Billy Idol: “Rebel Yell” (1983) – di Alex De La Iglesia

Molti anni fa, durante una giornata passata insieme ai compagni di liceo, un caro amico si allontanò dal gruppo con una motivazione per me sorprendente. Doveva recarsi presso un negozio di dischi del centro di Taranto, che ha chiuso i battenti da tempo, per comprare il vinile di un certo artista. Qualche ora dopo, ricongiuntosi al branco, ci mostrò il tanto agognato oggetto con in copertina un tipo a petto nudo e con i capelli biondissimi sparati a mo’ di cresta. A me, che allora avevo come unica passione manga e anime, il tizio raffigurato fu in qualche modo familiare. In virtù dell’accostamento ad una famosa razza aliena umanoide che in preda all’ira funesta assume proprio tale aspetto, quel soggetto mi ispirò subito una certa simpatia. Solo anni dopo, complice una più facile fruizione della musica, iniziai ad ascoltare la discografia di quel ragazzo con la cresta bionda che risponde al nome di William Michael Albert Broad, in arte Billy Idol. Nato nel sobborgo di Londra chiamato Stanmore nel 1955, sviluppa ben presto un carattere ribelle e una predisposizione prorompente verso il gentil sesso. Lo pseudonimo Idol trae ispirazione da un episodio dell’infanzia, quando la sua insegnante scrisse a margine di un compito in classe “Billy is an idle” (Billy è un fannullone).
È il
1975 quando, abbandonate le velleità universitarie, si lascia fagocitare dal nascente contesto punk del periodo. La prima esperienza musicale nella quale presta la sua possente voce sono i Rockettes, cover band alla quale seguirà l’ingresso nei Chelsea nel 1976. Qui il Nostro suona la chitarra, essendo il frontman Gene October, ma l’occasione è propizia per conoscere il bassista Tony James con il quale fonderà nello stesso anno i fortunati Generation X. Completata da Bob Andrews (chitarra) e Mark Laff (batteria), questa formazione otterrà il primo contratto discografico con la Chrysalis. L’esordio, “Generation X” (1978), è un classico del punk britannico, da conoscere e rivalutare per la sintesi perfetta tra ribellione e stile, tra cura dell’estetica e forza bruta. Una prova che di certo fa il suo all’interno del background che fu proprio di Sex Pistols, Clash e Damned, un background che virava già verso lidi post punk e new wave. Dopo la pubblicazione di “Valley of the Dolls” (1979) e “Kiss Me Deadly” (1981), l’esperienza Generation X si conclude, impreziosita da una performance nel film documentario “D.O.A.: A right of passage” (Lech Kowalski 1981), mentre Billy vola a New York per lanciare la sua carriera solista.
La “
Grande Melagli dà l’opportunità di lavorare con l’ex manager dei Kiss, Bill Aucoin, e di avere il supporto del formidabile chitarrista Steve Stevens dallo stile glam metal. Il mini album “Don’t Stop” (1981), contenente Dancing With Myself, ancora opera dei Generation X, è seguito dal debutto su LP “Billy Idol” (1982), che annovera le hit White Wedding e Hot In The City. Figura cardine della metamorfosi del Nostro platinato è senza ombra di dubbio il produttore britannico Keith Forsey, già percussionista per i tedeschi Amon Duul II e collaboratore di Boney M, Donna Summer e Giorgio Moroder. Ma se l’omonima opera prima è già un successo, nella quale l’irruenza punk è ormai diluita nel rock da classifica contaminato da new wave ed elettronica, la consacrazione arriverà l’anno seguente con “Rebel Yell”. L’album viene scritto a quattro mani da Idol e Stevens, i quali si affidano a Phil Feit, Sal Cuevas e Steve Webster (basso), Judy Dozier e Jack Waldman (tastiere), Tommy Price e Gregg Gerson (batteria). La cantante Perri Lister, compagna di Idol, a impreziosire il tutto con le voci in sottofondo.
La
prima facciata si apre con la title-track Rebel Yell, brano di grande impatto. Destinato a restare un inno rock anni 80, in quanto punto di contatto tra le istanze punk, heavy metal e new wave, ha nelle tastiere distorte, nel solo di chitarra e nell’urlo ribelle i suoi ingredienti vincenti. Daytime Drama è dedicata alla vita quotidiana vissuta come fosse uno spettacolo nel quale ci si perde, dove l’unica salvezza è una donna definita beautiful star of a daytime drama”. Un sublime funk dal sapore elettronico, con la voce di Idol pulita e matura. Altro grande classico presente nella memoria di chi quegli “anni di plastica li ha vissuti, e nel cuore di chi magari avrebbe voluto farlo, è Eyes Without A Face. Caratterizzata da un’atmosfera eterea ed evocativa, e accompagnata da uno stupendo videoclip, vede un’evoluzione verso la metà grazie alla chitarra e al cambio repentino del timbro vocale. Basterebbe già il materiale finora menzionato per dare merito a Billy, che ha saputo creare delle perle di così rara bellezza, ma poi arriva Blue Highway. Chi ha la pretesa di definirsi un rocker può solo commuoversi di fronte a una traccia che parte così, ovvero con l’urlo seguito dall’irresistibile riff di chitarra e sostenuto da un giro di basso poderoso. L’immagine “on the roadsuggerita della sua passione per le moto, che lo porta a correre lungo le autostrade degli Stati Uniti, trasporta l’ascoltatore in un viaggio che riserva come meta finale l’assolo di uno Stevens memore dell’ispirato Angus Young in Let There Be Rock degli AC/DC.
Il
lato B inizia all’insegna dell’erotismo con Flesh For Fantasy, basata su di una melodia irresistibile a metà tra rock e disco music. Un invito a lasciarsi andare alla ricerca sfrenata del piacere sessuale, cogliendo le occasioni senza far fuggire via il proprio tempo. Se Catch My Fall è un episodio rilassato ed elegante, trascinato dalla sezione ritmica costante e arricchito dal sax, Crank Call si presenta come un vigoroso hard rock senza fronzoli. Memorabile è invece (Do Not) Stand In The Shadows, anthem anticonformista nel suo testo e frizzante a livello musicale. Si tratta del brano nel quale sono più marcate le influenze punk e new wave, grazie alla velocità d’esecuzione, alla semplicità del riff di chitarra e alle tastiere in grande evidenza. Si chiude con The Dead Next Door, brano soffuso dove la voce vola leggera su di un tappeto sonoro minimale di tastiere, chitarra e percussioni. Rebel Yell” è per Billy Idol il disco della svolta, quello che lo farà salire in vetta alle classifiche, soprattutto negli Stati Uniti. Pur eterogeneo nell’alternare brani molto diversi tra loro, è indubbiamente un album monolitico da ascoltare tutto d’un fiato e che resta impresso sin dal primo ascolto. Billy avrebbe così impersonificato il divo che, pur sottoscrivendo il proverbiale “patto col Diavoloper il successo, porta alta bandiera del rock’n’roll nel cuore dell’epoca dominata delle popstar.
Il suo astro continuerà a brillare per tutto il decennio grazie alla pubblicazione del long playing “
Whiplash Smile” (1986) e le raccolte “Vital Idol” (1985) e “Idol Songs: 11 of the Best” (1988). La fama e la ricchezza gli causeranno qualche turbolenza nella vita privata tra alcol, droghe e un pericoloso incidente motociclistico nel 1990. Professionalmente parlando, gli anni 90 inizieranno alla grande con lo splendido album “Charmed Life” (1990) e la partecipazione in veste di attore al film “The Doors” di Oliver Stone (1991). Il 1993 è l’anno dello sperimentale “Cyberpunk”, che avrà successo in Europa ma meno negli Stati Uniti. Dopo collaborazioni in ambito musicale e partecipazioni cinematografiche nel corso dei novanta, bisognerà attendere il 2001 per un ritorno in grande stile sul mercato discografico con “Greatest Hits”. Seguiranno le pubblicazioni di “Devil’s Playground” (2005) con il ritorno di Steve Stevens, il natalizio “Happy Holidays” (2006) e l’ultimo lavoro del 2014 Kings & Queens of the Underground”.

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