Roger Payne: “Songs Of The Humpback Whale” (1970) – di Cinzia Pagliara

Questa volta le challenge bussano alla porta delle vite dei ragazzi, con un ”Tik Tok” che adesso è messo sotto accusa, e che in realtà è responsabile solo di poter essere veicolo di stupidità, menzogne, pericoli. Come qualunque altro mezzo di comunicazione, da sempre. Il problema non è il mezzo di comunicazione, è la comunicazione, ed è questo su cui si dovrebbe riflettere, a lungo, e non solo per un paio di ore semplicemente come reazione ad un ennesimo evento luttuoso. I messaggi che arrivano (a tutti, e dunque anche ai giovanissimi, vista la assoluta mancanza di filtri nella comunicazione) sono espressione di un annullamento spaventoso del valore delle vite, o meglio: della Vita. Le vite sono enormi scatole da riempire di merci variamente inutili, vendute come fondamentali per la felicità. Bisogna essere notati, non importa perché. Ricevere like, influenzare followers (desiderosi, cosa pericolosamente triste, di essere influenzati).
Ricordo bene, da docente, la prima challenge che attentava alle vite degli adolescenti, quella della Balena Blu. La prima cosa che notai, leggendo di quel follepatto” fu proprio il nome: Blue Whale, e cercai di capirne il motivo. Si sa che le balenottere azzurre si spiaggiano perché perdono l’orientamento e dunque anche il loro gruppo (spesso a causa della azione disastrosa dell’uomo, e anche su questo, magari, sarebbe importante concentrare molto di più la nostra attenzione così poco costante) e si lasciano morire, da sole e in silenzio (perché le balene cantano, e i loro suoni sono melodie). Dunque gli adolescenti, come le balenottere azzurre, hanno perso orientamento e gruppo di riferimento, sono spiaggiati sulla deriva emozionale, incapaci di sentimenti verso gli altri, ma anche (e in primo luogo) verso sé stessi. Sono annoiati, insicuri e insieme capaci di impensabili crudeltà verso i più deboli, sono vittime di un’attenzione estetica fine a sé stessa, hanno capelli che il vento non riesce a scompigliare grazie a schiume sintetiche da alieni, unghie come artigli o come sculture, da esibire e usare come arma di seduzione, labbra sempre pronte a un selfie, imbronciate, socchiuse, ammiccanti.
Hanno bisogno di continue conferme, paura di non piacere, sono stati educati al sogno del successo e del materialismo. Sono, spesso, bambini che non sono mai stati bambini, o che hanno smesso di esserlo troppo presto, divorati da una società troppo impegnata a produrre bisogni inutili. Sono balenottere spiaggiate per colpa dell’inquinamento sociale. Poi arriva un folle, un “pifferaio di Hamelin incattivito che crea un gioco e che li rende eroi, che li attenziona in modo morboso, li affascina, li seduce e li convince, perché da un telefonino tutto sembra un gioco, sembra come quando si ha in mano un joystick. Anche se invece stai giocando la tua vita. Mi sono chiesta, con stupore e dolore colpevole: ma prima che i bambini balenotteri cominciassero a cadere dai palazzi, senza nemmeno provare a volare, prima che tentassero nodi sempre più stretti davanti ad uno schermo (prova inconfutabile del gesto compiuto), prima, durante le prove precedenti, mentre i bambini balenotteri si sperdevano nelle notti o si tagliuzzavano, prima gli adulti dov’erano? Non solo la scuola, sempre troppo semplice come capro espiatorio da additare, non solo i genitori. Gli adulti tutti, che dovrebbero tenere per mano e illuminare le strade più buie. Dove erano? Dove eravamo?
In questo vuoto generale mi è tornato in mente Achab, insieme a Moby Dick, la balena bianca che non si spiaggia perché il suo mare è ancora vita, così come è vita la passione ossessiva del capitano (“un grandioso, empio, divino uomo, il capitano Achab, non parla molto, ma quando parla, allora ascoltalo bene”); e ho pensato che ci vorrebbero altri capitani Achab e altre balene bianche e libere, e nuovi marinai, e nuovi mari. “(…) ha fatto scivolare come l’oppio quel giovane assente in una tale apatia di sogni vuoti e ignari, che alla fine egli perde la sua identità” (Capitano Achab). Moby Dick deve tornare, per salvare le balenottere spiaggiate. (Vi consiglio di ascoltare le melodie delle balene contenute in “Songs of the Humpback Whale” album prodotto dal bioacustico Roger Payne già nel 1970. Potrebbe essere il primo passo per cominciare ad essere migliori.)

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