelle alla cacciata dei nazifascisti da Napoli. Da qui si sono aperti nuovi orizzonti per una storia che sto approfondendo con il grande desiderio, un giorno, di poterla raccontare. Facendo un passo in avanti nella storia ci sono state le ”personagge” di Annibale Ruccello, drammaturgo napoletano scomparso prematuramente. Se Ruccello ha raccontato la solitudine di Jennifer nella Napoli del riflusso storico degli anni 80, oggi Lila, come altre femminelle, si prende la scena in modo combattivo, usando a suo modo il linguaggio dell’ironia e della satira, per cercare di leggere il presente, raccontare storie e far emergere le contraddizioni di un mondo patriarcale che tende a reprimere le libertà di molte e molti“.
Come sei arrivata al teatro?
Prima di iniziare il percorso dell’attrice mi mantenevo con le famose tombole scostumate, un gioco che ha origini antiche, ma senza una datazione precisa. Inizialmente la tombola scostumata avveniva nei bassi in cui abitavano le femminelle e queste coinvolgevano le donne di tutto il vicolo; si racconta che vi potessero partecipare solo donne e femminelle, mentre gli uomini, al massimo, potevano stare fuori dal basso e guardare in silenzio. La tombola scostumata è un gioco molto divertente perché la femminella che lo conduce non si limita a estrarre solo i numeri, bensì mette in scena un vero e proprio show, improvvisando delle storie attraverso i significati dei novanta numeri, e coinvolgendo spesso anche il pubblico. Col passare degli anni la tombola scostumata è diventata una pratica sempre più diffusa; oggi può assistervi chiunque e le più belle vanno in scena nel periodo natalizio con decine di serate organizzate in locali, ristoranti, teatri, etc“.
Il teatro è la tua casa artistica naturale.
Il teatro è un luogo dove storie e personaggi danno vita alla vita; me ne sono innamorata perdutamente. Un luogo sognante dove puoi immaginare, trasformare, giocare con le parole, con i corpi, con gli oggetti. Un luogo che mette in discussione, che fa riflettere, che mostra le contraddizioni, che può toccare i nervi scoperti e farti anche del male; tuttavia, una volta maturato il dolore, il teatro ti consente di vivere un senso di felicità, trasportandoti nell’altrove. Fare l’attrice è un gioco che tiene sempre viva la bambina che è in me; nonostante si cresca c’è sempre bisogno di lasciare un piccolo grande spazio alla propria parte fanciullesca che, riaffiorando, ti permette di ribaltare il senso delle parole e delle cose“.
Qual è il tuo rapporto con i social?
Dopo il teatro ho scoperto la rete, un luogo per entrare in contatto con persone diverse, diffondere la propria arte e il proprio punto di vista, e tentare di stimolare il dibattito sulle contraddizioni della società binaria, che vive fratture e disuguaglianze sempre più profonde e laceranti, rimanendo in qualche modo fedele al registro ironico e satirico. Ridere del potere è un grande atto di resistenza“.
La napoletanità che comunichi non può prescindere dalla tradizione musicale popolare.
È la napoletanità in cui sono cresciuta; racconto una Napoli accogliente, che ti abbraccia e che fa comunità, che vive intensamente il quartiere. La napoletanità in cui mi riconosco è quella che ti insegna a non perdersi d’animo perché fai parte di una comunità che, in caso di bisogno, ti aiuta e ti sostiene. Una napoletanitàfilosofa”; infatti, al di fuori degli ambiti accademici, penso che questa Città possa vantare delle grandi filosofe e dei grandi filosofi. Prima di trasferirmi a Roma, vicino la casa in cui abitavo c’era Carmine, il giornalaio del quartiere, da tutti e tutte chiamato il giornalaio filosofo. Ricordo le lunghe chiacchierate che facevo con lui, dal calcio alla politica passando per la difesa della terra e della natura, quando a Napoli imperava l’emergenza rifiuti. Spesso, per parlare con lui, facevo tardi agli appuntamenti. Come molti grandi filosofi e pensatori, Carmine se n’è andato prima del tempo; aveva deciso così“.
Per rappresentare in musica questa napoletanità mi hai suggerito una versione di “Bocca di rosa” intonata dal grande Peppe Barra su un riadattamento testuale di Vincenzo Salemme.
Sì, quella è stata la prima canzone che mi è venuta in mente. Quando la sentii per la prima volta mi colpì nell’animo, come se in quella traduzione in napoletano avessi rivisto le storie di molte femminelle e donne trans, emarginate da una società che divide tutto in maschio e femmina. Nella versione di Fabrizio De Andrè c’è una donna che fa l’amore per piacere, per passione, in libertà, senza badare agli schemi che le religioni e gli uomini hanno costruito nei secoli. Nella versione cantata da Peppe Barra ci sono le femminelle che, attraverso un processo di liberazione dal patriarcato, vivono la sessualità come più desiderano, senza badare a voci estranee che spesso possono ferire. Una libertà che in questo mondo sia alle donne che alle femminelle può costare cara e determinarne la cacciata dal paese in cui vivono. Quella delle femminelle è una lotta che brulica nelle strade della nostra città e della nostra regione, partendo da lontano, prima ancora che si formassero i movimenti LGBTQI+. È una lotta che va conosciuta, sostenuta e divulgata“.

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